
Gianni Montieri è nato a Giugliano (Napoli) nel 1971. Dopo aver vissuto per molti anni a Milano, adesso vive a Venezia. Ha pubblicato: Le Cose imperfette (Liberaria, 2019), Avremo cura (Zona, 2014), Futuro semplice (2010). Suoi testi sono rintracciabili nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) della rivista monografica Argo e sui principali siti letterari italiani e nel numero 19 della rivista Versodove. Ha riscritto la fiaba “Il pifferaio magico” per il volume Di là dal bosco (2012); il racconto “La sarta di Herrera” per Deaths in Venice (2017). Sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). Nel 2020 ha pubblicato il racconto “Abitava a Santa Chiara” per il numero 2 “La città muta” della rivista monografica Menelique. Sempre nel 2020 è uscito il racconto “Un futuro di Gianni Rivera”, in 12 storie di sport Per rabbia o per amore, pubblicato da 66thand2nd con Effe. È stato redattore della rivista monografica Argo. È tra i fondatori del laboratori di scrittura Squero della parola. Scrive di calcio su Il Napolista. Collabora con, tra le altre, minima&moralia, Rivista Undici UltimoUomo e Doppiozero. È redattore di The FLR. Ha un blog dove scrive di libri su Huffington Post. È stato capo redattore del litblog Poetarum Silva per otto anni; è nel comitato scientifico del Festival dei matti.
Le giacche dove si consumano
i vecchi mi hai detto, guardavamo
un video del professor Raimondi
che con frasi perfette a braccio
a mente raccontava la sua vita
la sua lingua. Il cuore si è fermato
per un attimo quando ho pensato
che l’unico miracolo l’ultima
bellezza sarebbe il consumarmi
dentro una vecchia giacca
regalatami da te.
*
Mi hanno mandato dai Revisori
dei conti, ci sono andato
ma per tutto il tempo ho pensato
alla pausa pranzo, poi al contabile
di Fossati, per qualche strano motivo
al Perù, di seguito al Ponte dei Pugni
a Simone per un istante, a una poesia
che forse scriverò, a te e al mare;
ero molto concentrato d’altronde
infatti tutto è filato liscio: l’acqua alta
il libro che avrei cominciato a leggere
il sorriso di Carlo Bordini, poi i Revisori
hanno detto che poteva bastare.
*
Qualcuno mi ha detto “Non aver paura
di essere lirico”. Mi sono fatto coraggio
e ho cercato nell’armadio qualcosa
da mettermi, dei colori e dei tessuti
che mi accostassero al lirico, la cosa
di cui non dovrei aver paura.
E chi ne ha? Ma posseggo solo jeans
pullover grigi, neri e blu, e camicie
di cotone organico. E se mi sposto
in libreria trovo penne Muji, tutto
in me è troppo contemporaneo
dovrei fare un settenario, oppure
un novenario ma dopo della T-shirt
verde presa a Berlino che ne faccio?
Da Le cose imperfette (Liberaria 2019)
(…) Quel che impressiona dei libri di Montieri, a chi come il sottoscritto lo ha letto negli anni, è la strenua coerenza del suo dettato poetico e della sua cifra d’ispirazione, in cui la linearità del verso, l’apparente semplicità della lingua, frutto di sapienti scelte terminologiche, sono accompagnate dalla limpidezza ed esattezza dello sguardo. In questo percorso ogni libro è una variante sul tema, una diversa declinazione di un rapporto con la parole e con le cose dell’esistenza che è sempre caratterizzato da un aver cura, attraverso una pietas non comune della parola, verso la fragilità delle cose, delle persone, degli eventi gettati nel tempo, nella semplicità enigmatica del divenire, nella proiezione remota del futuro. Cosa sono le cose imperfette? Cosa sono le cose? Cos’è l’imperfezione? Forse a queste domande è impossibile dare una risposta definitiva, o forse è inutile porsele e sicuramente i versi di Gianni Montieri sono già oltre questo dilemma, non perché non se lo siano posto, ma perché una possibile risposta può solo venire dall’immergersi della parola nel manifestarsi del mondo, nei suoi sprazzi di luce, in un dettaglio fuori posto, in un’attesa, in una distanza, o in un gesto routinario e quotidiano, che nel momento in cui viene colto si dilata in un’infinitesimale epifania, nella possibilità stessa della parola di dire gli eventi e i momenti dell’esistere. La peculiarità propria dello sguardo di Montieri è quella di cogliere la distanza – che è al tempo stesso lontananza e vicinanza – tra le cose, tra le persone, tra le situazioni e più che una cifra estetica è una vera e propria cifra etica, un senso del limite, della forma che assume ogni evento nel momento in cui viene percepito dallo sguardo del poeta e nel momento che diventa parola, giusta misura del dire. Se dovessi usare categorie di ascendenza greca potrei dire che il suo è uno sguardo apollineo, uno sguardo ispirato dal dio che colpisce da lontano, una messa a fuoco che è una messa a distanza per cogliere meglio i dettagli della vita. È come se nei testi di Montieri, le forze che li hanno generati, si potessero manifestare solo nel momento in cui le tensioni opposte, le forze centrifughe riescono a trovare un equilibrio quasi di natura architettonica. Ogni testo è una costruzione sapiente, ma mai gratuita o manieristica, in cui i vari elementi: ideativi, linguistici, fonici, retorici si tengono l’un l’altro in un incastro perfetto e irripetibile. Perché, a dispetto del titolo del suo ultimo libro, la perfezione è possibile, nella costruzione della parola o anche solo nel momento in cui si riempie una borsa da viaggio (…).
(Francesco Filia su Poetarum Silva)
