Letti da Davide Castiglione. Fabio Teti

Su A – M – P – U – T – E – C – T – U – R – A, di Fabio Teti

Appunti su A-M-P-U-T-E-C-T-U-R-A, di Fabio Teti, pubblicato un paio di settimane fa su «Formavera» e che rischia, se non rilanciato, di sparire nel marasma delle pubblicazioni e polemiche online.

Siamo su livelli altissimi, di controllo formale e di necessità espressiva. Qui c’è qualcosa di importante. Perché? Perché è un testo integerrimo nel trovare la forma a un contenuto e viceversa (mantengo la dicotomia per comodità espositiva, in realtà ci vorrebbe un composto o blend, qualcosa come contenformuto), e perché il contenuto è nientemeno che il collasso globale – climatico, sociale, psichico – a cui assistiamo, o meglio in cui siamo immersi. Tale contenuto è però assunto in una forma non-didascalica, non-narrativa, ma che chiamerei di «monologo esteriore», con un paradosso solo apparente. Mi spiego meglio. La tecnica compositiva che omogeneamente attraversa questi quattro calibratissimi paragrafi in prosa è quella, modernista, del flusso di coscienza, con sintagmi giustapposti o elencati senza obbedire a nessuna Gestalt, a nessun intero o a nessuna gerarchia; i loro contenuti però non sono primariamente – anzi, non sono quasi mai – personali nel senso biografico e memoriale del termine, ma riflettono la semiosfera collettiva, esplosa in lacerti di realtà metafisico-informatica-mediatica («nei campi fissi dei circuiti chiusi», «utenti», «immersioni digitali prolungate»), filosofica («concetto rattrappito di presenza»: che è poi quanto il testo stesso drammatizza, come mostrerò), fisica fino alla violenza («i grandi roghi, i blindati», «una calca di degenze, di ricattati»), biologico-evolutiva («cianobatteri, opanoidi, cratoni», «omeostasi cellulare»). Si mette insomma in scena l’assedio del mondo – inteso come un conglomerato che abbraccia i tre mondi popperiani, e quindi mondo biologico-fisico, mondo psichico, e mondo semiotico-culturale, implosi e mescolati senza gerarchie – contro quello che non è più un individuo o una storia personale, ma una sorta di ricettore svuotato, totalmente inerme. Svuotato del tutto? Non ancora: la presenza rattrappita ricordata poco sopra è comunque presenza, e questa viene affidata – e sta qui l’intelligenza compositiva e direi anche ideativa – al residuo lirico, e quindi al relitto umanista dell’autocoscienza, che emerge stravolto ma non del tutto sconfitto in una confessione-chiave («questa cosa di tenebra che riconosco mia», cioè l’accettazione della corresponsabilità, della complicità, quell’essere parte del male tu stesso di cui scrisse Sereni) ripetuta a mo’ di refrain musicale ma anche di promemoria (e che quindi di cosa da ripetere a sé stessi, per non dimenticarla). Il lirico sopravvive – anzi potenziato, per contrasto dialettico, dai prelievi esternalizzanti – negli enunciati con un tu che genera coinvolgimento («se hai mai gridato insieme al suono degli allarmi») per farlo subito decadere e quindi impedire la “distrazione” che il puramente intimo-confessionale comporterebbe nei confronti della realtà materiale (o materialista, se si preferisce). A ben guardare, ve n’era già una spia proprio in incipit, nel deittico di prossimità «qui», che segnala una posizione parziale, nei pressi del locutore.

