La parola ai poeti. Giovanna Rosadini

[foto di Dino Ignani]


Dal salone viola genovese alle bianche stanze torinesi alla solitudine corale milanese

(discorso di accettazione del Premio Pavese 2023)

Scrivere è un ritorno – innesco che apre voragini
di senso, un andare disarmati incontro
ad ombre infestanti e guerriere. Scrivere
è il gesto che consuma l’attesa, e porta ai confini
di un’eco dimenticata, di una vita forse
prigioniera fra lamiere, e ancora sconosciuta.

Qualche anno fa (ormai una decina, tempus fugit) mi fu chiesto un contributo per un volume collettaneo, La formazione della scrittrice, curato da Giulio Mozzi. Decisi di intitolarlo “Dal salone viola genovese alle bianche stanze torinesi”, riassumendo così quella che fino ad allora era stata la mia esperienza di autrice con un trascorso di redattrice ed editor per Einaudi. 

Ciò che scrissi allora è ancora sostanzialmente valido, e dunque, volendo oggi condividere con voi quella stessa esperienza e il suo più generale significato alla luce delle pubblicazioni che si sono aggiunte nel frattempo, partirò da lì. 

Comincio col dire che, al titolo di allora, aggiungerei un pezzo: “Dal salone viola genovese alle bianche stanze torinesi alla solitudine corale milanese“…

Una forte cesura ha infatti determinato la discontinuità fra il tempo delle “bianche stanze torinesi” della redazione di via Biancamano e il tempo che ne è seguito: il grave incidente avuto nel 2005 che ha segnato l’inizio della mia seconda vita di scrittrice, per quanto, in verità, abbia praticato la scrittura fin da ragazzina, ma fino a quel momento senza legittimarmela. 

La prima parola che mi viene in mente, sul tema, è solitudine. La seconda, mamma. La scrittura come solitudine di matrice materna? (Probabilmente sì, in origine – prima di approdare, con la piena consapevolezza della maturità, a quella solitudine corale che rappresenta, secondo un’azzeccatissima definizione dell’amica Maria Grazia Calandrone, la condizione di chi scrive)…

Ma andiamo con ordine. 

Se ripenso a me stessa bambina, prima di maturare questo tipo di consapevolezza, mi rivedo in piedi di fronte ai ripiani della libreria di casa, nel grande salone viola che affaccia sul giardino che guarda, da mezza collina, il mare. Parliamo del Golfo di Genova: la casa dove sono cresciuta è a Nervi, nel levante cittadino. 

La libreria è un’emanazione materna, stipata di volumi einaudiani, i dorsi dei Supercoralli ritmicamente allineati, Bassani, Cassola, Vittorini, Calvino, Pavese… di cui conservo ancora, nella casa di Milano, ingiallito e con la copertina un po’ usurata che riporta in prima un paesaggio di Van Gogh, il volume delle Poesie edite e inedite nell’edizione curata da Calvino del 1962. Fu una folgorazione che mi cambiò la vita. Fra i miei versi prediletti di Lavorare stanca, quelli di Paesaggio V: “Non ci manca che un mare a risplendere forte/e inondare la spiaggia in un ritmo monotono. / Su dal mare non sporgono piante, non muovono foglie;/quando piove sul mare, ogni goccia è perduta, /come il vento su queste colline, che cerca le foglie/e non trova che pietre…”. Un quarto di secolo dopo, approdare all’Einaudi e alla Torino di Pavese, memore di quei versi, è stato un compimento quasi destinale… E ancor più pubblicare, dopo il difficilissimo passaggio esistenziale citato prima, in quelle collane a me così familiari… Incredibilmente, in un certo senso, ma in fondo anche no: è stato un approdo, e un arrivo, molto naturale. All’Einaudi mi sono subito sentita a casa. Non solo per la presenza amica di Mauro Bersani, conosciuto e a lungo frequentato a Milano, sua città natale, quando era un giovane giornalista, ma anche per lo spirito, austero, sabaudo e low profile, che si respirava in redazione, a cui una genovese come me non era certo estranea… Nonché per la presenza di molti genovesi (la famosa “pesto connection”), da Ernesto Franco a Lorenzo Fazio, che poi avrebbe fondato Chiarelettere. 

