
Il praticante avvocato
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La decisione di fare l’avvocato la presi in Irlanda, a Dublino. Era il maggio del 2002. Mi ero laureato da meno di un mese con un noto professore dell’università di Bari, carismatico e simpaticissimo. La tesi era noiosa ma l’argomento era romantico, d’altri tempi: “L’usucapione abbreviata delle servitù prediali”, era il titolo. L’accettai, anche perché era l’unica che mi consentisse di laurearmi in breve tempo. Mi sarebbe servita poco, dopo; però ricordo che feci un bel lavoro di ricostruzione storica e giurisprudenziale degli istituti coinvolti, citando sentenze che risalivano addirittura ai primi del ‘900. All’epoca, volevo fuggire dal mio mondo. Volevo la libertà.
Gli anni dell’università erano stati interminabili e faticosi, segnati da crisi esistenziali, pene d’amore e tremende fasi di stress che avevano messo a dura prova la pazienza e la tolleranza di chi mi voleva bene. Ottenuta la laurea, con il sollievo di tutti, tramite conoscenze di famiglia riuscii ad avere un appuntamento con un professore che insegnava a Bari e alla Luiss “Guido Carli” di Roma. Gli spiegai quello che mi sarebbe piaciuto fare. Mi diede qualche dritta e mi offrì la sua disponibilità. Dopodiché salutai parenti e amici e con la mia fidanzata, premurosa e amorevole compagna di vita, partimmo alla volta dell’Irlanda. Fu un disastro. Dublino era una città con grossi nuvoloni atlantici nel cielo, ma a sprazzi anche assolata (era maggio, d’altronde); un po’ desolata in periferia e chiassosa, caotica in centro. Secondo i miei piani, dovevo restarci alcuni mesi per perfezionare l’inglese, poi mi sarei dovuto trasferire nel sud della Francia, a Carcassonne, per perfezionare il francese e quindi andare in Venezuela, da alcuni miei parenti, ad imparare lo spagnolo. Infine, avrei dovuto frequentare a Roma, alla Luiss appunto, un corso per l’accesso alla carriera diplomatica. Una follia, se ci penso.
Meraviglioso il mio piano, però. Meraviglioso il mio desiderio, il mio sogno di diventare diplomatico e di girare il mondo a spese dello Stato italiano vivendo nei posti più belli. Meraviglioso, ma in pratica era una follia.
Rimanemmo a Dublino tre giorni. L’idea di fare il cameriere in un pub non mi si addiceva affatto. Forse era troppo grande per me, per me che ero cresciuto per strada, anche il desiderio di intraprendere la carriera diplomatica. Forse ero partito troppo allo sbaraglio, senza un minimo di organizzazione alle spalle. Forse non ero ancora pronto. Non lo so. Durante i tre giorni irlandesi, comunque, mi resi conto che se fossi rimasto, e avessi deciso di seguire i miei piani, avrei certamente imparato bene l’inglese (vero e proprio tormento della mia generazione) ma i miei affetti, la mia casa, il mio mare, le mie abitudini, i miei familiari mi sarebbero mancati per sempre. Mi resi conto che il mondo dal quale sognavo di voler fuggire in realtà mi sarebbe mancato tantissimo, e non volevo perderlo. Per cui facemmo come back: tornammo a Barletta, con lo stupore di tutti e la gioia di mia madre.
Nei giorni successivi, con l’ego comprensibilmente ridimensionato, andai a bussare alla porta di colui che per alcuni anni sarebbe stato il mio dominus e che pure aveva incoraggiato il mio delirio di sognatore postuniversitario. Gli chiesi se potevo svolgere la pratica forense presso il suo studio. Era un avvocato noto in città, anche per la sua attività politica, e in quel periodo all’apice della carriera professionale. Penso che gli piacessi: diceva che avevo “l’aria europea”. Inoltre, indirettamente, per via della mia compagna, eravamo anche un po’ parenti, e poi la mia famiglia aveva discreti interessi economici da tutelare … Sicché mi disse di si, dopo aver liquidato con alcune battute la mia débâcle dublinese. Così mi comprai una giacca nuova, blue, di cotone leggero, molto elegante, ed ebbe inizio la mia avventura nel mondo dell’avvocatura e nell’universo della giustizia.
La giustizia: fatto umano affidato alla fallibilità dell’uomo. E non mi si dica che appartiene a Dio, la giustizia, che è solo una scusa per giustificare le nefandezze, in terra, degli uomini, in fatto di giustizia. Era scoppiata l’estate, intanto, e con essa il caldo umido ed appiccicoso del nostro sud. Sbrigai alcune pratiche amministrative al Consiglio dell’Ordine e a luglio, ai primi di luglio del 2002 misi per la prima volta piede in Tribunale. In realtà, c’ero già stato qualche altra volta durante l’università. Con alcuni amici, studenti di corso, eravamo stati a Bari e anche al Tribunale di Trani per seguire alcune udienze penali.
