
Gli ospedali sono tutti identici, perché sei uguale tu, con il battito rapido, i pensieri che vagano nel mare della sofferenza, la gente che aspetta torcendosi le mani o con lo sguardo nel vuoto. Si passeggia, ci si guarda come animali in una riserva naturale, sapendo che qui non c’è niente di normale, neanche le preghiere, o le bestemmie. Medici e infermieri passano come esseri semidivini che non ti degnano nemmeno di uno sguardo; le donne delle pulizie sembrano registrare una presenza, per nulla interessate. Di là dai vetri, la luce è un richiamo irresistibile a qualcosa di vero, di creato da Dio, perché i pensieri, a volte, sono quanto di più lontano possa darsi. Ogni tanto passa un letto a rotelle con pazienti che farneticano, illudendosi d’essere ascoltati. Poi, figure indecifrabili, che è impossibile attribuire a categorie ben definite: una ragazza che procede a occhi bassi, un uomo in abiti civili, con la cartella nera, un giovane in tuta che cammina a gambe larghe. Ciò che unisce è l’attesa di qualcosa: un responso sanitario, una visita, l’agognata fine dell’orario di lavoro. Tutti attendono un esito: i famigliari di un malato, la dottoressa che ti scruta di sbieco, l’operaio rassegnato a caricarsi l’ennesimo carrello. Tutti aspettiamo un giudizio, perché nel sangue, da subito, comincia a circolare l’immagine di un re che ci dice venite benedetti, oppure via da me, maledetti, perché ero malato e mi avete, o non mi avete visitato. La fine della vita è una sala d’attesa dove scorrono le stesse facce di adesso, con lo stesso battito cardiaco; l’attesa del responso, forse, sarà meno stanca e rassegnata: è lì che si vedrà il discrimine tra cinismo e fiducia, speranza ed egoismo. Sarà un grande corridoio d’ospedale in cui solo due porte serviranno: l’una porterà alla luce, l’altra a un buio senza risposte, senza sguardi.

Giudizio, discrimine…parole rimosse dalla nostra cultura, che in questo vibrante affresco appaiono in tutta la loro potenza e verità.