Tornando al salone viola genovese e alla sua libreria, senza i quali non ci sarebbe stata Einaudi né da editor né da autrice, all’inizio si è trattato di letture, com’è ovvio. Del dialogo, silenzioso e solitario, fra me e le pagine, quelle che Célan definì, alla sua musa Nina Cassian, “specchi di fuliggine bianca e inchiostro ritmato”. Ma questa è, necessariamente, la formazione di ogni futuro scrittore: ciò che cambia, altrettanto ovviamente, è il contesto ambientale e storico. Per me, che appartengo alla generazione dei baby-boomers, fiducia nella vita e nel futuro e una buona educazione borghese sono i tratti distintivi che mi hanno formato, e influenzato il mio modo di vedere e percepire il mondo, nonostante i successivi accidenti biografici. Dunque, una poetica del pieno e del senso, innanzitutto, che non prescinde da un’acuta consapevolezza del possibile rovescio delle cose, peraltro, e relativa visione critico/smaliziata. Ma un’infanzia felice, per fortuna, lascia un segno indelebile. E tale è stata soprattutto grazie alla solida presenza materna. Lei, la paziente ape operaia dedita al nostro quotidiano; lei, le favole la sera prima di dormire e quelle al telefono di Rodari; lei, negli anni dell’adolescenza, Falsetto di Montale letto insieme, che entrambe eravamo un po’ Esterina fra le braccia del suo divino amico un po’ quel “noi, della razza/di chi rimane a terra.” Pur sempre donne e figlie del proprio tempo, cioè: costantemente in bilico tra il tuffo fra i flutti azzurri del desiderio e delle passioni, del richiamo istintuale del talento, e l’autocontrollo, l’inibizione culturalmente (e alla fine, dopo millenni, geneticamente) indotta. 

In questo senso, la mia antologia di voci poetiche femminili (mi riferisco a Nuovi Poeti Italiani 6, frutto peraltro di una precisa scelta editoriale, ispirata da Mariangela Gualtieri e fortemente voluta da Mauro Bersani) ha rappresentato una vera e propria opportunità di riscatto, di cui sarò (saremo, con le amiche che ne hanno fatto parte) sempre grate all’Einaudi. Si è trattato, semplicemente, di colmare una lacuna, dando accesso alla pubblicazione in una collana prestigiosa come la Bianca ad autrici viventi fino a quel momento rimaste, nonostante i riconoscimenti critici, ai margini del panorama letterario ed editoriale…

Sempre a mia madre devo le letture fondamentali per la mia formazione, e la mia neanche troppo piccola biblioteca domestica, oggi, è (con l’apporto dei libri di storia e politica, soprattutto medio ed estremo orientale, di mio marito) l’ideale prosecuzione di quella messa insieme da lei nelle nostre case genovesi –con una maggiore apertura alla poesia e ai temi filosofico-religiosi. Il piacere assoluto della lettura, quasi una questione viscerale, che si traduceva in una specie di formicolio addominale, una sorta di fusa interne, implicite, si è trasformato piano piano nel piacere assoluto della scrittura. Rimasta attività sediziosa e carbonara per gran parte della vita, come testimonia il mio esordio tardivo: prima sono venuti lo studio, il lavoro, le necessità familiari – e, in generale, la cura degli altri, fossero i fratelli minori di una complicata e allargata famiglia d’origine o, in seguito, i figli, o i “miei” autori negli anni del tanto oscuro quanto entusiasmante lavoro di editor

A scombinare il quadro della vita un incidente “nel mezzo del cammin”, e la selva oscura del coma. Dopo, finalmente ho avuto l’alibi per dedicarmi più o meno a tempo pieno allo scrivere. 

Devo aggiungere, sempre per quanto personalmente mi riguarda, che, se la scrittura nasce nel segno della madre, non si realizza senza una triangolazione con una figura maschile/paterna, che faccia da catalizzatore enzimatico. Nel segno del desiderio e della mancanza, nel senso di cui ha scritto Massimo Recalcati in un libro memorabile come Ritratti del desiderio: “Non dobbiamo dimenticare, – scrive Recalcati, – che la parola desiderio non rinvia solo allo scandalo di una insoddisfazione che si rinnova perennemente, ma anche alla fertilità della generazione, alla soddisfazione del riconoscimento, all’esistenza di un orizzonte che è speranza, avvenire, frutto, realizzazione, visione, sogno, singolarità, dono, possibilità. La parola desiderio porta già nel suo etimo la dimensione della veglia e dell’attesa, dell’orizzonte aperto e stellare, dell’avvertimento positivo di una mancanza che sospinge la ricerca di ciò che è necessario alla vita, l’attesa e la ricerca della propria stella”. Che poi è lo stesso concetto di attesa cui fa riferimento Milo De Angelis, che considero un maestro, in una recente intervista: l’attesa di qualcosa che dia forma al nostro destino. 