Il processo penale è più spettacolare di quello civile, esercita di sicuro una maggiore vis attractiva sul pubblico, se non altro per le cause discusse; per quanto ci si rovini la vita più facilmente, e più spesso, per beghe condominiali o per sconquassi familiari.
La prima volta che misi ufficialmente piede in Tribunale, in veste di praticante avvocato, si trattava proprio di una di quelle cause apparentemente di poco conto: rapporti di vicinato tra proprietari. In macchina, ricordo, eravamo in tre oltre al nostro dominus: io e altre due colleghe, anch’esse come me praticanti. Ricordo, inoltre, che durante il tragitto, per la gioia dell’avvocato (il quale, come buona parte della classe forense e degli uomini di legge, mostrava una certa sensibilità per l’arte e la letteratura) si parlò di Proust e di Jules Verne e del nord della Francia, dove Proust aveva trascorso, fino a quando aveva potuto, le sue vacanze, e Jules Verne invece, ad Amiens per l’esattezza, aveva vissuto ed era morto. Si parlò anche della causa, di cui il dominus, con linguaggio forbito e antico, evidenziò le criticità e gli elementi a favore. Ricordo ancora che rimanemmo stupiti e anche un po’ intimoriti per come quella controversia, apparentemente banale, toccasse tutta una serie di argomenti classici del diritto civile: le successioni, i contratti, le società, i diritti reali. Capii che bisognava studiare e imparare tanto per arrivare a quei livelli.
L’aula d’udienza era una stanzetta al secondo piano del Palazzo di Giustizia, uno dei vari palazzi in cui da secoli si esercita la giurisdizione nella città di Trani. La stanza era disadorna, ma si affacciava sul mare. Infatti dalla sua unica, grande finestra, da ogni sua angolazione, si poteva vedere il mare, solo il mare e il cielo; e l’azzurro del mare e del cielo, confondendosi all’orizzonte, entravano in quella stanza, vi irrompevano dilagando dappertutto come per rinfrescare le facce madide e accaldate dei presenti. Il giudice, un altro presidente di sezione flaccido e di mezza età, aveva l’aria stanca e annoiata da anni di stipendio fisso e scatti di anzianità automatici e demotivanti. Seppi, dopo, che si stava separando da sua moglie in modo burrascoso, con tre figli piccoli, contesi da gestire. Gli scherzi del destino, a volte … il calzolaio con le scarpe rotte! L’avvocato di controparte, invece, sembrava un sindacalista della CGL: rosso in volto, ma non per l’abbronzatura, e con un riporto indecoroso di capelli neri, verosimilmente tinti, sbatteva i pugni sul banco col disappunto del giudice e si infervorava ogni volta che prendeva la parola; ma si vedeva che il suo fervore e la sua veemenza erano dovute alla rabbia per la sua incapacità di esprimere al meglio ciò che voleva dire.
Uscendo dall’aula e poi dal Tribunale, camminando lungo il fossato del Castello per raggiungere la macchina, con la Cattedrale alle spalle e, sotto, il mare, l’odore del mare che si infrangeva sugli scogli e saliva su, nelle narici, facemmo le nostre riflessioni tecniche ed esprimemmo le emozioni della nostra prima volta. Ci saremmo rivisti in studio nel pomeriggio, alle cinque, per studiare i fascicoli e preparare le cause del giorno dopo. E così fu per i due anni successivi, fino all’esame di abilitazione.
