
Mentre mia madre prega i vespri, il ventilatore tenta di fare il suo dovere in questa estate di caldi africani, come salmi di lamento, con spartiti di tenebre e dolori che si affacciano comunque la metti, per questo reagire è decisivo, non cedere a quello che chiamano sconforto, il contrario esatto della consolazione, ricordi? il profeta che cantava: consolate, consolate il mio popolo, perché Dio non è invecchiato, ricorda che i caldi africani, le malattie materne, le morti dei figli, gli insuccessi nell’ambiente di lavoro, la minestra bruciata, la badante triste, ricorda che tutte queste cose potrebbero precipitare in ciò che chiamano sconforto, esattamente contrario al consolate, e persino gli psicologi ci avvertono che invece di cedere al cosiddetto sconforto, conviene scrivere ogni giorno le dieci, venti cose che ci fanno contenti, di noi e degli altri, perché a forza di scrivere, giorno dopo giorno, mese dopo mese, ti accorgi che non tutto è dolore, che un raggio di luce sopravvive, che ce la mette tutta, il nostro Dio, a consolare il suo popolo, proprio perché è il popolo a non avere più occhi per vedere, né orecchi per udire, il popolo – diciamoci le cose come stanno – vuol essere infelice, ed è per questo che don Mario scriveva, scriveva e sudava, sudava e scriveva nella cappella dei francesi, per insegnarci che dieci, venti cose in un giorno vanno bene, anche solo camminare, respirare, essere al mondo, condividere la storia, partecipare all’avventura del cosmo, accorgersi che l’intero universo è accarezzato da Dio, che ripete, forse più di allora, consolate, consolate il mio popolo, stretto tra guerre e pandemie, unito da un grido soffocato, la litania dei vespri, mia madre che mi fissa, come fossimo alla fine, come non dovessimo più perderci nemmeno un fotogramma di questa vita breve, della preghiera che ha sempre il fiato corto, vero lettore? che ha sempre il fiato corto, vero lettrice? e ha bisogno di fermarsi, di riempire i polmoni, di esporsi alla carezza incerta del ventilatore, e anche a quella di Dio, di chiedersi ancora una volta chi potrà consolare questo mondo che dimentica persino perché soffre, che non trova più le dieci, venti cose che in un giorno andranno pure bene, e che a forza di scrivere, giorno dopo giorno, mese dopo mese, faranno sopravvivere la luce.

Mi hanno regalato un libretto che si intitola “il diario della gratitudine”, colmo di graziosi disegni floreali, con righe bianche in cui scrivere per cosa sono grato oggi? Si, la gratitudine per le piccole grandi cose di ogni giorno, un respiro più ampio che vibri coi fiori e le stelle, e soprattutto una visione del dolore come qualcosa di intrinseco e necessario alla vita, all’amore, certamente aiuterebbero a cambiare prospettiva.
Sì, la gratitudine e la consolazione e il sorriso contro lo sconforto. Grazie.