Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

I di Avvento

Tempo di Avvento. Tempo di attesa. Tempo di desiderio.

Di fronte a qualcosa che accade, non si resta ad occhi chiusi, pacificamente dormienti. Chi attende non dorme, ma scruta.

La realtà va scrutata, perché ci si accorga che qualcosa sta accadendo. Non è una evidenza che si impone, di fronte alla quale non è possibile non vedere. Ciò che sta accadendo necessita di occhi capaci di scrutare, di mente allenata ad intuire, di cuore capace di contenere.

Di fronte all’accadimento che attendiamo  siamo chiamati ad operare un discernimento, che aprirà o chiuderà vie percorribili.

Occhi aperti, dunque, per distinguere il mezzo dal fine.

Che cosa conta davvero nella nostra esistenza?

Che cosa la determina inconfondibilmente?

Non è sempre facile distinguere. Molto spesso confondiamo la luce di lucerna con quella del sole; il ciuffo d’erba ai lati della strada con il pascolo senza confini. È la stessa luce, è la stessa erba. Ciò che cambia è l’assoluta insufficienza di ciò che stiamo percependo o di cui ci stiamo nutrendo.

Le nostre speranze sono, a volte, solo speranzelle. I nostri desideri sono, spesso, solo dei capricci di bambino.

Siamo fatti per altro.

Non saranno gli oggetti dei nostri desideri a portarci verso l’oltre che ci appartiene. Sono termini di un tendere provvisorio che pretende di essere definitivo.

Viviamo nel non sapere che, a volte ci angoscia, determinando i nostri desideri in un orizzonte sempre più vicino, sempre più a portata di mano, più controllabile, più facilmente gestibile,  ma, proprio per questo, asfissiante, non liberante, non salvifico.

In questo non sapere si gioca lo spazio della nostra libertà. Anche se si aprissero i cieli potremmo non essere capaci di vedere, nella inutile ricerca di sapere. Vedremmo solo ciò che i nostri occhi sono allenati a cercare, ascolteremmo solo le parole note della nostra angosciante ricerca di nuovi desideri per nuovi oggetti da desiderare, condannandoci, così, alla ripetizione senza fine, alla noiosa moltiplicazione degli oggetti a cui tendere. Siano essi persone o cose, situazioni affettive o conquiste lavorative, ci obbligano sempre ad una domanda: è per questo che vale la pena vivere e vivere così?

Imprevisto e imprevedibile, irrompe un oggetto nuovo del desiderio. Oggetto non gestibile se non nell’attesa e nella Speranza. Oggetto che squarcia gli angusti spazi in cui siamo abituati a sopravvivere. Crea una frattura, una lacerazione, uno spiraglio non previsto, attraverso cui si fa strada un cuore che cambia, uno sguardo capace di vedere fiorire il deserto, capace di innamorarsi del sole, anche se ne percepiamo solo un baluginio. Oggetto di desiderio che viene da oltre e oltre ci porta. In questo lasciarsi portare, la nostra autenticità di donne e di uomini, la realizzazione della nostra umanità. In questo lasciarsi portare trovano spazio anche tutti gli altri oggetti di desiderio, ma al loro proprio posto di “mezzi”, di “strumenti”, perché il fine (e la fine) è altrove.

Un pensiero su “Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

  1. Giuseppe Impastato

    Una splendida riflessione sul tempo. Non sui soliti giorni che trascorriamo, ma sul tempo che siamo chiamati a vivere, quando ci accorgiamo che le piccole cose lasciano il vuoto e che nulla riempie se non qualcosa di grande.

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