In realtà, l’idea di fare l’avvocato l’avevo sempre accarezzata, pettinata, coccolata. Era lì, da qualche parte dentro di me, come una di quelle cose che si conservano in un armadio, in un cassetto, sapendo che prima o poi ti potranno servire. Era stato un ripiego o, ad un certo punto, una scelta obbligata quella di voler fare l’avvocato? Non lo so … So solo che spesso, durante gli anni di università, mi capitava di pensare al mio futuro studio legale (così come da bambino mi esercitavo spesso con la mia firma, chissà perché) e me lo immaginavo ben arredato, a volte in stile classico, altre volte in stile moderno, ultramoderno. La mia stanza me la immaginavo sempre piena di libri, alcuni antichi, su un paio di ripiani, con una bella scrivania, grande e ordinata, in un angolo un divanetto, un bel lume e una poltroncina e, alle pareti, alcuni quadri d’avanguardia, spregiudicati e conturbanti. Il tutto in un’atmosfera molto elegante e seducente, come del resto mi raffiguravo io nelle vesti di avvocato: sobrio e dai modi gentili, fiero e slanciato nella mia mise impeccabile. Ecco, per anni ho pensato alla professione dell’avvocato soltanto da un punto di vista estetico: l’arredamento dello studio, appunto, lo stile del mio abbigliamento, il tipo di targa da mettere sui citofoni del portone. Mai mi sono chiesto, pur studiandolo mattina e pomeriggio, cosa facesse esattamente un avvocato, di cosa si occupasse. Mai mi sono calato nei panni di colui che si fa carico del fardello dei problemi del proprio cliente, della persona che ha davanti e che dovrà ascoltare, aiutare, difendere anche quando la mamma di costui non lo vorrà più fare perché l’avrà abbandonato per le nefandezze commesse. Forse ero ancora troppo giovane, troppo immaturo per poterci pensare. Comunque, allora, avevo la testa altrove, ai miei sogni, ai miei voli pindarici, ai miei deliri di onnipotenza post universitaria. Ho sempre voluto fare lo scrittore invece; poi, come detto, l’ambasciatore giramondo e scroccone, quindi il magistrato, il notaio e finanche il gestore di una posada nell’arcipelago di Los Roques, in Venezuela: un posto meraviglioso dove vi consiglio di andare. La vita mi ha cambiato più volte. Sono cresciuto in un modo e mi sono ritrovato diverso, per poi ritornare ad essere quello che ero prima. L’esperienza, e il lavoro soprattutto, mi hanno ridimensionato. E’ stato come se qualcuno negli anni, con uno scalpello in mano, mi avesse modellato, cesellato dopo aver tolto la polvere e la patina di impurità che nel frattempo mi si era accumulata addosso e che non c’entrava nulla con me. Voglio dire, dopo l’università, man mano che uscivo fuori dal mio guscio e muovevo i miei primi passi nel mondo del lavoro, e degli adulti, ho visto la mia presunta onnipotenza sgretolarsi, frantumarsi come roccia friabile e ridursi a brandelli, brandelli di terra. E ovviamente ho preso pure delle clamorose cadute pindariche. A Dublino ad esempio, dove non resistetti più di tre giorni lontano da casa, si sgretolò il mio delirio di onnipotenza affettivo e con esso il sogno del tutto fuori dalla mia portata di vivere in perenne vacanza a spese dello Stato italiano, around the world.
Dell’attività di albergatore nell’atollo caraibico, che pure avrei potuto intraprendere con tutte le possibili derive piratesche, da avventuriero senza radici, nemmeno a parlarne: sarebbe stato un noioso esilio dorato da trascorrere a servire turisti cafoni e maleducati. Ho desistito ben presto anche dal tentare di fare il notaio o il magistrato perché mi accorsi che non avevo più la voglia, né la forza di restare tutto il giorno rinchiuso in camera a studiare. Giunto a una certa età volevo solo iniziare a lavorare e … a vivere. Ma l’ho capito piano piano, strada facendo, perché mi sono messo nella condizione di dover scegliere. E ho scelto. Ho fatto le mie scelte, quelle migliori per me perché più adatte a me. Così, sganciate le zavorre, eliminate le impurità e le fastidiose incrostazioni mi sono ritrovato con accanto, questa volta sì a portata di mano, la professione di avvocato da svolgere. E’ stata un ripiego? E’ stata una mia scelta. Una scelta obbligata? E’ stata la scelta giusta per me, una scelta di libertà perché dopo tutto, non dovendo rinunciare né ai soldi che guadagna un notaio né al potere di cui dispone un magistrato, sono sempre libero di cambiare e mollare una professione che comunque non lascerò mai. Sicché per due anni sono stato un praticante avvocato, secondo prassi e secondo regolamento di accesso alla professione forense.
L’esame di abilitazione lo superai al primo tentativo, meno male; altrimenti sarei potuto finire nel limbo vorticoso di coloro che non riescono a superarlo, l’esame, magari perché cominciando a lavoricchiare trascurano lo studio, sistematico e serrato, necessario per il buon esito di qualsiasi tipo di esame o di concorso. Comunque non era il mio caso, visto che sono sempre stato uno studente curioso, meticoloso e zelante. Alla mia abilitazione per altro (era il dicembre del 2004) fu introdotto per la prima volta il metodo di correzione incrociato degli elaborati scritti. A noi praticanti del foro di Trani, appartenenti quindi alla circoscrizione della Corte di appello di Bari, toccò di essere valutati da Venezia: stesse dimensioni, stessa densità di popolazione distrettuale, ritengo, ma con una percentuale di promossi negli anni precedenti pari al 30%, a fronte di una percentuale di baresi promossi del 70%; il che scatenò nell’inconscio di tutti noi quegli atavici complessi di inferiorità alimentati da quasi due secoli di beceri pregiudizi nordisti sul nostro conto.
