
Parabola del Padre (Lc 15, 11-32)
Disse ancora: «Un uomo aveva due figli”.
È il modo biblico per parlare della scelta, sempre necessaria. Il libro dei Salmi comincia con questo tema: le due vie. In qualunque momento della nostra vita siamo chiamati a scegliere tra bene e male, amore ed egoismo, verità e menzogna, costruzione e distruzione. “Pongo davanti a te la vita e il bene, la morte e il male”, leggiamo nel libro del Deuteronomio (30,15). Lo spirito è l’intenzione, l’orientamento, la motivazione: cosa cerchiamo nella vita, cosa ci spinge, dove siamo diretti?
“Il più giovane dei due disse al padre: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta»”.
È un atto di ribellione e di mancanza di rispetto: i beni si dividevano tra i figli alla morte del padre. Sarebbe come dire: tu, per me, sei morto. È la situazione in cui veniamo a trovarci quando facciamo come se il Signore non ci fosse. La nostra epoca comincia con le parole di Nietzsche: Dio è morto. Alcune correnti teologiche affermano che Dio ha creato e poi si è ritirato: l’uomo è solo, sul palcoscenico del mondo, con la sua libertà e responsabilità. Ciò esclude l’intervento di Dio nella storia, e ogni idea di Provvidenza. L’Emmanuele, che promette d’essere presente tutti i giorni, fino alla fine del mondo, si è ritirato nel suo cielo, lontano dalle nostre battaglie quotidiane.
“Ed egli divise tra loro le sue sostanze”.
Il Padre – che già qui si rivela come Dio – non dà segni d’irritazione, non s’indigna di fronte alla sfacciataggine del figlio, anzi, acconsente al suo volere. È un’immagine della libertà che il Signore ci accorda, anche se siamo ingrati, incoscienti, irrispettosi. Una lezione per coloro che credono nel metodo dell’amore imposto, dell’educazione che inculca una visione propria, che costringe a pensarla come te. Ciò crea persone intimamente fragili, incapaci di affrontare la vita.
“Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano”.
Qui si comprende bene cosa sia il peccato: la lontananza da Dio, e dunque da se stessi. L’uomo è chiamato a vivere al centro di sé, là dove Dio inabita in lui: è la settima stanza di Teresa d’Avila, il Dio più intimo a noi di noi stessi, di Agostino, il Regno di Dio dentro di noi, di cui parla Gesù nel Vangelo. Non a caso, la sua predicazione comincia con l’annuncio che il Regno di Dio si è avvicinato, è alla nostra portata. Il termine per indicare la conversione, in ebraico, è “ritorno”: il contrario del paese lontano in cui si è perduto il figlio prodigo.
“E là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto”.
Vivere lontani da Dio significa sperperare, sprecare la vita. È una sensazione che subiamo tutti, prima o poi: lì per lì sperimentiamo un godimento, un’eccitazione, un’euforia; poi tutto si trasforma in tristezza, amarezza, depressione. Guardandoci indietro, ci chiediamo come sia possibile aver perso tanto tempo, aver dilapidato il patrimonio.
“Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno”.
Abbiamo grandi risorse, ma alla fine tutto si esaurisce: energie, speranze, progetti; risucchiati in un vuoto che tutto divora, come un buco nero che non lascia spazio ad alcun tipo di vita. La carestia è l’aridità che non lascia scampo, è approdo ultimo di un’esistenza ormai disintegrata. Ci sono persone che non sentono più niente, incapaci di slanci, vittime di uno scetticismo che è l’anticamera della depressione.
“Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci”.
Questa è la fine di chi si allontana da sé, da Dio, dagli altri: la riduzione a uno stato animale, il grado zero dell’umanità, la perdita della dignità. I porci, per la mentalità ebraica, sono gli animali impuri per antonomasia: bellezza, verità, bontà diventano un’eco lontana, impercettibile.
“Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gliene dava”.
È qui che l’esodo del figlio minore raggiunge il punto culminante. Si aspettava di comprare la felicità, con la parte di patrimonio ricevuta, ma il sogno si trasforma in incubo: nessuno gli dà nulla, neanche le ghiande. L’essere umano, fatto per sentirsi amato, raggiunge il vertice dell’abbandono, di morte dello spirito, di lontananza abissale dalla luce.
“Allora ritornò in sé”.