Ecco, per me la pratica della scrittura è un po’ come il raggiungimento di una terra promessa, quella a cui mi sono sempre sentita destinata: ho esordito dopo i quarant’anni nella rivista che oggi dirigo, Atelier, con un mannello di poesie che poi sarebbe confluito in Unità di risveglio, raccolta nata dall’esperienza del coma e relativo, appunto, risveglio e riabilitazione. E in effetti la mia poesia, come disposizione complessiva, nasce per osmosi con la vita: riesco a scrivere solo di cose che ho vissuto, patito e provato. E, siccome i sentimenti umani sono universali, mi auguro, così facendo, di scrivere per tutti, nel senso di poter dire, con la mia voce, cose che abbiano valore anche per chi mi legge. In questa chiave va inteso Unità di risveglio, e in questo caso il legame col vissuto personale è più esplicito, anche se, in realtà, la condizione di disabilità che mi è derivata da quegli eventi, e la lunga esperienza di riabilitazione, mi hanno portato a empatizzare con i pazienti ricoverati insieme a me in clinica, e a parlare di una condizione comune: lo choc di ritrovarsi in un corpo così diverso e ingestibile; le speranze di miglioramento e guarigione; l’angoscia di non farcela. Ma i tratti di poetica sopra esposti valgono anche laddove sono meno evidenti, come nel caso di Fioriture Capovolte, in cui sono presenti tanto i sentimenti amorosi  quanto la sofferenza psichica, o del Numero completo dei giorni, la silloge del 2014 (ma scritta dieci anni prima) frutto invece di una precisa scelta progettuale, cioè di un confronto con uno dei testi basilari della nostra civiltà occidentale di matrice giudaico-cristiana, vale a dire la Torà, la Bibbia ebraica, e dunque una rilettura-dialogo con quello che è, grossomodo, l’Antico Testamento. Mi interessava avvicinarmi, con gli occhi di un lettore comune contemporaneo, e un approccio personale e libero, a quello che è un grandioso repertorio di temi e archetipi che ancora che ancora agiscono nel nostro inconscio individuale, ed è possibile ritrovare nella produzione culturale odierna. Ecco allora che Bereshit, ovvero Genesi (letteralmente: in principio) mi ha dato lo spunto per affrontare, in versi, il tema dell’inizio come possibilità di cambiamento e rigenerazione che possiamo sperimentare a qualsiasi età e in qualsiasi momento della nostra vita; Babele è l’odierna New York con la sua coesistenza di idiomi e culture; e nuovaiorchese è anche l’ambientazione di Nòach, Noè, un diluvio metaforico che ha in una bianca cameriera la sua colomba di pace; il brano biblico, o parashà, che racconta del sacrificio (ma la traduzione letterale è “la legatura”) di Isacco è stato il punto di partenza per una riflessione sul significato dei legami profondi (laddove decidere di assumersene la responsabilità significa prendere atto della propria vulnerabilità, ovvero accettare il rischio e la sofferenza che ce ne possono derivare); mentre la parashà di Chajè Sarà, col suo riferimento alla morte di Sara, compagna di una vita di Abramo, e all’acquisto di quest’ultimo della grotta di Macpelà, un sito di sepoltura presso Hebron, come suggello della loro lunga e intensa storia d’amore, mi ha dato modo di scrivere del legame e della solidarietà coniugale. Così come l’episodio del Vitello d’oro, indice della problematicità del rapporto fra Mosè e il suo indisciplinato popolo, è stato lo spunto per affrontare il tema e la fatica di essere genitori, e anche l’ambivalenza del ruolo… E mi preme infine citare il passo dove si racconta della lotta fra Giacobbe e l’angelo, a mio parere uno dei più suggestivi e ricchi di implicazioni… affrontando l’angelo, cioè le proprie paure, i propri demoni, le proprie zone d’ombra, Giacobbe rinuncia al desiderio di sicurezza ripiombando in una notte primordiale, ma, proprio accettando la sfida, ritrova la luce… Ovvero, per diventare adulti, per guarire, bisogna affrontare le proprie debolezze e timori, la propria ferita (e, significativamente, una ferita che rende Giacobbe zoppo è la benedizione impartita dall’angelo). 

La completezza del nostro essere umani risiede nella consapevolezza della nostra fragilità… Mentre “La fragilità della forza”, come scrive Niccolò Nisivoccia, “è destinata a creparsi, prima o poi”. Questo mi fa venire in mente la definizione di poeta che ha dato un autore che ho molto amato, Christian Bobin, purtroppo scomparso l’anno scorso, in uno dei suoi ultimi libri, Abitare poeticamente il mondo, titolo che ha un corrispettivo curioso nell’originale francese: Le plâtrier siffleur (“L’imbianchino che fischietta”). Bobin, folgorato durante la sua infanzia dalla favola di un bambino che, accortosi di una falla nella diga della cittadina dove vive, si precipita a chiuderla col suo piccolo dito, scrive che “Ogni poeta è questo bambino che ferma la morte a mani nude”. Questo riecheggia la definizione di poesia data da Patrizia Valduga, secondo la quale è “un’esposizione rituale alla morte”. L’imprigionamento delle parole è l’imprigionamento della vita: la sospensione, il congelamento della vita per affermare e salvare la vita. Se sacrificare significa render sacro mettendo a morte, la poesia sacrifica la vita, la rende sacra attraverso il rito della forma che la espone alla morte. 