Ad ogni modo, a me andò bene al primo tentativo, come detto. E ritengo perché durante i due anni di pratica frequentai un corso di preparazione al concorso in magistratura che mi permise di continuare a studiare, in modo approfondito, il diritto civile, il diritto penale e il diritto amministrativo, e di affrontare le prove di esame con maggiore serenità e sicurezza. Poi ero una penna agile e facile (diceva la mia insegnate di Italiano), per cui ottenni buoni voti agli scritti, e agli orali, in preappello, a giugno, perché volevo godermi l’estate, me la cavai ancora più brillantemente. Riconobbi, inoltre, i miei limiti di studente sì meticoloso, sì zelante ma stanco, e cominciai così a fare l’avvocato o quanto meno a fregiarmi del relativo titolo, senza mai partecipare né iscrivermi al concorso in magistratura.
I due anni di pratica furono un gelido bagno di umiltà per me, per me che venivo dal mondo della piccola imprenditoria manifatturiera, al culmine del successo, prima dell’avvento, disastroso, almeno per le nostre fragili economie locali, della concorrenza cinese, della globalizzazione e della crisi della finanza made in USA. Mi resi conto di essere assolutamente superfluo per la giustizia italiana, per il Tribunale di Trani e per le sue varie articolazioni territoriali. Forse destavo pure antipatia per la mia timidezza mascherata da alterigia. Ma che ci potevo fare? Un po’ timido lo sono sempre stato a causa delle mie insicurezze avite: non sono nato borghese e sono cresciuto per strada, e vi garantisco che non è facile passare dalla volgarità, talvolta brutale, della strada alle buone maniere borghesi. Quanto all’alterigia, beh diciamo che un po’ lo ero altero e forse lo sono ancora; tuttavia si trattava di un’alterigia non solo indotta dalla timidezza, come detto, ma anche molto montata, pompata da chi era abbagliato dai quei quattro soldi della mia famiglia. Pensate che in quel periodo, quando entravo in alcuni bar della mia città, il barista mi versava lo zucchero nella tazzina del caffè (e me lo girava pure!) nonostante il mio malcelato imbarazzo. E l’alterigia rende le persone antipatiche, affascinanti ma antipatiche perché chi è altero è distaccato, distante e spesso irrispettoso.
Tutto ciò fuori dal Tribunale. Dentro, lo ripeto, ero assolutamente superfluo e irrilevante. Nessuno aveva bisogno di quei miei quattro soldi, nessuno era abbagliato dal mio agio. Ero io che avevo bisogno di quegli uffici e del loro personale, come ad un certo punto si può avere bisogno di un bravo medico e di un ospedale efficiente.
Una volta pare che mi abbiano rinchiuso a chiave nella cancelleria civile del Tribunale. Mi ci ero recato per consultare dei fascicoli e, se occorreva, per estrarre copie per conto del mio dominus. Dopo un po’ che ero lì, in una stanzetta della cancelleria stracolma di fascicoli e di faldoni, il cancelliere e la sua assistente uscirono per andarsi a prendere un caffè. Quando rientrarono, dopo una decina di minuti, l’assistente, una donna perfida con i capelli corti frustrata da pesanti problemi familiari, mi comunicò, ghignando, che mi aveva rinchiuso lì dentro per tutto il tempo. Io, che non mi ero accorto di nulla, scrollai le spalle e continuai a sfogliare i documenti incredulo per quello che poteva essere successo. Notai, più tardi, che quell’impiegata aveva quello stesso atteggiamento perfido e ostile nei confronti di tutti quei giovani colleghi e colleghe che apparivano belli e felici per il lavoro che facevano. Andai avanti per la mia strada, naturalmente, senza tante ripercussioni, cercando di conquistare la stima e il rispetto di chi lavorava lì dentro, se se lo meritava.
Il Tribunale era una palestra di vita, oltre che di diritto. Vi si consumavano vicende familiari e imprenditoriali, storie personali e lavorative, torti, tradimenti e soprusi. Lì, avevano luogo logoranti rese dei conti. Lì, avevano luogo estenuanti campagne d’odio i cui unici vincitori erano gli avvocati. “E le loro parcelle” – starete pensando: certo, anche le loro parcelle. Io osservavo.
Per i primi anni, fino a che non ho iniziato ad avere i miei primi clienti, mi sono limitato ad osservare quello che accadeva, senza avere alcuna responsabilità e ovviamente senza guadagnare una lira. Bella la posizione del praticante avvocato. Bella e comoda, e anche ideale specie se non si hanno impellenti esigenze economiche da soddisfare. Io mi presentavo in studio la mattina alle nove. Si faceva una breve riunione con il dominus, si annotavano le disposizioni per le udienze della giornata, si prendevano i fascicoli di causa, a cui di solito era già stata data una lettura la sera prima, e si andava in Tribunale. Belli, profumati, soavi ed eleganti. In Tribunale, nella bolgia dell’aula di udienza, si cercava il collega di controparte, si prendeva il fascicolo d’ufficio, si apriva il verbale e poi lo si metteva in fila, sulla scrivania del giudice, in attesa di essere chiamati per trattare la causa. Nel frattempo si cazzeggiava: si faceva la conoscenza della nuova collega, carina, si scambiavano due chiacchiere con i colleghi amici dai tempi dell’università, si andava al bar, si scherzava, si rideva e contemporaneamente si sbrigavano gli adempimenti di cancelleria e dell’ufficio notifiche.
Certo che visti dall’esterno, noi addetti ai lavori, noi avvocati dobbiamo sembrare dei pazzi: urliamo a volte, litighiamo, ammaliamo, abbindoliamo, affasciniamo, turlupiniamo, imbrogliamo, approfittiamo, seduciamo, sempre di fretta, spesso con la testa già altrove e le gambe di corsa da qualche altra parte mentre chiediamo termini, rinvii e mezzi di prova, con le spalle larghe e la faccia delle puttane, pronti ad affrontare qualsiasi situazione ci capiti e ad uscirne indenni, a testa alta, perché ci vogliono così: forti, scaltri ma perbene; e soprattutto vincenti. Una volta, ad un convegno, ho sentito un magistrato (un PM passato alla sezione civile e poi trasferitosi in altra sede, uno di quelli un po’ troppo presi dal proprio ruolo e dal proprio potere al punto di snobbare il resto del mondo perché ritenuto intellettualmente indegno) definire gli avvocati come “gli ammortizzatori della macchina della giustizia”. Ricordo che lì per lì ci rimasi molto male. Mi sentii svilito, offeso da quella definizione. “Ma questo qui è davvero tutto scemo” – pensai, convincendomi ancora di più della mia personale opinione sul conto di quel magistrato. Dopo però, riflettendoci, mi persuasi che aveva ragione. Quella definizione, al di là del cinismo e del velato disprezzo con cui era stata formulata, conteneva un fondo di verità: noi avvocati siamo effettivamente gli ammortizzatori della macchina della giustizia perché, da un lato, dobbiamo ammortizzare le esigenze della comunità, della società, cioè le istanze e le rivendicazioni a volte legittime a volte meno dei cittadini, e, dall’altro, perché dobbiamo ammortizzare le inefficienze, le storture e gli abusi dell’amministrazione della giustizia. Quindi prendiamo colpi sia dal basso sia dall’alto, ma la macchina deve andare avanti, altrimenti sono guai.
Noi avvocati siamo come quei preti di strada, come quei preti delle periferie degradate delle nostre città. Siamo come le autoambulanze che a qualsiasi ora del giorno e della notte vengono chiamate per andare a soccorrere i feriti, chi sta male, e portarli in ospedale.
Senza di noi la giustizia non esiste, e la democrazia muore.
L’incubo peggiore per un praticante avvocato era quello di dover discutere una causa spacciandosi per avvocato abilitato all’esercizio, in sostituzione di un collega impegnato da un’altra parte, o assente perché in studio a lavorare. Personalmente, non l’ho mai fatto. Ho perso la furbizia e la sfacciataggine del ragazzino semi pasoliniano che sono stato (anche se è lì, nei luoghi e nelle esperienze della mia infanzia che ritrovo la forza e il coraggio); né il mio dominus me l’avrebbe mai permesso, per rispetto del giudice e di me stesso. Eppure ricordo ancora l’ansia e la tensione di quando il nostro turno era quasi arrivato, la nostra causa cioè stava per essere chiamata e l’avvocato era in ritardo. Allora il giudice, man mano che ci avvicinavamo al suo scranno, iniziava a lanciare occhiate sospette, perplesse, diffidenti … il collega di controparte, che ovviamente aveva fretta, incalzava: “dai, trattiamola insieme, ci mettiamo un attimo, che ci vuole” – col cavolo! – magari anche per approfittare della mia inesperienza e, nella circostanza, della mia impreparazione. Ma poi finalmente l’avvocato arrivava, arrivava sempre per fortuna. L’ansia si scioglieva, come un ghiacciolo al sole, e la tensione si stemperava e svaniva lasciando il posto alla spensieratezza curiosa del giovane praticante che ero.
Quell’ansia e quella tensione, però, mi hanno abbandonato soltanto parecchio tempo dopo, quando ho aperto uno studio tutto mio e mi sono messo in proprio. Prima di allora, ansia e tensione emergevano come lava dalla bocca di un vulcano ogni qualvolta dovevo discutere una causa, e scorrevano dentro di me in maniera più o meno lenta, più o meno incandescente a seconda del collega contraddittore o del giudice che avevo difronte. Un collega sleale, ad esempio, specie se titolare della causa da trattare, poteva tranquillamente approfittare delle mie lacune di sostituto d’udienza per mettermi in difficoltà, appiccando l’incendio alle mie paure e alle mie insicurezze. Altrettanto poteva fare un magistrato stronzo o particolarmente sadico, così per divertirsi, per abusare del suo potere o per dare libero sfogo alle sue frustrazioni.
Una volta mi sono capitate entrambe le cose insieme; mi sono cioè trovato sotto il fuoco incrociato di un collega scorretto e dal bassissimo profilo etico e di un magistrato … problematico? … diciamo pure poco sereno.
