Il cannocchiale del tenente Dumont. Intervista a Marino Magliani

 

Il cannocchiale del tenente Dumont, Marino Magliani, L’Orma, 2021.

Intervista a Marino Magliani. Il suo ultimo romanzo è tra i 12 finalisti del Premio Strega.

Al centro del romanzo c’è la diserzione. Per giunta, dentro un romanzo storico. Come mai? Mi incuriosisce che tu voglia proporre questo paradigma in un momento in cui la storia si sta prendendo la sua rivincita dopo la fine della guerra fredda. Davvero, la dimensione della libertà oggi è la fuga?

Uno, Pasquale, scrive di ciò che conosce. Credo di avere una buona esperienza come disertore, i miei personaggi lo considerano un valore, io non giungo a tanto, ma ci sono stati momenti in cui ho considerato la diserzione un culto. La diserzione non è fuga, anche se poi si potrebbero trovare decine di forme di diserzioni. 

Un’altra curiosità è la forte presenza del territorio, la Liguria, in particolare. Racconti un ambiente che non esiste più. La campagna che descrivi è lontana dal naturalismo pastorale come dall’attuale e un po’ retorica riscoperta della decrescita felice. E’ la campagna dei nostri padri, quella pura e dura, da cui fuggire. Dietro l’apparente anacronismo del tuo romanzo sembra che soffi l’impossibilità di riconciliarsi col passato. Preferisci rapportarti allo spazio (i luoghi) o al tempo (la storia e la contemporaneità)?

Ho sempre visto e raccontato una Liguria che crollava in mare e stavolta volevo semplicemente guardare e inventare una Liguria a me sconosciuta ma che in qualche modo è la stata la Liguria della mia infanzia. 

I disertori, che emergono dalla campagna d’Egitto, seguaci di Napoleone, hanno scoperto l’hascisc, questo particolare mi ha fatto tornare alla memoria Edmond Dantes. Anche lui gode degli effetti psichedelici di questa pianta. Sull’isola di Montecristo la offre agli ospiti come una manna che si mangia. Lui, però, torna sempre allo scopo ultimo della sua vita, vendicare l’ingiustizia subita. Il tenente Dumont, invece, è condannato a vagare come un Ulisse senza Itaca. Davvero, non abbiamo speranze?

L’Ottocento francese ha fatto i conti con l’hascisc, pensiamo solo a Baudelaire, e tutto inizia decenni prima, con l’uso dell’hascisc, con le riserve giunte attraverso i reduci. A me pare che Dumont sia un personaggio vivo, che non vaga per, che non ha mai perso la speranza, che non può vendicarsi con il mondo intero, l’ingiustizia è quella di essere costretto a portare una divisa e trascorrere la vita a far guerre. Lascio aperto il suo futuro, le sue possibilità di riscatto, la sua arte, le sue montagne dove forse ritrova la dignità, il tempo, l’amore.

Storia, letteratura, finzione. Il tuo romanzo mi ha fatto pensare a Sciascia. I “materiali di questo libro” mi hanno richiamato le carte con le quali si fa la storia. Pensi anche tu che la storia non sia sufficiente a raccontare la verità? Che, per paradosso, sia la letteratura e la finzione a possedere la lente, il cannocchiale, per avvistare ciò che altrimenti ci resterebbe nascosto, invisibile.

Di certo la letteratura ha un suo ruolo, mappa zone sconosciute. Quanto ai materiale del libro, le coordinate, diciamo, non avevano e non hanno la pretesa di un confronto con Sciascia o di un tentativo al metaletterario, a volte, credimi, erano piuttosto degli schemi di cui avevo bisogno io, come autore, che alla fine hanno mostrato una loro funzionalità. Una precisione. 

Un pensiero su “Il cannocchiale del tenente Dumont. Intervista a Marino Magliani

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *