A cavallo tra due secoli: la voce nitida e senza compromessi di Maria Liscio

di Piergiorgio Viti

C’è, nel dettato poetico di Maria Liscio (Orta Nova 1921- Perugia 2021), una vocazione alla chiarezza, alla non fraintendibilità del messaggio; questo nitore, questo dire senza orpelli, rappresenta l’atto di coraggio di una donna che, tramite la poesia, sembra voler riscattare il ruolo arcaizzante a cui la donna stessa è spesso consegnata, emanciparsi, insomma, dalle convenzioni sociali che talora impone la provincia italiana, e non solo, a una donna, per di più scrittrice. Essere donna, vuol dire invece, per Maria Liscio, essere parte integrante, non marginale, di una società; così come essere poeta vuol dire rivolgersi a tutti usando democraticamente la lingua di tutti, evitando quindi fingimenti o astrusi orfismi. Tali notazioni, fornite in apertura, mi sembrano imprescindibili se ci si vuole avvicinare all’opera della Liscio, vieppiù se si guarda al dato biografico: Maria Liscio, proveniente da una famiglia di illuminata borghesia, ha frequentato l’università, si è laureata ai tempi della Seconda guerra mondiale e ha partecipato attivamente, nel 1946, al voto, per poi approdare all’insegnamento; inoltre, è stata parte integrante del movimento femminista e ha contribuito, appunto uscendo dalle convenzioni sociali della donna “angelo del focolare”, alla vita culturale di Perugia, dove era arrivata, partendo dalla Puglia, da ragazza, organizzando letture e conferenze, in particolare con l’associazione “Il merendacolo”, dove spiccava la presenza di un altro ragguardevole poeta, Walter Cremonte.

Insomma, qui più che altrove, vita e opera coincidono, in una simbiosi che è specchio riflesso di una poesia limpida, asciutta e degna di assoluta considerazione.

E’ l’incontro con Aldo Capitini, del quale si considererà allieva, ad avviarla alla scrittura, ma per l’esordio vero e proprio bisogna attendere il 1975, quando esce, per Rebellato Editore, Ichnusa: è una sorta di prova generale, di messa a fuoco della sua identità letteraria, dove ancora forti sono gli echi della tradizione poetica italiana del Novecento; più avanti però, la sua voce, via via più autonoma, si manifesta nitida e senza fronzoli, capacità che la Liscio plasma non negandosi il confronto con i grandi; infatti, durante tutta la sua produzione, alcuni testi recano in calce omaggi ad autori, anche del panorama letterario a lei contemporaneo, come pure del passato, in una sorta di mutuo scambio, a mo’ di vasi comunicanti. E’ dunque questo il privilegio di aver conosciuto, seppur solo attraverso i testi, Maria Liscio, è questa l’eredità che si vuole trasmettere ai lettori: una voce autentica, forgiata ma non svilita dai canoni novecenteschi, incapace di bleffare e, anche se non priva di qualche ingenuità, votata a quella che Saba chiamava la “poesia onesta”.

“Per frammenti per giorni”, la seconda silloge, esce ben tredici anni dopo Ichnusa, nel 1988 e come  tutte le raccolte – a parte “La parola” del 1993 (Campanotto Editore) e “Come un’inettitudine” del 1995 (Amadeus Editore) – viene pubblicata per un piccolo editore locale, Guerra. Guerra sarà quindi l’editore che pubblicherà buona parte della produzione della Liscio, una sorta di “unico depositario” del fuoco poetico dell’autrice. Questa scelta, quella cioè di legarsi saldamente e a doppia mandata a un piccolo editore locale, ha sobillato in me una domanda che, da anni, circolarmente, torna a inquietarmi e che potrebbe riguardare anche altri poeti ingiustamente considerati minori, sfuggiti (maledettamente o per fortuna?) all’editoria che conta; tornando al caso specifico, è possibile che nessun grande editore si sia accorto della Liscio? O quella della Liscio è stata una scelta, per così dire, di campo, quella cioè di non avvicinarsi ai grandi marchi editoriali che le avrebbero garantito una maggiore visibilità? Chissà, forse la risposta non ci sarà mai…