I fatti erano questi: ero diventato avvocato da poco, da alcuni mesi. Per conto del mio dominus dovevo discutere una causa davanti alla sezione lavoro del Tribunale. Avendo giurato, non avevo più bisogno della sua tutela, almeno formalmente. Il giudice era uno di quelli che gestiva l’udienza come se fosse una corte marziale, sempre pronto a minacciare l’intervento dei carabinieri, per ogni cazzata, e a intimorire le parti, i testi e i difensori. Il collega, barese, dal ciuffo lungo a tendina sulla fronte e il baffo da vecchia volpe, colse una mia lacuna processuale (e le mie successive titubanze) e la evidenziò a verbale. Io, temendo le conseguenze, gli chiesi cortesemente di temporeggiare in attesa dell’arrivo del dominus, che si sarebbe precipitato. Lui non ne volle sapere e davanti al giudice ribadì, stigmatizzandola, la mia impreparazione. Il giudice, che non aspettava altro, dopo avermi screditato professionalmente condannò la parte da me in quel momento rappresentata e difesa al pagamento delle spese legali e di un indennizzo risarcitorio. All’uscita dall’aula, il collega, di fronte alle mie rimostranze per non aver voluto attendere l’arrivo del dominus e giocarsela così alla pari, mi urlò di imparare a fare l’avvocato. Io, ferito dalla brutta esperienza, dalla clamorosa figuraccia, e infuriato, gli risposi dicendogli che avrebbe dovuto prima di tutto imparare ad essere uomo.
L’ho incontrato altre volte a Bari, dopo. I nostri sguardi si sono incrociati: chissà se mi avrà riconosciuto; credo proprio di sì perché non dev’essere stata una bella esperienza neanche per lui visto che agli occhi di un giovane avvocato non si è comportato come un modello da seguire, ma si è venduto, ha venduto la sua reputazione e la sua dignità professionale per alcune migliaia di euro. Adesso, tutte le volte che mi capita di incrociarlo, immagino di ritrovarmelo come contraddittore in un’altra causa e di vendicarmi processualmente, di soverchiarlo e di annichilirlo secondo diritto.
Per un paio d’anni poi, prima come praticante e dopo come neo abilitato, mi sono imbattuto in un giudice di pace mezzo matto. Era un uomo anziano; non ricordo se fosse un ex avvocato o un semplice laureato in giurisprudenza con un passato nel pubblico impiego o in un’impresa privata con funzioni di dirigente o altro. Era volubile e umorale, e capace di tutto come ad esempio cacciare dall’aula un collega solo perché non indossava la cravatta. Ricordo che pretendeva la massima conoscenza del fascicolo di causa e delle carte processuali, cosa impossibile per un sostituto di udienza, e si irrigidiva, irritandosi se si accorgeva del contrario. Allora faceva domande e metteva in difficoltà gli avvocati costretti a tirare fuori tutte le loro risorse culturali, caratteriali e dialettiche pur di arrampicarsi sugli specchi e cercare di cavarsela con un breve rinvio o con una riservata. La nostra, per altro, era una causa noiosissima e ostica. Forse ostica proprio perché noiosa o perché impostata male e poco chiara, e probabilmente già persa in partenza. Aveva ad oggetto la contestazione di alcune bollette dell’Acquedotto Pugliese che – si sosteneva – fossero state indebitamente pagate perché nessuno si era premurato di comunicare all’ente la morte del vecchio proprietario di casa; sicché il nuovo proprietario, che si difendeva eccependo ed argomentando con convinzione le proprie ragioni, furbescamente ne aveva approfittato. Ricordo che ogni volta, la sera prima dell’udienza, mi rileggevo il fascicolo di causa, mi ristudiavo gli atti per ricostruire cronologicamente l’intera vicenda, fissare i numeri delle bollette, i periodi di erogazione dell’acqua, le date di decesso del de cuius e di subentro del nuovo proprietario, per non fare brutta figura con il giudice il giorno dopo. Ma non ci riuscivo. C’era sempre qualcosa che non tornava, qualche passaggio che mi sfuggiva e che alimentava le mie paure; e caricava la mia ansia.
Una volta, però, riuscì a strappargli un sorriso. Ci aveva autorizzato ad ascoltare un teste in contraddittorio. Alla fine, terminata l’audizione, mi avvicinai al suo scranno per la firma del verbale. Notai che con l’aiuto di alcuni colleghi lì presenti cercava di ricordare una parola, un’espressione per definire un concetto che si affannava a spiegare. Fu un attimo. Intuì qual era la parola che aveva sulla punta della lingua, mi feci coraggio e dalle retrovie del drappello che intanto si era formato davanti a lui, osai dire: “Acronimo, si chiama acronimo”. Alcuni colleghi si girarono verso di me. Anche lui mi guardò con un sorriso stupito e gli occhi sgranati per l’illuminazione che aveva ricevuto. Dopo, mi concesse il rinvio che gli avevo chiesto per precisare le conclusioni, liberammo il teste, salutai con deferenza ma, uscendo dall’aula, mi accorsi che aveva ricominciato ad angustiare i colleghi con il suo cinismo e con la sua efferatezza morale. Tant’è che la volta successiva obbligai il mio dominus ad essere presente in udienza, per la discussione finale, prima della sentenza.