Definizione che trovo che trovo bellissima e oltremodo calzante, e che, chissà, forse avrebbe sottoscritto anche Cesare Pavese, cui va riconosciuto, come ha scritto Tiziano Scarpa in una memorabile prefazione a un’edizione recente delle Poesie, di essere riuscito ad inventarsi un metro diverso da tutti gli altri, come peraltro riconosce lui stesso annotando, ne Il mestiere di poeta in appendice a Lavorare stanca: “Mi ero altresì creato un verso. Il che, giuro, non ho fatto apposta”. 

Pur ritrovandomi nella formulazione di Valduga, aggiungerei che, per quanto mi riguarda, la poesia è anche un’esperienza del mondo: il poeta esperisce il mondo attraverso il linguaggio, tenendo conto che quello intensificato e soprassaturo della poesia del mondo sa e può cogliere l’essenza, i sottintesi, le sfumature, e riverbera la sua individuale e irripetibile visione per il lettore. Il linguaggio assume così una funzione biunivoca. Da una parte serve al poeta per conoscere (nella sua funzione oggettivante, e in senso biblico, direi: la conoscenza avviene tramite la nominazione) il mondo. Le cose esistono e prendono vita attraverso le parole che gli attribuiamo, che lo definiscono, cosa che vale soprattutto per il processo creativo, legato all’individualità del soggetto che lo opera e dunque avulso da banalità e standardizzazione, quando sia riuscito e autenticamente significativo: scrivendo, il vero poeta, oltre a dar forma ai propri contenuti psichici ed emotivi, dà forma al mondo, o meglio ne crea uno nuovo, personale ed originale, o, per dire più precisamente, lo trova insieme alle parole che affiorano alla sua coscienza. D’altra parte, e in senso inverso, il linguaggio è la modalità che il lettore attraversa per attingere il senso e la visione del mondo del poeta, o dello scrittore in genere, e, venendone in contatto, di esserne modificato. Nel caso dei poeti e della poesia lo scambio, ciò che passa attraverso le parole, è essenzialmente una sostanza emotiva, quanto meno in prima battuta (anche se, come acutamente osserva Nicola Ghezzani: “In un processo autenticamente creativo non c’è alcuna distinzione fra emotivo e razionale. Parafrasando Pascal potremmo dire che nella libera scrittura creativa il cuore ha ragioni che la ragione ben conosce, e la ragione ha sentimenti che il cuore riconosce”). 

Si scrive sul vuoto e sull’assenza
assorbiti dal silenzio friabile di ricordi
decomposti che prendono alla gola,
nella frana del tempo che tutto divora
e trasforma, cercando la propria voce
e l’altrui orma nella terra impastata
di buio, dove ogni cosa ormai tace.

Si scrive, ed è una lotta con l’ombra
che sempre sfugge e sempre ci minaccia
presi da un’onda che lascerà una traccia

*

Nota biobibliografica di Giovanna Rosadini

Nata a Genova nel 1963, si è laureata in Lingue e Letterature Orientali all’Università di Ca’ Foscari, a Venezia.  Ha lavorato per la casa editrice Einaudi, come redattrice ed editor di poesia, fino al 2004, anno in cui è uscito, per lo stesso editore, Clinica dell’abbandono di Alda Merini, da lei curato. Ha pubblicato la raccolta Il sistema limbico per le Edizioni di Atelier nel 2008, e altri testi poetici in riviste e antologie collettive. Nel 2010 è uscito Unità di risveglio, per la Collezione di Poesia Einaudi, Premio Arenzano. Per lo stesso editore ha curato l’antologia Nuovi poeti italiani 6, del 2012. La sua terza raccolta poetica, il numero completo dei giorni, è stata pubblicata da Nino Aragno editore nel 2014. A maggio 2018 la pubblicazione di una nuova raccolta, Fioriture capovolte, ancora per Einaudi editore, Premio Camaiore, cui ha fatto seguito, nel luglio 2019, l’autoantologia con inediti Frammenti di felicità terrena, edita nella collana “Gialla oro” di LietoColle /Pordenonelegge, Premio Merini. A giugno 2021, per i tipi di Interno Poesia, la silloge in lasse prosastiche Un altro tempo. Ha vinto la 40ma edizione del Premio Pavese sezione poesia “per la qualità dell’opera” nel 2023. Vive e lavora a Milano.

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