
Prima domenica di Quaresima anno A
[Gn 2,7-9;3,1-7 Rm 5,12-19 Mt 4,1-11]
“si accorsero di essere nudi”.
Forse, quaresima è proprio accorgersi di “essere nudi”.
Erano sempre stati nudi, Adamo ed Eva, ma ora si accorgono di esserlo. Il fatto nuovo è la loro consapevolezza. Era stato preannunciato dal serpente: “qualora ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi”. Ora, gli occhi si aprono e la prima cosa che vedono è che “sono nudi”.
È questa la “conoscenza”? È questa la “sapienza”?
Fino a quando le relazioni sono vissute come date non ci si rende conto di essere nudi. Tutto è tranquillamente offerto alla nostra fruizione come se non potesse che essere così. È quando la relazione è messa in discussione che appare la discrepanza fra ciò che si è e ciò che si mostra. Accorgersi di essere nudi è percepirsi come inadeguatamente esposti ad un giudizio che necessariamente può cogliere solo parzialmente ciò che siamo e ciò che siamo è ben più, ben altro di ciò che appare. Da qui il pudore. Il primo emergere della “consapevolezza” non è legato alla trasgressione del comandamento, ma allo scoprirsi inadeguati di fronte all’offerta di relazione piena che era stata fatta. Ciò che conta, per Adamo ed Eva, è la relazione con Dio. Solo di fronte a questa si misura la relazione con se stessi. Il peccato è interruzione o offuscamento di questa relazione; per questo, a causa del peccato, si instaura una sorta di alienazione dell’uomo da sé. Non è trasgressione: è, semmai, tradimento. Pretendere di “conoscere” è pretendere di possedere l’oggetto di conoscenza. Dio non si conosce perché non si possiede. Solo nella relazione è dato entrare in quella dinamica che libera e che salva. Quando abbiamo preteso di “conoscere il bene e il male” siamo stati solo capaci di affermare la nostra brama di possesso di noi stessi. Ma noi siamo ciò che siamo solo all’interno di una relazione fondante, che si pone come unica matrice di “bene e di male”.
Così, l’accorgersi di essere nudi, per noi, è scoprirci, a nostra volta, inadeguati rispetto al progetto originario, rispetto, cioè, al disvelamento di sé. Non siamo ciò che le cose ci danno da credere. Non siamo le nostre paure e le nostre incertezze. Prima di tutto, siamo oggetto di amore, amati, e, per questo, costituiti capaci di amore.

Bella questa riflessione, riporta al cuore della Legge e della Rivelazione: Dio è amore, e l’amore è relazione.
Grazie!