
SILVANA KÜHTZ è nata a Bari, ha il cognome del nonno tedesco (ha anche un nonno salentino!). È ricercatrice confermata all’Università della Basilicata a Matera al Dipartimento Culture Europee e del Mediterraneo, e docente di Estetica e di Ascolto, Comunicazione, Creatività, nel corso di laurea di Architettura ed Educazione, Ambiente e cultura della sostenibilità nel corso di laurea di Paesaggio. La sua ricerca fonde teatro, scrittura, lettura, sensi, attraversamento dei luoghi, dell’invisibile. Conduce laboratori di sensorialità, creatività e lettura a voce alta per adulti e bambini. Ha creato www.poesiainazione.it. Nel 2014 ha vinto il premio Gatto con 30 giorni, una Terra e una casa, pubblicato da Campanotto ed. Finalista al premio InediTo, festival delle colline torinesi 2016 con una silloge tuttora inedita, VISCERA. Nel 2018 è stata pubblicata da Spagine del Fondo Verri una sua raccolta di prose poetiche: Quel che resta del bello, e una silloge poetica Manuale di Fisica Ostica da Musicaos. Collezione di piccole felicità, pubblicato da Casalta di Firenze è un volume con suoi testi e foto di Andrea Semplici. Da marzo 2021 dirige il Festival della Parola | Abitare Poeticamente la Città. Dal 2022 è responsabile cultura e creatività del Digilab, Politecnico di Bari.
w.
il corpo si disfa già in vita,
si perde si sfalda, si sforma e ritira.
Il corpo s’attira al pianeta, fa sua
la forza della mela caduta
in testa allo scienziato. G si chiama
la gravitazione universale
un punto g è ciò che ci tiene
ancorati e tira fuori da noi
l’essenza, ci lavora, ci misura, ci pesa
giorno dopo giorno, mai lascia la presa.
Un peso ha, dice, pure l’anima.
*
Z.
insieme alla rete del pescatore
s’è persa la trama della sorte del mondo.
Due più due fa quattro e dalla conchiglia
viene Fibonacci e la sua serie perfetta,
inesorabile, che dice dell’ordine del tutto.
Che santo giorno quello dell’effimera
storia circolare di una palla azzurra
lanciata nel vuoto. Ascolta il passo
antico di un grido che porta un tuono e canta.
La fisica, la chimica, le han dette materie
e invece sono ciò che siamo,
tutto ciò che accade dentro e fuori di noi.
Da Manuale di Fisica Ostica, Musicaos editore, 2018.
*
Upsilon.
Un rimorso mi punge, ho usato parole spietate
nel tempo in cui tutto è solo in un modo o nell’altro.
Non credevo che chi si agita intorno a noi
prima o poi sparisce davvero, come un alito.
Cosa dopo? è la domanda crudele, secca come
una prugna, siamo al mondo perché c’è posto?
Qualcuno di noi deve sempre ricominciare
ha una vita su cui il sole sembra brillare poco
poi, il tuffo inatteso delle memorie bambine,
di tutti gli avanzi delle passioni, a simiglianza
di una nevata in una aurora.
Lasciate che vi racconti la storia
della notte che mi veniva incontro,
fiutandomi come una preda.
Mi arrivava solo la nerezza
degli elementi, i rotolanti marosi del
labirinto interiore. A chi destinerò ciò che resta?
a chi questa giacca di pelle, questo ciondolo,
questo ninnolo. a chi la casa, la terra, le cose,
denari, lampade, mobili, gatti e tappeti?
chi userà le foto dentro il computer,
le password, i profili, farà ordine nel silenzio
del dopo che resta? il dopo, è come una nube
di merletti, un confuso affollarsi di dolori.
Ma quest’oggi è ancora un prima, posso dialogare
con le cose visibili e invisibili, esercitare un potere
sugli oggetti tangibili e friabili, rinnovare i voti di amore
libertà e resa all’universo splendore di tutto.
Inedita dalla raccolta Fare la bellezza agli speri.
Il logaritmo in una fetta di pane. La radice quadrata nella genesi di un fiore e quindi di noi stessi. Sì, la poesia è l’ultimo miracolo dei nostri tempi, perché ci permette di vedere e trovare cose dove gli altri non le trovano. Leggere i versi di Silvana Kühtz presenti nella sua raccolta Manuale di Fisica Ostica (Musicaos editore, pagg. 70, euro 10), significa celebrare quell’ultimo miracolo moderno, quella poesia-fantasia che è invenzione ma anche realtà, quasi un’equazione di vita e di lingua che ci conduce per sentieri imprevisti, tra parole dure e impreviste anch’esse, tra corpi che attraversano feritoie e paesaggi lunari inimmaginabili.
La sorpresa è nell’indefinito/definito dei versi, nella scrittura sofferta e affascinante della barese Silvana Kühtz, scrittura che sembra illustrare un paradosso della poesia e che invece, alla fine, è poesia pura. Fisica ostica che sa di ossa e di numeri, di lettere dell’alfabeto che segnano ogni componimento, quasi a voler celebrare la forza della parola. Un’arte del rammendo e dell’amore: sì, perché c’è pure quest’ultimo nella «fisica ostica» della nostra vita e si compone a volte di «uno di quei baci che volano/ e solcano i mari le terre (…)/ che superano i disordini/ tutti quanti i disordini/ di questa gente allo sbando/ che siamo noi assolati/ sconfitti sbandati storti».
L’urgenza dell’ordine emerge ad ogni tratto e la risposta è in quei numeri ostici che lasciano presagire un ordine impossibile, irrealizzabile. Di fronte al quale, per fortuna, ci salva la libertà eterna della poesia. E dei poeti che sanno spiegarla al mondo.
(Enrica Simonetti
sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 15 marzo 2019)