E’ vero tuttavia che quando la sua scrittura diventa stra-ordinaria è intorno alla fine degli anni Ottanta/inizio anni Novanta, gli anni del Drive In, di un muro che sta per crollare e poi nel 1989 crolla, di un Ancien Régime politico che verrà spazzato via da Mani Pulite; sono gli anni in cui finisce il boom economico, arrancano le ideologie e tutto si frammenta, secondo la visione “puntinista” di Bauman: questo polverizzarsi, questa confusione di canoni e di stili, forse, non fa bene nemmeno alla poesia, figuriamoci all’editoria, sempre meno pregiata e più vicina al marketing. E pure la critica inizia ad arrancare, fatica, come del resto oggi, a stare dietro a un “puntinismo” poetico che comprende dialettali, neodialettali, poeti engagés, avanguardisti, sperimentatori, ecc. costellazioni spesso distanti, a tal punto da far sembrare l’universo poetico infinito come e più di quello cosmico. 

Lontana anni luce dai “poeti laureati” del tempo, appartata, Maria Liscio, continua senza requie la sua ricerca poetica, tra quadrifogli, zoo, lucertole, ecc. a cui si aggiungono testi inaspettatamente civili, come quelli sul Vietnam, sui desaparecidos, ecc.: è “Come un’inettitudine” (1995), quarta raccolta, che segna una svolta per la poeta umbra, proprio per questo aprirsi, poco a poco, all’urgenza del quotidiano, all’attualità amplificata dai media, svolta che proseguirà, seppur in tono minore e con esiti contrastanti, non sempre del tutto apprezzabili, nelle raccolte seguenti. E’ infatti, nell’Io lirico, nel biografismo rielaborato poeticamente che la Liscio tocca le vette più alte, mentre i tentativi di poetizzare i problemi sociali appaiono velleitari e, a mio avviso, meno convincenti.

Nel 1999 è la volta di “Cono d’ombra”, un chiaroscuro di figure umane (ah, la Comédie humaine!), di amicizie, di incontri, dove l’Altro trova sempre spazio, in una sorta di incontro psichico non esente da una salvifica dose di ironia, quasi “lamarquiana”, che ne fa una delle raccolte poetiche meglio riuscite. Si entra poi negli anni Zero con “Resistenza del mezzo” (2001) e “In corpi da commiato” (2004); della prima segnalo il testo “Musa ciabattona”, che richiama il genere burlesco e che sembra sottendere, sia per costruzione sintattica che per un uso di parole vicine al parlato, un dialetto perugino mai totalmente affiorato. Un testo spassoso, divertente, spiazzante e tuttavia non privo di inquietudine, di quella vis malinconica che pervade molte liriche della Liscio; “In corpi da commiato” è invece, per larghi tratti, un “esser-ci”, in mezzo alla natura, al verde, ai paesaggi, filone che caratterizza buona parte del percorso poetico dell’autrice; una natura solo apparentemente pacificante, in realtà densa di misteri, a volte seduttiva, penosa in altri casi, come in “Sofferenza”, riportato in questo excursus antologico dell’autrice.

