Frammenti di Cinema # 42

La scena dell’omicidio sotto la doccia in Psyco (1960) non è la più citata nella storia del cinema, tra le tante di Alfred Hitchcock, e non solo. Per esempio, nello stesso film, c’è quella iniziale con Janet Leigh alla guida dell’auto. Anche questa è esemplare. La cita Krzysztof Kieslowski in A short film about killing (1988). Ne Il sapore della ciliegia (1997) di Abbas Kiarostami, la ripresa in auto assume la profondità di uno sguardo esplorativo (reciproco) tra universi lontani. Grande riferimento per tutta la nouvelle vague francese, Jean Luc Godard scontorna la visione, l’auto è decappottabile, l’abitacolo entra direttamente in contatto con l’ambiente esterno. La ripresa non è più soggettiva, in Fino all’ultimo respiro (1960) Jean Seberg viene inquadrata di spalle, la telecamera segue indifferente la nuca della protagonista (prima ancora di Psyco, si sente il richiamo a Gun Crazy di Joseph H. Lewis del 1950).

Un’altra scena cult è Jack Nicholson che insegue Wendy con l’ascia in Shining (1980). Questa si abbatte con terrore contro la porta.  Stanley Kubrick, in realtà, l’ha presa da un film sperimentale svedese del 1929, Il carretto fantasma, diretto e interpretato da Victor Sjostrom. Per caso, la ritroviamo in un film minore, in cui l’inseguitore con l’ascia è Dennis Quaid ne L’intruso (2019) di Dean Taylor. L’ascia conficcata nella porta è diventata così un’icona cinematografica. Alla pari dell’occhio in primo piano. Surreale è la ripresa del taglio che Luis Bunuel azzarda, con la partecipazione di Salvador Dalì, in Un cane andaluso (1929). Lo ritroviamo nel 1946 in uno dei capolavori di Robert Siomak, La scala a chiocciola, dove l’occhio è quello dell’assassino nascosto nel buio. Come Godard con la ripresa in auto, in 2001: Odissea nello spazio (1968) Kubrik sublima la visione sostituendolo con un occhio cibernetico, quello di Hal 9000, metafora insieme dell’occhio dello spettatore e di Dio.

Le citazioni, d’altra parte, sono un terreno molto scivoloso. Sulla rete viaggiano numerosi video sui presunti plagi di Quentin Tarantino, e se è vero che è stato lui ad immortalare ne Le iene (1992) lo stallo texano, lo spunto è preso dal film City on fire (1987) del cinese Ringo Lam. In realtà, ben altro triello si può ammirare ne Il buono, il brutto, il cattivo di Sergio Leone (1966). Lo stesso grande regista italiano subì un processo, promosso da Akira Kurosawa che reclamava dal film Per un pugno di dollari (1964) i diritti d’autore per La sfida dei samurai (1961). Tuttavia, Leone è una fonte di continua ispirazione. In Once Upon a Time in China (1991), diretto da Tsui Hark e primo di una lunga saga di film, il richiamo a C’era una volta in America (1984) è persino letterale. Altri registi hanno giocato con l’emulazione, realizzando geniali momenti di meta-cinema, facendo del cinema stesso il protagonista subliminale della narrazione. Brian De Palma, per esempio, ha coltivato continuamente questa (magnifica) ossessione. Esemplare è la scena de Gli intoccabili (1987) girata nella Grand Central Station, nella quale viene pedissequamente ripresa quella della caduta della carrozzella lungo la scalinata di Odessa nelle Corazzata Potemkin (1925) di Sergej M. Ejzenstein. Oppure l’apparizione della scritta: “The world is yours” in Scarface (1983), che rimanda alla stessa nella scena finale dell’omonimo film girato da Howard Hawks nel 1932.

Persino la cosiddetta “prospettiva Kubrick”, cioè un’inquadratura simmetrica nella quale il fulcro è invisibile ma centrale, era stata già sperimentata da altri. Per esempio, da Michelangelo Antonioni in Deserto rosso (1964) Poi, ci sono collegamenti inattesi e insospettabili. Chi si aspetterebbe di trovare in una scena de  La commare secca (1962) di Bernardo Bertolucci, la stessa atmosfera di Rashomon (1950) di Kurosawa: il protagonista si siede sulle gambe sotto una pioggia battente. Ancora più stupefacente è trovare in The ring (2002) di Gore Verbinski (remake dell’omonimo giapponese, diretto da Hideo Nakata nel 1998) un collegamento con Lo specchio (1975) di Andrej Tarkovskij: la visione della ragazza con il volto coperto dai lunghi capelli rivolti in avanti è la stessa terrificante di Samara. Nella danza contagiosa e meccanica di Joaquin Poenix in Joker (2019) di Todd Phillips troviamo (forse) lo stesso rimando della danza delle sorelle di Yorgos Lanthimos in Dogtooth (2009) al cieco ballo dionisiaco. All’opposto, la grazia finale che il ladro ritrova nel parlatorio di fronte alla sua amata in Pickpocket (Diario di un ladro) del 1959 di Robert Bresson, Paul Scharader la riproduce in American Gigolò nel 1980 (addirittura la replica ne Lo spacciatore del 1992).

Concludiamo con le citazioni che sono parodie. Se quelle involontarie, proprio per questo, non ci interessano, meritano un omaggio esclusivo Franco Franchi e Ciccio Ingrassia che di questa linea hanno fatto un ricchissimo filone personale, purtroppo sottovalutato e per questo dimenticato. Alcune loro trovate, invece, sono state davvero geniali ed esilaranti. Solo Franco Franchi poteva riuscire a trasformare la scena del burro ne L’ultimo tango a Parigi (1972) di Bertolucci in una scena comica senza ovvietà di cattivo gusto. Splendidi i titoli: Ku fu? Dalla Sicilia con furore (1973), L’esorciccio (1975), per citarne alcuni, e, appunto, Ultimo tango a Zagarol (1973).

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