Non ce la facevo più!
E a quella udienza l’avvocato, il quale aveva subito capito con chi aveva a che fare, dovette ricorrere al suo recente passato politico per darsi forza e arginare così la folle imprevedibilità di quel magistrato, premurandosi di sottolineare (sulla base di quale spunto non ricordo bene ma riuscendo comunque nell’intento di far valere il suo potere) che era stato sindaco e che aveva ricoperto altre importanti cariche cittadine.
“E io ti ho mandato da questo qui, tutte le volte, da solo?!” – mi disse poi lasciando l’aula, con un tono di voce ancora preoccupato per il pericolo scampato. Io non commentai, tanto era finita. Mi strinsi nelle spalle soddisfatto per avercela fatta, per essere cioè uscito indenne, intatto da quella esperienza. Con dignità e con decoro.
Un’altra volta, eravamo in Corte di appello a Bari, mi capitò come contraddittore un collega incattivito dal peso del suo insuccesso professionale. C’avete presente l’aula di udienza di una sezione civile di Corte di appello? Il collega contraddittore sembrava un cane bastonato, e aveva tutta l’aria del ragazzo di bottega frustrato per non essere mai riuscito a fare il salto di qualità nonostante la sua età, ormai, fosse avanzata. Lo conoscevo, e pure lui mi conosceva anche se tendeva a riservare poca considerazione a buona parte del foro, ritenendosi non solo per quale ragione superiore agli altri. Viveva della luce riflessa di suo fratello maggiore, avvocato decano del foro molto apprezzato e stimato in città, che tuttavia, forse intimorendolo col suo prestigio professionale, gli aveva sempre impedito di spiccare il volo. Da ultimo, poi, la sua posizione si era ulteriormente complicata perché in studio aveva cominciato ad affacciarsi suo nipote, il figlio del decano (che per inciso parlava come Alessandro Manzoni pre Arno) il quale da poco laureatosi in giurisprudenza rivendicava i suoi spazi e i suoi diritti di discendenza.
Quel giorno mi si avvicinò col suo solito ghigno da jena ridens, girandomi intorno come uno squalo prima di salutarmi: “Ciao, ci sei tu per questa causa?” – “Sì” – gli risposi, accennando ad un sorriso in cerca di complicità. L’aula era strapiena di avvocati che si salutavano, parlottavano e scrivevano inutili verbali in attesa che la Corte entrasse. Era la seconda o la terza volta che mi capitava di avere udienza in Corte di appello, per conto dello studio. Mi avevano detto, consigliato più che altro: “quando il cancelliere chiama la tua causa, tu avvicinati ai giudici e dii: Buongiorno Presidente! e poi formula le tue richieste processuali”. E io così avevo fatto le altre due volte. Però, l’idea di doverlo rifare, di dovermi cioè fare largo nella ressa di avvocati cinici e induriti dalla professione e di presentarmi al cospetto di ben cinque magistrati, onnipotenti, mi atterriva; e mi atterriva, anzi, mi terrorizzava l’eventualità sia pure remota, ma pur sempre concreta che il Presidente o il giudice relatore mi ponessero domande per chiarimenti. Per cui ero agitato e nervoso.
“Meno male che le cause non si discutono mai in appello” – dissi alla jena. Lui mi guardò negli occhi, puntò i piedi e mi rispose: “E perché? Io potrei anche discuterla” – “Anzi – continuò con sadismo – mi sa tanto che oggi la voglio proprio discutere la causa, quanto meno per quelle due eccezioni preliminari!”. Persi un chilo seduta stante, così d’emblée.
“Ahh” – gli risposi, rimanendo per un po’ a bocca aperta prima di indietreggiare con la borsa lavoro in mano ed essere inghiottito dalla calca alla ricerca di una sedia libera dove poter consultare il mio fascicolo di studio.
Ricordavo di aver letto qualcosa a proposito di quelle due minacciose eccezioni preliminari, la sera prima, ma vagamente, per scrupolo più che altro, sapendo che il processo civile fondamentalmente non è orale ma è tutto scritto; figuriamoci poi se quelli – i giudici – ti ascoltano! Iniziai a sudare, comunque. Passarono velocemente dieci minuti, un quarto d’ora, durante i quali lessi e rilessi gli atti di causa e la sentenza di primo grado per cercare di calmarmi e di rasserenarmi. “Che stronzo” – pensavo però mentre leggevo. “Si conferma proprio un coglione quello lì” – che ora se ne stava a discutere con un altro collega con il suo solito sguardo vuoto e turbato.