La conversione, seppure in modo imperfetto, comincia da qui, da un timido ritorno in sé. S. Agostino dice che convertirsi è “redire in se ipsum”, tornare in sé. Ci si accorge, finalmente, che il peccato è lontananza, alienazione dall’io vero, perdita dell’identità. La fede non è qualcosa che si aggiunge all’umanità, ma qualcosa che la la integra, l’autentica, l’invera. L’uomo è tale se diventa ciò che è.
“E disse: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!”
La motivazione del figlio minore non è delle più spirituali. Ciò fa comprendere come, per il nostro Dio, sia sufficiente un appiglio invisibile per salvare un’anima.
“Mi alzerò”.
È il verbo della risurrezione: toccato il fondo, si può fare la scelta decisiva: cambiare direzione. La radice del termine peccato sta nell’idea di mancare il bersaglio. Bisogna correggere il tiro, ammettere di aver sbagliato strada. S. Paolo definisce questa svolta il passaggio dalla carne allo spirito, la presa di coscienza d’essere più e meglio di come si pensava. C’è un momento in cui ci alziamo, in cui lasciamo lo stadio animale e ci riscopriamo umani: bellezza, verità e bontà tornano ad affacciarsi all’orizzonte della vita.
“Andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati». Si alzò e tornò da suo padre”.
Esame di coscienza, proponimento e penitenza; nelle parole del figlio minore c’è l’iter del ritorno: la ripresa del dialogo, il recupero della misura e del rispetto, il restauro della relazione.
“Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò”.
Qui si uniscono l’attesa (quando era ancora lontano) e la misericordia (ebbe compassione), una miscela esplosiva che fa di questo incontro il punto più alto della predicazione di Gesù. Nella scena, Dio si rivela padre e madre, come ha intuito Rembrandt nell’opera dedicata a questa storia. La mano forte del padre e quella tenera della madre – raffigurate nel quadro – sono la testimonianza di un Dio che non si lascia pregare, ma anticipa le nostre mosse, che non permette di portare a termine la confessione dei nostri peccati: quel bacio pone fine a ogni distanza, fa del peccato un ricordo già sbiadito.
“Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa.
Le parole del Padre fanno capire che c’è qualcosa di peggio della morte: il perdersi, lo smarrire la propria identità, il dimenticare chi siamo, figli di Dio con una dignità inimmaginabile, rappresentata dal vestito della festa, l’anello, i calzari ai piedi (gli schiavi erano scalzi). Si capisce, allora, quel “presto”, l’impazienza di ricondurre tutto allo stato originario, anzi, alla condizione più alta dell’”uomo del ritorno” (Buber).
“Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: «Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo». Egli si indignò, e non voleva entrare”.
È il messaggio che Gesù lancia ai farisei: è a loro che è diretta la parabola. Il cuore meschino di chi vede solo l’orizzonte ristretto del suo io è reso in modo geniale in queste frasi grevi, cupe, che riflettono la pesantezza del male. È il rifiuto della vita vera, che Dio concepisce come amore, apertura, comunione. Qui c’è il suo opposto, un rovescio in cui risuonano gli incubi dell’egoismo, dell’invidia, della gelosia. È l’Ombra, in cui Jung vede fermentare il putridume del rimosso. Dobbiamo fare i conti con questa realtà, che ci accompagna fino alla fine della vita, “costringendoci ad entrare” nella dimensione proposta dal Vangelo.
“Suo padre allora uscì a supplicarlo”.
È insuperabile questo Dio che prega l’uomo, anzi, lo supplica: fa capire dove arriva l’amore, il dimenticare se stessi; non solo il voler bene, ma volere il bene.
“Ma egli rispose a suo padre: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso»”.
Chi agisce servilmente non può comprendere la libertà dell’amore. Forse anche noi ci siamo impantanati nella logica del merito e della ricompensa. Il registro del dare e avere, delle entrate e delle uscite è incompatibile col cuore di Dio: quanto bisogna allontanarsene per eleggerlo a criterio di vita?
“Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato»»”.
La risposta del Padre è la sintesi suprema dell’amore: tutto ciò che è mio è tuo. Questo è il messaggio di Gesù: pensavamo di dovere guadagnarcelo, l’amore, ma vi eravamo immersi. Torniamo dove siamo sempre stati, diventiamo quello che già siamo.

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“Diventa ciò che sei, avendolo appreso” scriveva il poeta greco Pindaro. Ecco, forse è questo il primo passo sulla via del ritorno: il coraggio di guardarsi nello specchio della verità, anche se l’immagine che rimanda non è quella che vorremmo, e poi sapere che siamo amati, nonostante tutto.