20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Se la poesia può essere usata come un martello contro il senso comune, la nuova raccolta di Nicola Vacca, Il libro delle bestemmie (Marco Saya, 2023), alza il livello dello scontro. Il bersaglio sta in alto, in un qualche cielo, nel cielo cartaceo di tutti nostri umani dogmatismi. Il bersaglio contro cui lanciare l’offesa è (un) Dio. Questo mostro non ha niente di trascendente, spirituale o misericordioso. E’ un Dio capovolto, il Dio che l’essere umano s’è fatto nella storia a propria immagine e somiglianza, come scudo della propria fragilità e saetta della propria impotenza. Insomma, è un Dio odioso. Tanto più orrendo, a guardarlo in faccia in questi giorni spietati. Questo Dio è pienamente immanente. Di questa immanenza incarna la forma più orribile. Il Dio di Vacca è in-manis, immane, bestiale, troppo umano.

Nella lettura, pagina dopo pagina, poesia dopo poesia, di questo breviario della maledizione o bestiario della riprovazione finiamo per compiere un gesto politico, siamo portati a scegliere da che parte stare. Ecco, che viene svelata la forza mimetica della poesia. Io sto contro l’orrore. Anche se l’hanno chiamato Dio. E per autentica compassione mi schiero dalla parte degli umiliati e offesi della terra, costretti al punto zero della loro umanità. Con una naturalezza, non facile per questi temi, Nicola Vacca riesce a scuoterci senza ideologismi. Il suo atto d’accusa non riguarda nessuno. E riguarda tutti. Si muove nella storia. Non si accontenta della cronaca.

Questa poesia è già stata scritta. Eppure, ogni volta è sempre nuova. E’ una poesia necessaria. E’ uno sparo nella notte, ci sveglia e ci costringe a ricollocarci nel mondo. A ricordarci come un tatuaggio o una cicatrice che siamo tutti dei Poveri Cristi, che stazionano fragili sotto le intemperie. Senza attendere (forse) alcuna resurrezione.

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