Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


Natale 2023

Il linguaggio di Dio, spesso, è linguaggio di sottrazione. La gloria è svuotamento. Il potere è servizio. La presenza è mistero.

Così, Natale è celebrazione del mistero che si rivela, ma si rivela come mistero.

Il fatto del Natale non impone la sua evidenza, quasi fosse inoppugnabile che un Dio si facesse uomo. Piuttosto, resta nel nascondimento di un sorriso, quello di un bambino alla sua mamma, come di nuova promessa. E come il sorriso non è una risata fragorosa, così il Bambino di Betlemme non è la gloria di un Dio che sbaraglia. Quella che è gloria nei cieli è pace in terra. Quello che è visione nella realtà di Dio è nascondimento nella realtà umana.

Quello che per noi è concretezza carnale è svuotamento, in Dio.

Kenosis è la parola giusta. Svuotamento di sé. Ogni volta che Dio parla, si svuota e questo svuotarsi produce realtà. La tradizione rabbinica afferma che la creazione stessa è un farsi da parte di Dio; Dio si scansa per far posto ad altro. Non era concluso questo processo di spiazzamento. Non era concluso con la promessa fatta ad Abramo: un Dio che promette è un Dio che si con-promette, che rinuncia alla sua prerogativa di essere separato, per diventare il Dio-con-noi. Non era concluso neanche sul Sinai, dopo le Dieci Parole consegnate a Mosè: un vero e proprio trattato di Alleanza a cui Dio si impegna a restare fedele e la fedeltà è un farsi da parte in favore dell’altro, mai imposizione. Non è concluso neanche nella mangiatoia di Betlemme. Questo bambino non emana solo tenerezza, provoca ad ulteriore svuotamento. È promessa di svuotamento totale, fino all’annientamento sulla croce.

Qui si compie tutto il processo di svuotamento di Dio. Qui Dio rivela se stesso come Parola che si fa silenzio, come mistero di assenza che riempie di sé ogni fessura della nostra umanità.

Solo l’amore comprende se stesso: solo l’amore comprende le ragioni dell’amore. Un amore che oggi accende una scintilla che promette incendi (Sono venuto a portare un fuoco Lc 12, 49) Non una poetica fiammella, ma l’incendio della Storia, con tutto il fallimento della storicità, con tutta la forza-che-salva di un amore che afferma se stesso, affermando l’alterità differente. Ecco la chiave di lettura del mistero: il volto dell’altro, il solo capace di rivelare il mio. Non si tratta di cercare il mio volto nell’altro, ma accettare che sia l’altro a rivelarmi a me stesso. Tale è l’amore. Tale è la concretezza dell’amore. Rimane mistero, perché mai sarà disponibile la totalità della sua origine, ma mistero che si consegna alla mia fragilità, alla mia non comprensione (come potrei io comprehendere, contenere, l’incontenibile?), alla mia domanda, al mio desiderio, unica via percorribile.

Non è festa di bambini, Natale, è cosa di adulti. È concretezza di incarnazione, qui e ora, di donne e uomini che amano la loro umanità e per essa spendono le loro energie. Umanità concreta, sofferente e risorgente. Un’ umanità che si scopre troppo grande per bastare a se stessa; umanità adulta capace di pensarsi “immagine passeggera, presa in un giro immortale” [G. Ungaretti]

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