
L’antropocene al cinema si declina in catastrofi o fantascienza. Impressionante è vedere il letto del Tevere completamente prosciugato nell’ultimo film di Paolo Virzì, Siccità (2022). La trama è meno inedita. L’aridità è quella dei sentimenti. Quando riscopriremo la nostra umanità comincerà a piovere (ma può essere il contrario, comincerà a piovere quando ritroveremo la nostra anima autentica). Ridley Scott gioca con una suggestione opposta in Blade Runner (1982). Nel suo futuro piove sempre. Nel sequel, invece, Blade Runner 2049 (2017) di Denis Villeneuve, sopravviene la neve a ricoprire ogni residua traccia del nostro passaggio. Il mondo di Waterworld (1995) di Kevin Reynolds, poi, sembra un contrappasso: le guerre di oggi hanno l’acqua quale oggetto del contendere (Le guerre dell’acqua, Vandana Shiva, 2003). Il film, come si sa, fu un flop, ma non impedì allo sceneggiatore David Twohy di ritornare sulle catastrofi climatiche, questa volta da regista di The Arrival (1996). Con un particolare non secondario: il riscaldamento globale è stato provocato dagli alieni.
Una catastrofe ambientale stimola la creazione di intelligenze artificiali in A. I. (2001). Stanley Kubrick avrebbe dovuto girare il film, ma la sua scomparsa fa passare il testimone a Steven Spielberg, che realizza questa rilettura post-moderna di Pinocchio. Anche il registra di Parasite, Bong Joo-ho, si cimenta con questi scenari in Snowpiercer (2013). Lui immagina, però, un mondo interamente innevato a causa dell’avvento di una nuova era glaciale. La terra è diventata praticamente invivibile e gli esseri umani sono condannati a viaggiare in moto perpetuo dentro un treno. Siamo nel 2031 e i vari scompartimenti, come un tempo nel passaggio dalla prima classe alla seconda, riproducono una ferrea divisione sociale tra i privilegiati, che vivono nei vagoni di testa, e i miserabili che in coda si nutrono di barrette proteiche prodotte con scarafaggi. Tra i più sensibili al tema, Leonardo Di Caprio ha prodotto un documentario come Before the Flood – Punto di non ritorno (2016), e ha interpretato una delle più brillanti satire sulla fine della terra ultimamente prodotte, Dont’look up (2021). Insomma, disastro nucleare a parte, una cosa è chiara: l’antropocene rischia di portarci alla fine del mondo. Ecco, che The Day After Tomorrow (2004) di Roland Emmerich segue The Day After (1983) di Nicholas Meyer, aggiornando la causa della catastrofe.
La Bibbia lo aveva già preconizzato, immaginando la prima fine del mondo per effetto di un diluvio universale. Infatti, ne Il giudizio universale (1961) della grande coppia Vittorio De Sica-Cesare Zavattini, quando scocca l’ora della fine, inizia a piovere. La speranza è che Dio scelga di procedere in ordine alfabetico. E beato chi di cognome fa Zuzzurellone.