 

A livello stilistico, è preponderante il lavoro sulla sintassi. Il doppio movimento del testo – lo ha alluso Simona Menicocci in un suo post – è quello dell’esondazione e della contrazione. L’esondazione è ottenuta grazie alla figura dell’elenco perpetuo, senza punti fermi, nell’ammassarsi di sintagmi e avverbiali di circostanza, e di frasi dipendenti di subordinate che non si realizzano quasi mai, e che obbligano a una lettura propulsiva, sempre tesa in avanti, come propulsivo è lo scrolling sulla home dei social media, o lo zapping dei programmi televisivi. È al tempo stesso una propulsività fortemente ritmica, accortamente scandita in unità prosodiche da una fitta interpunzione, come il ticchettare inesorabile di un orologio che fa da rinforzo alla cupezza del “non c’è più tempo” («nel margine da qui a non oltre», sorta di “adesso” spazializzato e schiacciato). Tali unità prosodiche sconfinano talvolta l’una nell’altra grazie ad accorgimenti sonori, anche al limite della paronomasia (per esempio, «riciANCIcATI, lANCIATI», «gaUSSIane, flUSSI»), e che evidenziano un controllo maniacale e quasi catartico sul suono, essendo precluso quello sulla dispositio e quindi sulla coerenza dell’insieme. La contrazione, all’opposto, è proprio nell’uso di unità più piccole rispetto alla proposizione, cioè all’enunciato di senso compiuto. Questo aggiramento della frase – l’unità principe del discorso già secondo Aristotele, e l’unità base della comprensione secondo lo psicologo Walter Kintsch – è tipico di molte scritture di ricerca (già a partire da Gertrude Stein); nella sua forma stessa denuncia sfiducia o istituisce opposizione nei confronti della parte construens e logocentrica del discorso, che è affidata alla proposizione (senza proposizioni non ci sarebbe conoscenza né comunicazione, solo filamenti o relitti semiotici). Non è una posizione che personalmente condivido, ma nel contesto di questo A-M-P-U-T-E-C-T-U-R-A mi sembra una scelta inevitabile e motivata, e ricordiamoci che comunque la forma-enunciazione sopravvive nelle frasi “liriche” che ho citato.

Il testo ha densità tale che molto altro si potrebbe dire, magari ragionando più specificamente sulla matrice materialista che lo sottende. Io mi limito a notare due cose, in chiusura. La prima è che le risonanze antispeciste (si pensi allo straniamento di una frase come «se i tagli scelti ti ritornano lo sguardo», dove l’animale morto e fatto a pezzi sembra accusare lo spettatore-acquirente), ambientaliste («raggiunti dagli incendi») e marxiste (il «plusvalore») non si fanno ideologiche, proprio perché la sintassi non si fa proposizionale e non ha tempo di costruire o dimostrare tesi: l’inermità e lo svuotamento del soggetto implicano anche la non-assunzione integrale dei presupposti ideologici e conoscitivi da cui pure partono e di cui pure il testo resta informato. È in questo contesto che l’abbondante uso di lessico scientifico e tecnico, che in altri testi e contesti risulterebbe insopportabilmente elitario ed erudito, qui sembra piuttosto oggettivamente specchiare la disponibilità, quasi lo spreco, di conoscenze a cui l’homo sapiens è arrivato: il lessico settoriale non è insomma un idioletto, non è la marca sociologicamente distintiva di un io, ma un materiale tra i tanti esistenti, sebbene chiaramente sia anche una marca sociolinguistica degli interessi intellettuali e scientifici dell’autore empirico, Fabio Teti, e convive per esempio con le neoformazioni angliciste («splittare») che denunciano il dominio del tecnico. La seconda è che rispetto alle scritture di ricerca di autori appartenenti a generazioni precedenti (penso a molte cose di Giovenale, a Zaffarano…) qui manca del tutto il filtro ironico, il comico-assurdista, il virgolettato. Tutto è frontale e bruciante, tutto viene preso sul serio. Forse questa è una lezione (di nudità, di inermità) assunta o imparata dal lirico, da quel lirico che può avere ancora da dare alla scrittura.

29-30 luglio 2023

Scheda stilistica essenziale (ricavata dalla recensione, non esaustiva):

 

3 pensieri su “Letti da Davide Castiglione. Fabio Teti

  1. S&R

    Quando la competenza tecnico-accademica è in grado di svelare scenari drammatici, ma suscettibili di prospettive costruttive.

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