Poesia italiana del XXI secolo

Francesco Marotta è nato a Nocera Inferiore (SA) nel1954. Laureato in Filosofia e in Lettere Moderne, insegna Storia e Filosofia e risiede in provincia di Milano. Ha tradotto Bachmann, Bolaño, Bonnefoy, Char, Celan, Jabès, Sachs, Bergeret. Autore di numerose raccolte poetiche. Da anni gestisce uno dei più autorevoli lit-blog, Rebstein – La dimora del tempo sospeso.

C’è sempre un’ombra
che ci somiglia, rinserrata
in noi, nelle pupille,
come cenere nell’urna,
come una vela nel porto
alla fine di una lunga traversata.
La strada degli occhi
è costellata di onde
che il giorno visita una ad una
prima di immergersi nell’oblio
di quarzo degli abissi.
È cammino di voci
che bussano alle tempie
in cerca di dimora,
è fiochi grani di pollini
vaganti in reti di alveare,
è lingua di sorgente in attesa
del deserto in cui svanire.
Immagina una rosa di nessun luogo,
la rosa dei miraggi,
nella cui luce il tempo schiuma
unguenti di destino,
e senza suoni
guarisce la ferita delle sabbie.

Da Fiori di nessun luogo, 1986, inedito.

*

Specchiata nel lume ghiaccio
della notte, lingua e canto
di terre dissolte in pozze di luna,
la costellazione
invisibile di un seme.
Nessun legame lo trattiene,
la sua sola memoria
è un passato
votato a diventare foglia
nell’abbraccio materno dell’alba.
Fermenta come olio
evaso da lampade di tenebra,
annaspa nella vertigine
fonda di una zolla, schiude
i suoi occhi d’oasi tra i sassi –
inaccessibile respiro
del mondo che si fa voce
e parla dalle labbra della luce.

*

riesce più il sale a
dire la verità del
la luce, quando il suo
nome è un’eco, un’
impronta su
un foglio di via, come
avviene tra il fuoco e
una vela
arenata in onde di brace
o allevando porfidi d’acqua
per la sete di
segni
illeggibili, cresciuti
in punta di dita, anche ieri
fa giorno da un
grumo di secoli, sottrae
domande ai ricordi e
si pensa, già in odore
di sabbie, risalire i tuoi
occhi fino all’aria
che brucia, ora
tace, l’inverno è
un pantano di fumo, tu
comincia a guardare il
rivo di pioggia
che ti esce sangue dai
pori

Da Impronte sull’acqua, Le Voci della Luna, 2009.

*

(Ars poetica)

note per improvvisate metafore
vagando tra storie che sfumano in acque di eventi interdetti
tumescenza per troppo furore
passando in rassegna
ectoplasmi di neve
e si fugge
solo intuibile l’ubiquità di certi bagliori
adiacenze di tregua nel buco del culo del mondo
dove le foglie reclamano spazio
ai cieli consunti in deliri di tenebre acerbe
ingiunzione a stremare l’interno
la vita vissuta per interposta persona
che pende
riprende lo slancio
s’avvita nel vortice di minute torsioni
intenzioni di stile
emozioni
l’età che ritratta umbratili vuoti
eiacula ritmi di sensi straziati
l’immagine si fissa nel gioco
la luna che ha sete avvicenda rumori
tu dici del verbo dovrebbe segnare l’inizio e alla fine
ultimarsi nel gergo
controllare sintassi di simboli
epigrafici grumi di fango
orme di esistere ai margini
comunione di sguardi tra sangue e altro sangue
e forse incede
resiste
ci sarà qualche gesto un solco più fondo
un fiore nell’implume materia
sutura di un grido
un accento di luce scampato a fluenze
di lacrime e
merce

*

Fino all’ultima sillaba dei giorni

scrivere è un destino covato dall’ombra delle ore
la spina amorosa di chi non lascia niente alle sue spalle
perché essere cenere, sostanza di vento
è inciso da sempre a lettere di fuoco
nelle pupille dei segni che trascina – un canzoniere
infimo, un breviario di passi senza orma
tracima sillabe d’innocenza e memoriali di sabbia
dalla brocca silente che disseta il labbro,
quando parole malate d’aria si staccano dalle mani
precipitano nell’impercettibile abisso
di una pagina –
scrivere è un’ora covata dal destino
la spina che costringe il corpo in reticoli d’albe in piena notte
e punge fruga ricuce orli slabbrati lacera la carne
fino a che sanguinano anche i sogni,
fino a che l’immagine fiorisce in echi di sorgente
gli alfabeti rappresi dentro un grido
(sono queste le voci che mancano a una pietra
per sentirsi un arco lanciato verso il cielo,
sono questi gli accenti
che scortano il seme alla sua tomba di luce – al precipizio ardente
dove la morte è presagio di stagioni,
oracolo dei frutti e del ricordo)

Da Hairesis, 2007; Terra d’ulivi, 2016.

Le parole di Francesco Marotta ci arrivano da una “scienza che germoglia / in ciechi giunchi”, in uno slittamento continuo del senso nel suono, all’interno di una metamorfosi del linguaggio, e pur sognando se stesse continuano a cambiare direzione, come le colate laviche di un vulcano silenzioso e mai spento. «Si brancola nel vuoto, nel deserto, nelle sconnessioni di senso. Se il poeta è profeta, lo è nella misura in cui la sua visione trae origine da quanto vi è di umano: finitudine e incompletezza»: Luigi Metropoli descrive così la visione del suo mondo poetico. Un universo frammentato, indefinito, metamorfico, ma pullulante di parole che si intrecciano ad altre parole in un dire ininterrotto che traversa dolorosamente tutti i silenzi. Osserva Lucetta Frisa: «Dalla ferita di Francesco sgorga la melopea liturgica del canto – sangue non rosso ma bianco, come trasmutazione alchemica dell’angoscia». Questa melopea tenta di ricucire il lutto con l’esorcismo ostinato della parola, sublimato in melodia. «La poesia risulta dunque un a-priori: è lingua-madre e genera senso attraverso scarti, urti, flessioni, ellissi, ossimori. La parola scatena reazioni di immagini, è essa stessa immagine e dato reale»: Ivan Fedeli intuisce qui una fondamentale verità della poesia marottiana: la parola non ha mai nulla da dire e niente da aggiungere al mondo delle cose evocate. Non ha biografie, racconti, sorprese. Esiste come parola che genera e rigenera parole, dentro una frase ipnotica e infinita, una frase interminabile, fatta di sillabe spezzate che tentano di ricucire il filo perduto. L’io non esiste di fronte al dolore del mondo perché un dio crudele ha già deciso. Ma si può ancora cantare negli interstizi, nelle pieghe della ferita. Necessariamente.

(Francesco Marotta)

 

2 pensieri su “Poesia italiana del XXI secolo

  1. Giovanni Nuscis

    Grazie, Pasquale, è sempre un dono leggere e rileggere la poesia di Francesco Marotta.

    Giovanni

    Rispondi

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