Poesia italiana del XXI secolo

Maurizio Manzo è nato a Cagliari nel 1961. Ha pubblicato nel 1985 Coreografia del ghetto storico (Edizioni Castello) e nel 2014 Sette terribili ostriche e una perla (Edizioni Lepisma). Nel 2016 la raccolta RIZOMI E ALTRE GRAMIGNE. Alla XXVIII edizione del Premio nazionale di poesia Lorenzo Montano ha ricevuto una menzione speciale per la raccolta Anamorfiche e altre Distorsioni e per la poesia Traccheggio. Suoi lavori in prosa e poesia sono presenti in vari lit-blog.

i canali separatori del ricordo
lasciano segni incolore
non sappiamo mai in che
scomparto dividiamo le sequenze

disegni che accompagnano
i primi passi il cordone ombelicale
le banche dati le staminali
i terminali le terminazioni

il rimpasto umano
sotto lampade cieche
che disperde in grumi la luce
i lineamenti esasperati

l’equipaggiamento linguistico
affiora dopo il sonno
lo trovate sotto la fronte
somiglia a un abbandono

simile a uno sfogo
oppure alla luce serale
che non conduce da nessuna parte
e a volte produce orticaria

il vento si affaccia prima
sul viso lo ingoia e lo risputa
in forma grecale maestrale
scirocco fino al termine del suo sibilo

in parte non potrai più farne a meno
vai al punto di partenza
accade tutto velocemente
che perdi il passo e resti di sasso

il mondo che il destino affetta
si ritrova in alcune gocce intatte
ma nessuno ti dice come non farle
evaporare che sull’asfalto non rimbalzano

*

come sfila debole
il resoconto delle colline
smazzate dal sole
sembra ridicolo correre
quando perdi il ritmo
e ti sfianca il respiro
si avvicinano i sassi senza
riflessi il plesso che risalta
tutto il silenzio che sborda

*

riconosco la voce poi dormo
si appiattisce il mondo
il fondo di quello che tocco
penso allo stupore a come si scioglie

nel mare dici ora è la schiuma
oppure il sale o uno scoglio levigato

*

Ci sono dei pali e dei fili
delle linee che pendono
a cui ti appenderesti
per parlare a lungo —
sotto la pioggia sfugge tonalità
sicurezza ti sembra che i pesci
vedono così quando non ascoltano.

*

guardi dal vetro le campagne
o gli interstizi stradali pensati
per gli incontri per la misurazione
dei sorrisi l’intreccio dei pensieri
delle scintille quando non è più ora
e lo capisci dal senso della luce
che non solleva più polvere
né coglie destini.

La poesia di Maurizio Manzo possiede una natura deleuzianamente nomadica e organica, strutturata com’è per successive stratificazioni, percorsi randomizzati e sentieri ininterrotti che si biforcano intrecciandosi sui crinali indecidibili della significanza polirematica ma che, nell’assemblaggio del discorso poetico, decidono razionalmente di darsi un senso; e tuttavia questa de-cisione si compie nell’istante stesso del proprio de-cedere, ovvero nell’atto indefesso e mai lasso del mancamento di univocità e di-rezione. La liturgia della Parola, per questo motivo, si ritualizza attraverso una forma espansa e reiterata, quella strofica appunto, fenomenologizzata talvolta in un lirismo metamorfico, ovvero trasformato dalla chimica lessematica del gioco linguistico di volta in volta assembrato, altre volte sotto forma di labili connessioni di significato fra il titolo e il proprio dispiegamento ex-hibito. Una ritualità allopatica e antinaturista, elaborata dal Poeta-Demiurgo nel laboratorio segreto della mente, sia che si diano alla lettura scorci sentimentali e paesaggi interiorizzati, sia che vengano messe in atto descrizioni quasi alla Ponge di oggetti, gesti, sensazioni, in una sorta di Alchimia del Verbo 3.0 in cui la libera lezione associativa tra immagine e percezione di Rimbaud non è che una delle vaghe suggestioni sparse nel testo.

(Sonia Caporossi)

           

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