“Anatomia del ritorno”, di Paolo Ciampi

Recensione di Francesco Improta

Paolo Ciampi, Anatomia del ritorno (Italo Svevo Edizioni, 2021)

Paolo Ciampi, narratore di viaggi o meglio di luoghi come egli ama definirsi, in questo libro dal titolo fin troppo eloquente torna a occuparsi di viaggi ma da un’ottica diversa. Non racconta esperienze, incontri o avventure capitate durante il suo girovagare ma si sofferma a indagare e a riflettere sul senso del viaggio e del ritorno, prendendo spunto dall’isola in cui si trova a trascorrere una settimana di relax e dalla lettura di un libro di Luigi Malerba, Itaca per sempre.

Il viaggio come metafora della vita è uno dei temi più trattati dagli scrittori di ogni tempo, si pensi alla cosiddetta letteratura odeporica che annovera tra i suoi esponenti tantissimi poeti da Lucilio, l’iniziatore del genere con il suo viaggio in Sicilia, a Catullo che nel carme XLVI descrive la frenesia che spinge a muoversi e a viaggiare all’inizio della Primavera: Già l’animo impaziente desidera viaggiare // già i piedi allegri scalpitano per l’entusiasmo. Immagine quest’ultima che si ritrova anche alla fine del libro di Paolo Ciampi quando, prefigurandosi la primavera di là da venire, l’autore afferma che irresistibile sarà il richiamo del viaggio. Un giorno Francesco Biamonti, ricordando un racconto di Baudelaire, ha descritto la figura del vero viaggiatore, di colui, cioè, che dopo mesi di navigazione, difficile e pericolosa fra tempeste e venti contrari, mentre i suoi compagni, affamati d’erba come animali erbivori, si precipitano a terra gridando “finalmente”, rimane triste e solitario sulla tolda della nave esclamando “di già”. Il viaggiatore descritto da Biamonti è quello che desidera diventare “esperto del mondo e dei vizi umani e delle virtù”, in poche parole l’Ulisse dantesco che spinto dalla sua inquietudine dimentica i suoi doveri nei confronti della famiglia per tuffarsi in nuove avventure. Per Paolo Ciampi – e il titolo lo conferma in maniera inequivocabile – il viaggio acquista un senso solo pensando al ritorno; se all’idea della partenza non fosse strettamente connessa quella del ritorno non si potrebbe parlare neppure di viaggio ma di un semplice spostamento fisico. Non a caso a pagina 19 si legge testualmente:

    Partire, tornare. Questo è il ritmo necessario, questo è ciò che fa di un uomo in movimento un viaggiatore. A dispetto degli innumerevoli viaggi senza ritorno, nel bene come nel male. Si parte portando con sé l’idea di casa, per imprecisa e discutibile che sia: covo di affetti, spazio di complicità, riserva di passato, semplicemente tana.

Le riflessioni di Ciampi sull’argomento rivelano un retroterra culturale di grande spessore e una conoscenza dettagliata e approfondita degli autori, oggetto di lettura e di studio appassionato da parte sua. In una recente intervista l’autore, sottolineando l’importanza della lettura come pro­pedeutica alla scrittura, ha espresso il desiderio di essere considerato innanzitutto un buon lettore.  Le sue conoscenze spaziano dalla mitologia greca: Giasone e Medea, Teseo e Arianna, Atreo e Tieste, agli eroi dei poemi omerici e in particolare Ulisse. Questo rinnovato interesse per la mitologia nasce, a mio avviso, dai limiti mostrati dalla ragione, dal­l’incapacità di rispondere razionalmente a tutte le domande del mondo moderno e a maggior ragione dall’impossibilità di risolverne i problemi sempre più urgenti e drammatici. Anche le filosofie orientali, a cui soprattutto i giovani si erano rivolti in un recente passato, non hanno dato risposte convincenti per cui si è pensato di tornare alle scaturigini della cultura occidentale al Mito e al Logos. Non bisogna credere, però, che queste avventure della mente rappresentino per l’autore una fuga dal reale e dagli obblighi che questo ci impone; a pagina 52 c’è un passo molto significativo in questo senso:

Ora c’è solo il mare, che gli antichi greci chiamavano als, come il sale, oppure pontos, stessa radice dei nostri ponti sulla terraferma: perché il mare collega, non separa, non ci puoi costruire muri, ditelo a chi di dovere.

