Barbara Pesaresi, Avrò cura di te.


Attualmente il mio microcosmo è abitato da tre ottantaseienni: i miei genitori e uno zio. I risultati di questo mio stare in mezzo a loro a fare da bussola non sempre sono soddisfacenti, lo ammetto.

Cosa significa vivere accanto a persone che ogni giorno di più dipendono da te? Significa che a volte l’angoscia ti stritola il diaframma e il peso può essere difficile da portare. La vecchiaia è una faccenda complessa. Ma da qualche parte dentro di te, tu sai che è proprio quel peso che ti tiene ancorata alla terra, senza non sapresti dove andare.
Guardo mio padre scivolare sempre di più in un luogo dove non lo posso raggiungere. Il  suo sguardo mi dice che questo altrove sembra essere ora un posto bello ora un vuoto. Provo a riacciuffarlo, a volte con pazienza e dolcezza a volte con la rabbia dell’impotenza. Al mattino, quando mi alzo, le mie preghiere non vanno a scomodare gli dei maggiori, mi appello agli dei minori del quotidiano perché facciano il loro dovere: metaprololo, luvion, allopurinolo, sintrom e tutti gli altri affinché inneschino la reazione chimica biologicamente necessaria, a Il Resto del Carlino e alla televisione perché risveglino un qualche interesse per ciò che gli accade intorno.
Poi, c’è la parola che si nasconde, che non è quella che si vorrebbe dire ma un’altra che cocciutamente esce fuori. E allora cerco di aiutarlo provando a infilare nei discorsi incompiuti che si infrangono contro lo scoglio della parola che non c’è, i tasselli mancanti, i significati. È un lavoro di ri-creazione e quando non riesce mi prende una profonda tristezza, e allora cambio discorso per evitare inutili frustrazioni da ambo le parti.
Mio zio è sempre stato un cavallo pazzo. Adesso, con la complicità della vecchiaia e di problemi di salute, è diventato un cavallo pazzo confuso. È il fratello gemello di mia madre, vive solo e non ha figli, e da due anni circa ha accettato una badante convivente part time, in pratica la notte dorme lì e il giorno va e viene. Per lui io sono l’idraulico, l’elettricista, il dottore. Naturalmente non so riparare un tubo, né una presa e neppure curare un raffreddore. Qualche settimana fa è arrivato trafelato a casa mia perché non gli funzionava il telefono. Mi ha dato un pezzo di carta con un numero di telefono cerchiato in rosso, dicendo che dovevo telefonare senza meno a quel numero e qualcuno sarebbe venuto a metterlo a posto. Ma quello era il numero di telefono del medico di base.
Per non parlare di quella volta in ospedale quando, mentre mi recavo alla cassa per pagare il ticket di una visita medica, si è intestardito perché voleva pagare lì anche la dichiarazione dei redditi.
In quei momenti è inutile spiegargli come stanno le cose, nella sua testa una nebbia impenetrabile blocca l’accesso ad ogni mio tentativo.
Mia madre fa del suo meglio per aiutarmi, per non lasciarmi sola, ma la fatica è sempre più evidente. Ormai sono talmente abituata ad ascoltare discorsi un po’ sconnessi, con una logica da indagare e ricostruire, che discorsi troppo piatti e prevedibili mi annoiano a morte. Quando parli a qualcuno e le parole che dici non corrispondono più, per quella persona, al loro significato pertanto ti guarda in modo interrogativo, ti senti disarmata. Per riuscire a comunicare mi costringo a cercare vie traverse per arrivare allo scopo ed è un lavoro non facile, ma è l’unico modo che conosco per essere presente “lì dove la vecchiaia non si trasforma in perdita ma in pienezza di intenti” come dice un protagonista di “La lunga vita di Marianna Ucria” di Dacia Maraini. Qualcuno a questo punto potrebbe obiettare che quando c’è l’amore ogni difficoltà si supera. Ma anche l’amore è una faccenda complessa e, a volte, quando la stanchezza e l’angoscia per il futuro prendono il sopravvento, sembra nascondersi, con il risultato che i pensieri si fanno cattivi e mi aggrappo al dovere per continuare a fare. Ma anche questi momenti passano e a sera non mi chiedo più se sono stata all’altezza della situazione, tanto la risposta è no, c’è sempre qualcosa che avrei potuto fare meglio o che avrei potuto fare e non ho fatto. Ma col tempo ho imparato a voler bene a quel no, alle mie mancanze, a provare tenerezza per la mia imperfezione, a sorridermi e a dire che va bene così.

3 pensieri su “Barbara Pesaresi, Avrò cura di te.

  1. Iole Chessa Olivares

    Ho una situazione simile a quella ben descritta sopra da Barbara Pesaresi, non è facile esercitare la pazienza quando alcune difficoltà si presentano soprattutto per motivi caratteriali, per una ostinazione che nasconde il desiderio di prevalere sempre, il mettere al centro solo le proprie esigenze ignorando quelle degli altri…Tutto si presenta diffcile perchè c’è un Ego prepotente, in quel caso l’unica via d’uscita è stare sempre in relazione di mente e cuore con LUI, con Gesù. Tutto si addolcisce con beneficio, in primis, del proprio spirito, poi della serenità famigliare.

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  2. hellomiticospank

    Ho vissuto una situazione simile… ?
    Leggendo mi è sembrato di rivivere alcuni momenti del passato!

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  3. Roby

    Dopo l’ictus il suo pensiero erano le chiavi di casa sua e che “nessuno le rubasse la ghigliottina”, il famoso gioco del programma televisivo.Tutto l’amore ricevuto e dato, in oltre 80 anni, si vanifica nel buio fortemente voluto di una camera allestita con amore  e ovviamente rifiutata, “perché io vi ringrazio di quello che fate per me,  ma io  devo andare a casa mia”.

    Gli occhi di una madre spenti in un silenzio che grida confusione, che scambiano nomi e rubano parole; nella proiezione dello sguardo c’è un mondo, dentro il quale le parole si esprimono senza voce e il cuore arruffa il suo sentire, scambiando ieri con domani. Ma ogni giorno è sempre un dono, da scartare con cura e gentilezza, prima che il sole decida di spegnere la luce.

    E tutti quei capricci, che sembravano tali, sono stati e restano gli occhi più  dolci, le mani più belle, le voci più soavi che mai nessuno potrà eguagliare.
    Due madri.

    Perché solo l’Amore salva.  Tutti.

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