Entrò la Corte, ahimè! Cinque parrucconi stagionati, esperti e fini giuristi che avevano almeno venticinque trent’anni di cause e di processi sulle spalle. Tutti gli avvocati si zittirono, se non altro per cercare di afferrare le parole del Presidente che non si sforzava più di tanto di alzare la voce. Il cancelliere iniziò a chiamare le cause, una dopo l’altra con una certa celerità. Il Presidente smistava le udienze e fissava i rinvii, mentre i giudici relatori annotavano qualcosa sui loro registri. Noi eravamo quarantesimi. Mi alzai, misi il fascicolo nella borsa e presi l’agenda. Il tempo passava, lento ma passava, fluiva, come le cause. Man mano che l’aula si svuotava, io mi facevo avanti guadagnando posizioni tra i colleghi che uscivano, sempre tenendo d’occhio la jena.
Arrivò il nostro turno, finalmente. Mi feci largo e sbucai in prima fila con il mio abitino blu, impeccabile. La jena era accanto a me, ghignante. I magistrati di fronte, in alto, severi, sapienti, distanti. Feci alcuni passi in avanti, dissi quello che dovevo dire, chiesi quello che dovevo chiedere e la jena, vigliaccamente, si limitò ad associarsi alle mie richieste; non eccepì nulla, non contestò nulla, non replicò un cazzo.
Io mi sentì come Feodor Dostoevskij graziato davanti al plotone di esecuzione. Persi un altro chilo in quel momento. Annotai il rinvio, uscì e andai al bar del Tribunale a mangiarmi un cornetto alla nutella, con un cappuccino. Ne avevo proprio bisogno.
Un’altra volta ancora fu il PM passato al civile, quello che riteneva il resto del mondo intellettualmente indegno, di cui vi ho già parlato, a sfogare su di me il suo cinico ed inutile sadismo. Perché, di grazia! avrebbe dovuto ignorarmi, far finta di non vedermi o semplicemente non considerarmi mentre io, certo in modo goffo, cercavo di sottoporgli il fascicolo d’ufficio per chiedergli un breve rinvio per bonario componimento, se non per stuzzicare con il suo sadismo il mio senso di inadeguatezza? Quella lì fu davvero una delle primissime volte che affrontavo in autonomia una causa, come neo avvocato abilitato intendo, per conto dello studio. Ero accompagnato da un praticante e da una collega rosicona che non aveva superato l’esame di abilitazione, i quali, pervasi dalla solita, ontologica fretta forense, mi incalzavano dicendomi: “Dai! Mettigli il fascicolo davanti, devi chiedergli solo un rinvio … sbrigati che dobbiamo andare all’ufficio notifiche e poi dal giudice di pace”, mentre io con il fascicolo tra le mani facevo avanti e indietro, avanti e indietro, in una specie di stiramento flessorio. La pantomima, la commedia delle mie titubanze proseguì per una decina di minuti buoni, durante i quali vari avvocati, più disinvolti e più sicuri di me, si succedettero sottoponendo i loro fascicoli al giudice per discutere le loro cause con garbo e tenacia.
Alla fine il magistrato decise di accorgersi di me e di quello che stavamo combinando a latere, alla sua sinistra, e mi chiese squadrandomi con i suoi occhi azzurri e taglienti come lame affilate: “E lei cosa vuole?” – “Solo un rinvio giudice, un breve rinvio se è possibile perché le parti hanno raggiunto un accordo”. Gli porsi il fascicolo, scrisse il provvedimento di rinvio, salutammo con reverenza e andammo via tirando un sospiro di sollievo.
Così mi sono formato. Così sono cresciuto e mi sono fatto professionalmente, buttato allo sbaraglio a volte, affrontando rischi e paure, cercando sempre di limitare i danni e contenere le inevitabili figuracce pedagogiche. E rubando un po’ di mestiere a chiunque nell’amministrazione della giustizia potesse insegnarmi qualcosa. E ce ne sono tanti. Ora non temo più le aule di Tribunale, i colleghi, le colleghe o i magistrati. Ansia e tensione sono ogni volta dissipate, spazzate via dalla mia preparazione, dalla competenza acquisita sul campo e dallo studio costante, metodico e quotidiano che favorisce le intuizioni, fondamentali per essere un giurista vincente. Delle mie cause ne so più di tutti, ma voglio sempre che il giudice ne sappia più di me.
Dopo due anni di pratica, quindi, superai l’esame di abilitazione. Brillantemente, come vi dicevo. Si apriva davanti a me il mondo degli adulti, il banco di prova delle mie capacità e della mia fortuna. Cazzeggiai per altri due tre anni ancora, poi arrivarono i primi soldi e con essi le prime vere responsabilità.
E cominciai a fare sul serio.