Fanno da scenario, alle indagini intellettuali di Ciampi, Itaca, Cefalonia, dove al Mito si sostituisce tragicamente la Storia (mi riferisco all’eccidio della Divisione Acqui da parte dei tedeschi, nel settembre del 1943) e, infine, Leucade laddove s’impone, a metà strada tra leggenda e storia, la figura di Saffo, che pose fine ai suoi giorni lanciandosi giù da una rupe. Queste tre isole del mare Ionio costituiscono le coordinate geografiche entro cui si svolge la vicenda prevalentemente intellettuale di Paolo Ciampi che privilegia le avventure della mente ai fatti concreti, ridotti alla soddisfazione di bisogni quotidiani: dormire, mangiare, fare il bagno e prendere il sole.  Non credo che sia il caso di elencare tutti gli autori ricordati da Ciampi anche perché in fondo al volumetto c’è una puntuale ed esauriente bibliografia, mi sembra però doveroso accennare a scrittori moderni come John Steinbeck e Jack Kerouac, che hanno attraversato gli Usa, il primo durante la grande depressione del ’29 (Furore, Uomini e topi) e negli anni Sessanta con il suo cagnolino Charley (Viaggio con Charley) e il secondo all’indomani della guerra di Corea allorché il suo romanzo più famoso, On the  road, divenne il manifesto della beat generation. Nella seconda parte del libro, anche se non c’è soluzione di continuità, Ciampi parla del ritorno, addirittura anticipato di un giorno rispetto al programma originario; c’è, infatti, una smania di tornare non diversa da quella che lo aveva spinto a partire e a lasciare la gattina Lola, le piante e gli affetti più cari. Lo scenario, allora, cambia radicalmente ci si sposta a Firenze, nei cui confronti lo scrittore, come gran parte dei  suoi concittadini, ha un rapporto di odio/amore. Ed è qui che ricordando Cesare Pavese: “Un paese ci vuole, non fosse altro per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti” Ciampi rimpiange di non vivere in un paese ma in una città, dove più forte si avverte la solitudine e i rapporti diventano sempre più superficiali o virtuali, come si evince anche dall’incontro al bar con gli amici e dall’abitudine di usare un taccuino per fermare sulla carta pensieri, emozioni e a volte semplici parole:

Su questo taccuino scrivo mare, scrivo roccia, scrivo cipressi e olivi. Parole sparse, che non cercano frasi. […] Galleggiano, queste parole, abbandonate allo sciabordio. Mi piacciono perché per ora non pretendono niente, solo più tardi forse proveranno ad annusarsi, a riconoscersi. Sono coriandoli che getto in aria, sono briciole che mi riconsegnano alla strada che è stata mia.”

Il brano succitato testimonia in maniera inequivocabile la non comune raffinatezza intellettuale di Paolo Ciampi e l’eleganza della sua scrittura, ne consegue che Anatomia del ritorno, presentato per giunta in una veste tipografica altrettanto elegante (Italo Svevo. Biblioteca di letteratura inutile, 15€), appaia anche agli occhi del lettore più scettico o più pigro come un libro imperdibile da gustare col cuore e con la mente.

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Informazioni su giovanniag

Giovanni Agnoloni (Firenze, 1976), è scrittore, traduttore letterario e blogger. Autore del libro di viaggio "Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa" (Fusta Editore, 2020) e del romanzo psicologico "Viale dei silenzi" (Arkadia, 2019), ha anche preso parte al romanzo collettivo "Il postino di Mozzi", a cura di Fernando Guglielmo Castanar (Arkadia, 2019). È inoltre autore di una quadrilogia di romanzi distopici sul tema del crollo di internet e della società del controllo ("Sentieri di notte", "Partita di anime", "La casa degli anonimi" e "L’ultimo angolo di mondo finito", editi da Galaad tra il 2012 e il 2017 e in prossima riedizione in volume unico), in parte pubblicata anche in spagnolo e in polacco e in prossima riedizione in volume unico. Ha scritto, curato e tradotto vari libri sulle opere di J.R.R. Tolkien (su tutti, "Tolkien. Light and Shadow", opera bilingue italiana-inglese, ed. Kipple, 2019), e tradotto o co-tradotto saggi su William Shakespeare e Roberto Bolaño ("Bolaño selvaggio" a cura di Edmundo Paz Soldán e Gustavo Faverón Patriau, ed. Miraggi, 2019, tradotto insieme a Marino Magliani), oltre a libri di Jorge Mario Bergoglio, Kamala Harris, Arsène Wenger, Amir Valle e Peter Straub. Ha partecipato a numerose residenze letterarie e reading in Europa e negli Stati Uniti, e traduce da inglese, spagnolo, francese e portoghese, oltre a parlare il polacco. I suoi contributi critici sono disponibili sui blog “La Poesia e lo Spirito”, “Lankenauta”, “Poesia, di Luigia Sorrentino” e “Postpopuli”. Insieme alla giornalista Valeria Bellagamba, ha creato e gestisce la pagina Facebook "Anticorpi letterari", con interviste in diretta video a protagonisti del panorama culturale italiani e internazionale. Il suo sito è www.giovanniagnoloni.com.

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