
Secondo alcuni i titoli di testa di Toro scatenato (1980) di Martin Scorsese sono i più belli nella storia del cinema. Robert De Niro, nel corpo di Jack La Motta, saltella sul ring. Di fatto è una danza triste sulle note di Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni. Emozionante. I titoli, in effetti, sono importati, inseriti, secondo la scelta del regista, in testa o alla fine. Non fanno certo di un film mediocre una grande opera, tuttavia, possono renderlo memorabile, salvandolo in qualche modo. La Talpa (2011) di Tomas Alfredson è un film molto bello. Ma la sequenza musicale finale trasmette una commozione umana che lo porta quasi al limite del capolavoro, permettendogli di rompere gli argini del genere spy story. All’opposto, Animali notturni (2016) di Tom Ford è un film sopravvalutato. Eppure, gli opening credits, del tutto sconnessi con la storia, sono magnifici e misteriosi. Al centro, anche questa volta, un corpo che danza, è una majorette obesa che senza alcuna inibizione espone la propria nudità. Produce l’effetto ideologico della più naturale dichiarazione dei diritti dell’uomo. Rivendica un habeas corpus post-moderno e senza significati nascosti, puramente e semplicemente.
Perfettamente in armonia con l’intera opera capolavoro sono i titoli di testa di Uccellacci Uccellini, (1966) cantati da Domenico Modugno con la musica di Ennio Morricone. Indimenticabili. L’idea, però, fu presa da Jean-Luc Godard che li fa leggere ne Il disprezzo (1963). Poi ci sono quelli che subito aiutano lo spettatore fidelizzato a identificare all’istante il film. È il caso dei disegni animati di Emanuele Luzzati che introducono L’armata Brancalone-Vittorio Gassman (1966) di Mario Monicelli. Oppure i titoli della lunghissima serie di James Bond sulla splendida voce di Carly Simon, ingaggiata nel 1977 per il tema di 007 – La spia che mia amava (1977) di Lewis Gilbert. E il cartoon de La Pantera Rosa (1963) di Blake Edwards con il Pink Panther Theme di Henry Mancini. Non mancano le involontarie chicche. Per Blade Runner (1982) a Ridley Scott serviva un panorama aereo come scena finale per uscire fuori dell’ambientazione cupa di tutto il film. Fu Stanley Kubrick a donarglielo, preso da ore sopravanzate di girato da un elicottero in volo per Shining (1980). Infine, una menzione speciale meritano i titoli di testa di Sergio Leone. Il successo dei suoi Spaghetti western deve molto alle sperimentazioni audaci dei suoi credits, molti dei quali furono invenzione di un grafico autodidatta ma geniale come Iginio Lardani.
Tornando ai cult-films, i titoli di La donna che visse due volte (Vertigo) (1958) di Alfred Hitchcock contendono il primato a Toro scatenato. Anticipano il tema centrale del film con il richiamo onirico al vortice che può prendere la forma di una spirale o di un occhio, che richiama le visioni di Luis Bunuel. Tuttavia, si distinguono per armonia e bellezza geometrica gli opening credits de Il laureato (1967) di Mike Nichols. A questi si contrappongono quelli di David Fincher che possiedono una potente autonomia narrativa, tanto da essere, senza che ciò sia un minuente, dei veri e propri video-clips. E concludiamo con Michael Haneke. Dei titoli di coda di Niente da nascondere (Caché) (2005) abbiamo già scritto in un altro frammento. Qui lo ricordiamo perché in questo caso essi sono una porta socchiusa perché la finzione, almeno sul piano dell’emozione spiazzante, invada la realtà dello spettatore. E dà la lezione che i film vanno visti fino alla fine, anche quando si accedono le luci. Non si sa mai.
