
Tra i film politici ci sono quelli di un genere molto particolare. Aiutano a comprendere come funziona il sistema. Non lo denunciano, insomma, ma lo spiegano. Negli U.S.A. questo filone è molto prolifico, anche grazie alla singolarità della democrazia americana. All’opposto, in quasi tutta la produzione cinematografica mondiale, il cinema politico è sinonimo di cinema di denuncia. In Italia, per esempio, c’è stata una stagione di grazia negli anni ’70 con la linea Damiani-Lizzani-Rosi. Chissà perché? Sarà che il complesso meccanismo della (ex) principale potenza mondiale si presta più degli altri alla drammatizzazione. Con Fahrenheit 9/11 (2004) Michael Moore inaugura, dentro questa linea, il format del docu-film, e lancia un duro atto di accusa alla politica repubblicana di George W. Bush. Ma quello che rende davvero interessante il film è il racconto di come Al Gore in poche ore, nelle presidenziali del 2000, venne scippato della vittoria per una contorta combinazione tra l’obbligo di registrazione degli elettori votanti e il computo dei voti. Eppure, nella duplice veste di vice-presidente e di presidente del senato, Al Gore certifica l’elezione di Bush e applica la norma regolamentare (assurda) che impedisce di contestarla, in quanto la mozione di alcuni deputati del congresso non viene sostenuta da nessuno dei senatori.
Il meccanismo della registrazione degli elettori è al centro di Swing Vote – Un uomo da 300 milioni di voti (2008) di Joshua Michael Stern, in cui Kevin Costner interpreta un recalcitrante elettore della provincia profonda e desolata. Il suo voto, previa registrazione, sarà determinante per far vincere un dei candidati alla presidenza. Anche le campagne elettorali americane meritano una narrazione tutta loro. In Irresistibile (2020) di Jon Sewart ne vengono raccontati gli aspetti grotteschi derivanti dalla interscambiabilità politica tra democratici e repubblicani; mentre quelli cinici e crudeli sono protagonisti nelle Idi di marzo (2011) di George Clooney. Infine, due film mettono a nudo l’anima contraddittoria di questo sistema perfetto: nella dimensione privata, I colori della vittoria (1998) di Mike Nichols, ispirato a Bill Clinton; in quella pubblica, invece, Vice – L’uomo nell’ombra (2018) di Adama McKay che porta alla luce il sistema di potere occulto di Dick Cheney fondato sulla teoria (svelata) dell’Esecutivo Unitario.
In Italia solo tre film hanno questa forza fenomenologica. Il portaborse (1991) di Daniele Luchetti smascherò (e preconizzò) la fine del craxismo (memorabile è il volto emaciato di Giulio Di Donato, in quel momento vice-segretario del Psi, alla prima del film). Il divo (2008) di Paolo Sorrentino ricostruisce la figura di Giulio Andreotti ma ne viene fuori un ritratto universale del potere minerale democristiano. Il caimano (2006) di Nanni Moretti profetizza un finale imprevedibile nella storia politica di Berlusconi (e ci siamo andati vicinissimo). Una commedia come Benvenuto Presidente! (2013) di Riccardo Milani (con il seguito Bentornato Presidente! di Giancarlo Fontana del 2019), con Claudio Bisio nei panni dell’anonimo Giuseppe Garibaldi, anticipa i successi dell’antipolitica, da un lato, e l’impasse presidenziale (con doppia) rielezione che abbiamo vissuto ultimamente. Ma siamo in una dimensione caricaturale nella quale, purtroppo, non sappiamo fin dove la realtà può spingersi.
