Poesia italiana del XXI secolo

Niccolò Nisivoccia, vive e lavora a Milano, dove è nato nel 1973. Avvocato e scrittore. Collabora stabilmente con varie riviste specializzate e, anche su argomenti culturali e come editorialista, con Il Sole 24 Ore e con il manifesto. È autore di tre raccolte di frammenti poetici: Sulla fragilità, Le Farfalle, 2019, con nota introduttiva di Eugenio Borgna, Variazioni sul vuoto, Le Farfalle, 2020, con nota introduttiva di Nadia Fusini e Quasi una cosmologia, Interno Libri, 2021, con nota introduttiva di Vittorio Lingiardi. È inoltre autore del saggio La rinascita del debitore, Il Sole 24 Ore, 2020 e coautore, con Adolfo Ceretti, di Il diavolo mi accarezza i capelli, il Saggiatore, 2020.

“È tutto nei sensi, è tutto carnale. Questa terra, questo mare. Questa luce e la sua ombra, questo vento, questa croce. La tua voce. Il vedere, il sentire, l’assaporare. Il toccare, l’odorare. Il passato, il futuro, il ricordo di te, la nostalgia di ciò che ancora deve accadere. La solitudine, l’assenza, la presenza. Questa stagione che brucia, che preme, o questa che passa, che scorre, che non viene. Il tuo ridere, il tuo piangere. La gioia, i suoi lampi, il dolore, le sue pene. L’ebbrezza di un momento, o lo smarrimento. Il tempo. Anche il pensarti, il pensare. È tutto carnale – anche il bene, anche il male.”

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“Una figura denudata, scarnificata, quasi disossata – è comparsa sulla tela, è emersa dal pennello, nella notte. All’inizio erano solo boschi, e cieli scuri; o chiarori comunque notturni. Poi le figure, ma senza volto – il volto nascosto dietro un segno o una bava di colore. Poco più di un velo, di un’assenza: come un’ombra, o una promessa, come l’attesa di un’esistenza. Successivamente la promessa è stata mantenuta, e l’assenza ha preso forma e sembianze – di occhi, di sguardi per quanto scavati, di bocche per quanto serrate. Ma tanto bastava al dialogo, all’amore. Erano macchie di grigio, talvolta attraversate da stesure nere; erano nervi scoperti, urla mute, accuse e preghiere. Le parole sarebbero arrivate, un giorno o l’altro, il silenzio avrebbe fatto loro spazio. Forse sono arrivate, forse non le abbiamo sentite. Alla fine di tutto è tornata la notte – è tornata all’improvviso, nel cortile, fra i gerani e gli oleandri.”

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“Il dovere di occuparsi dei feriti, prima che dei morti.”

Da Quasi una cosmologia, Interno Libri, 2021.

(…) Come chiamare questi componimenti brevi in cui traspare l’impronta di chi fin da adolescente – lui come me – ha avuto il dono di leggere René Char? Per continuità d’omaggio potremmo chiamarli frammenti poetici, chiarendo però due cose: che l’insieme dei frammenti forma un discorso, ebbene sì amoroso; e che questo discorso cancella il confine che separa la poesia dalla prosa. C’è un altro confine che viene superato: quello tra la parola e il corpo. Nell’incertezza cosmologica del Quasi, infatti, Nisivoccia non ha dubbi su cosa porre al centro del suo cosmo: “il corpo, al centro della scena: in ogni sua gioia, in ogni sua pena”. Fino a immaginare l’inferno, che tutti noi pensiamo come l’abisso dei supplizi fisici, come luogo invece di assenze sensoriali e condanna all’impercepibile.  Queste poesie (questo poema?) sono una rivelazione progressiva e magnetica di sensi abitati da pensieri e di pensieri che si fanno corpo, un testo di parole che sono al contempo recettori tattili e sinapsi. Dopo la privazione pandemica, dopo la lunga attesa e l’incombere, direbbe Minkowski, della sua temporalità inversa, la cosmologia palpabile di Nisivoccia cura la nostra nostalgia di relazioni toccanti: “è tutto nei sensi”, “siamo corpi immersi nella Storia.” (…) Pagina dopo pagina verrete sfiorati da piccoli miracoli: scoprirete che è “nel toccarsi il senso del perdono” e che anche l’impresa impossibile, “far combaciare corpo e parola”, può diventare possibile.

(Vittorio Lingiardi)

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