Continua a leggere. 63


Che sia la volta buona? Che davvero, questa volta, cadano le squame, che si cominci a vivere, ora, proprio ora che cambia il tempo, che il sole dei giorni passati cede il posto alle nuvole – bianche, grigie, nere -, che l’acqua spazzi vie le maschere e non resti che la nuda verità? I preparativi sono incerti, non sai mai se basteranno le valigie, se basterà il viaggio per tornare fra persone che di te non sanno nulla, mentre tu sai quasi tutto, di loro. Il silenzio di attimi, che divide un brano dell’organo dall’altro, ti ricorda che c’è un poi rispetto alla realtà, un abisso di silenzio in cui fare le tue scelte, in cui il giudizio finalmente cade, come quel giorno che parlaste e tu sentivi che nulla era più come prima, e che i passi della gente, l’abbiare dei cani, l’oscillare degli alberi era quello di sempre eppure tutto era diverso, come se le cose incontrassero una luce accecante che le trasformava. Pregare, inginocchiarsi, giungere le mani, gesti che si fanno in automatico, rituali che danno sicurezza, forme che la gente può approvare: la gente, la gente, come se la gente fosse qualcosa, come se non fossimo veri solo davanti a quell’abisso di silenzio, tra un brano d’organo e l’altro, come se ogni azione, ogni sguardo, ogni parola, non fossero la copia difforme di qualcosa che suonerebbe vero solo in quel silenzio, tra un brano e l’altro, tra una vita e l’altra, fino al giorno in cui ogni mossa sarà autentica, il volto del Cristo risorto, le mani non più giunte, i ginocchi ritti, lo sguardo fisso su di Lui, in attesa di una Sua sentenza, eppure tace, tace, non dice una parola, solo ti guarda, come se chiedesse a te di raccontarti, di vedere in un attimo tutta la tua vita, di cercarne il senso, di capire se resista un gesto, una parola, la cipollina data al mendicante, il sorriso regalato per nulla, la mano tesa verso l’altro, se ci sia stato anche solo un atomo, una particella subatomica, che si possa chiamare, anche di sbieco, anche forse per sbaglio, che si possa chiamare amore.

Un pensiero su “Continua a leggere. 63

  1. S&R

    Bellissima questa ricerca che sbocca nella domanda più importante, quella che probabilmente ci sarà posta al termine dell’ esistenza: ho saputo seminare amore, “anche di sbieco”. Forse varrebbe la pena di cominciare a chiederselo già, ogni tanto.

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