Chiudono il percorso di Maria Liscio, tre raccolte: “A te, di là da venire” (2006), “L’ora tarda” (2008) e “Sopra i silenzi” (2009). In “A te, di là da venire”, è da segnalare “Bucato”, la poesia che mi ha folgorato e spinto a iniziare quest’opera di approfondimento e di studio: si tratta di un testo potentissimo, quasi lancinante, per brevitas e pulizia, e che è una sorta di poesia-manifesto; in molti, poeti e non, hanno provato a definire la poesia (leggendo questi versi mi è venuto in mente che Seamus Heaney, tra tanti, la paragonava al digging, cioè allo scavo, in effetti la poesia come scavo è un’immagine quantomai appropriata!) e la Liscio stesso, a modo suo, ha provato poeticamente a definire la poesia e, come fanno i grandi, lo ha fatto partendo da tutt’altro, cioè dal bucato, guarda caso qualcosa che stereotipizza la donna. Un testo, questo, che andrebbe letto, riletto, diffuso nelle antologie, discusso, dibattuto, perché prova sì a cogliere l’essenza del fare-poesia (da “poiein”, appunto fare!), ma la lirica prova anche a mettere l’accento (ironicamente? drammaticamente?) sula figura della poeta-donna, e la questione, ancora oggi, appare tutt’altro che acclarata e definitiva. Se in fondo, per tanti secoli, le donne-poete sono state marginalizzate o addirittura relegate all’oblio (salvo poche eccezioni, in particolare dal Novecento in poi), qui si voleva ribadire che permaneva ancora, nell’Italia degli anni zero, cioè l’altro ieri, una condizione femminile, non del tutto risolta, nell’essere donna e poeta contemporaneamente, e mai immagine metaforica del labor limae, paragonata al bucato, sembra essere, provocatoriamente, più azzeccata.

Della raccolta “L’ora tarda” mi piace in particolare “Garbo”: un inno alle donne, o meglio alle donne che amano altre donne, come nel caso dell’autrice che rivela la sua giovanile ammirazione, peraltro non scevra da riferimenti omosessuali, per l’attrice svedese, fino a quando il ricordo della star hollywoodiana muta in rimpianto per la Sé che non esiste più, nostos per un’Itaca sepolta tra le tempeste della memoria…

L’antologia da me curata si chiude volutamente con un testo dal titolo esemplificativo, “Tenerezza”; l’ho scelta come chiusura di questo percorso, in primis perché la poesia di Maria Liscio è, senza troppe perifrasi, a tratti anche tenera, a volte pascolianamente stupefatta verso gli oggetti della propria ammirazione, che si tratti di un’alba, di una rosa, di una foglia ecc.; poi il riferimento potrebbe anche essere a “Voglia di tenerezze” di Larry McMurtry, libro che ho molto amato, in cui le protagoniste, Aurora ed Emma, sono battibeccanti quanto amorevoli madre e figlia e questa, credo, sarebbe una lettura che Maria Liscio, femminista, così attenta alle donne e con quella grazia vagamente retrò, avrebbe sicuramente gradito…

Nella casa

Mi parve che ci fosse
tanto calore in te
da poterne scaldare
tutta una vita.
E invece non era che una vampa
rapida,
fatua fiamma
se appena annotti.
Ora ti offro la brace
della mia pena,
quella pietà
di cui non sei capace
e poso la mia mano
sui tuoi occhi inquieti di scontento.
Cruccioso inamovible
rifiuti il dono.

Siamo
in una casa di strette mura
a girarci
come mondi
ciascuno per un’orbita lontana.

Non lo sapeva

La giovinezza dai caldi capelli
rivolta all’età stanca disse:
Rassegnati Lo disse con protervia
ma quella non si sdegnò
Si era rassegnata sì
pure si vedeva tal quale era stata
in quella guancia in quel gesto
regale di baldanza Era lei (era stata)
quell’arroganza
quel flutto prorompente ridente
lei quella! In lei viveva
anche se l’altra – no –
non lo sapeva

All’Elba

Velelle – ci dice il marinaio – noi
le chiamiamo velelle
Le piccole meduse blu
che hanno al centro dell’ovale
come una vela alzata trasparente
Portate dalla corrente
sono a migliaia e migliaia
e sono niente:
così presso la riva
non possono che morire
abbassano la vela
si appiattiscono
nella loro agonia blu
più del mare

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