
Renata Morresi è nata a Recanati nel 1972. Scrive poesia e saggistica, e traduce. In poesia ha pubblicato le raccolte Terzo paesaggio, Aragno, 2019, Bagnanti, Perrone 2013, La signora W. Camera verde 2013, Cuore comune, peQuod 2010); altri testi sono apparsi su antologie e riviste, anche in traduzione inglese, francese e spagnola. Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis, Dieci bozze, Vydia, 2012, e nel 2015 il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Cura la collana di poesia “Lacustrine” per Arcipelago Itaca Edizioni. Attualmente è ricercatrice di letteratura anglo-americana all’università di Padova.
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“Era perfetta la tavola, e perfetta la notte quando siamo usciti”
con le migliori intenzioni, intavolati di noi stessi,
perfino i rettangoli coi segni neri casualmente interrotti
scritti e inseguiti sui tasti,
come macchine elettriche, giocattoli
perfettamente semplici
caricati da rincorsa indietro,
abbrivio pazzo, pazzi.
Dopo cena, fuori, fatti i nomi di chi aveva valore,
percossi, soffiati in conche magiche,
fuori, deflagrati, in un nome siamo rimasti
aria, a vibrare.
Coi parenti-poeti più deboli
disposti ridicoli in schiere,
frumenti ammalati a drappelli
le teste pesanti che oscillano
né arco né frecce, appena le ossa
avevamo a cadere
*
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(la notte, ore 2:00, che ho chiamato –
“la macchina è caduta
per sbaglio” –
hai citato Somerset Maughan
– “d’improvviso ebbe un sussulto
segno che s’era addormentato” –
sognai dopo
che eri chiuso
in un baco
dimmi –
hai detto –
dimmi –
“Arrivo”)
*
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né arco né frecce
avevamo a
forse per questo torna a capo il verso,
eccolo, astratto e obbligato,
bianco il suo ultrasuono
cadere
caduto.
Forse è per via della guerra
cieca, cellulare, centro
muto, mutante
silenzio, madido d’amnio
di uomo o
liquido per auto.
Intanto vado sotto quando parlo
di un fratello
– “tuo” “fratello” già quasi un abuso –
di un padre inanellato
– “mio” “padre” già solo un anello –
era pieno di?
amò tantissimo tanti?
o qualche posto tipo?
Uganda?
l’isola di Ùgljan?
Liste sospese
poco altro è permesso
– questo è più attendibile: perché l’amò tantissimo?
il resto
prima di questo neanche sapevamo di esistere, quale punto di vista avanzare, come il soggetto prende forma, in che modo sa intrecciarsi al singolare, a chi sta attorno, le comunità di ascolto, la memoria culturale, e quali strumenti usa chi interpella / è interpellato, il repertorio, proprio e negoziato, la traduzione, come camera oscura, la procedura citazionale, le altre voci come casse di risonanza, l’importanza d’una “poesia materialista (corporale), politica (etica) e tragica (dolorosa)”, eccetera
fa un nodo
poi il testo è solo
lui solo maggiore e sono
100 millimetri buoni di neve
le macchine sepolte.
Da “Car Wash”, Terzo paesaggio, Aragno 2019, una sezione dedicata a mio padre.
Compongono il “terzo paesaggio”, secondo Gilles Clément, tutti i “dialoghi abbandonati dall’uomo”: spazi interstiziali, frammentari, in cui vige una forma di vita improntata al bricolage. Non da oggi similmente funziona la scrittura poetica di Renata Morresi. Un piccolo folgorante libro di qualche anno fa, Bagnanti, è stato forse il modo migliore – obliquo e ironicamente allusivo – che la nostra letteratura abbia trovato, sino ad oggi, per trattare quella che la doxa banalizza enfatica come “la tragedia dei migranti”. E proprio una de-costruzione della formularità retorica del sistema dei media, “quella sì inscalfibile”, operano qui le “Anti-sismiche”.
Compito arduo per un poeta, si concederà, venire al mondo a Recanati; e del terremoto, che tre anni fa ha scosso questa terra, si ricorderò come fra gli epicentri fosse il paese di Visso, dove è conservato uno degli autografi dell’Infinito. Davvero una storia infinita è il massacro idrogeologico del nostro paese: e i poeti – da Zanzotto in poi – questa storia tremante l’hanno scritta sulla propria pelle, prima che sulla loro pagina. Anche in questa occasione i versi di Morresi fanno da antidoto alle “frasi […] prefabbricate” che al danno aggiungono la beffa. Lo straniamento tiene a bada la commozione e la pietà: come i “tubi / di impalcature” e il “nastro segnaletico con le barre / a strisce diagonali rosse e bianche” che, al modo della banderuola di Hölderlin, non cessa di “fischiare come carta velina” – “flap-flop, che al vento trema”.
E viene da tremare, proprio, di fronte allo sbriciolamento linguistico che, in forme diverse – ma devastanti, nella sezione eponima che mutua l’italiano freak dei traduttori automatici, mucillagine fermentante ricca e strana nella nostra posta d’ogni giorno –, si rivela lo stesso del nostro paesaggio: “la stessa patria, la stessa casa, lo stesso crac”. Crac morale e materiale insieme, senza più freni, quello di una “patria” che abbatte i suoi ponti – e rialza i suoi muri.
(Andrea Cortellessa)
