di Monia Gaita

Da luoghi profani di Elisabetta Destasio Vettori, uscito in un’elegante edizione per i tipi di Les Flâneurs, è il resoconto umano di chi rifiuta di stanziarsi in un campo, in un cuore, in un nome, eppure anela ad occuparne il cerchio, farne dimora, soglia di marmo decorato non soggetta a scalfitture.
È un libro di perdono e di condanna verso sé stessa e verso gli altri: l’odore della colpa è frammisto alla fragranza fresca delle rose. La poesia conosce solamente due estremi: la rovina e la grazia. Il dire oscilla, poggiando su un esplicito sostrato autobiografico, tra i precipìzi dell’angoscia e i gelsomini aperti della tenerezza. Le parole custodiscono segreti, bevono al calice dei ricordi, decollano col loro carico di pace ed ansietà senza riuscire a debellare il male del rimpianto alla radice. Una cornamusa visionaria percorre i fogli, tocca la corda a certe percezioni vellutate, raggiunge il bersaglio di spingere fuori dall’assenza corpi e forme: “Giurerei d’averti visto/ seduto sulla tua sedia/ nel piccolo soggiorno/ l’aria leggera e celeste// mi hai guardata/ come si guardano/ fiori, uccelli, granai/ [mancanze]” e ancora: “cadi esattamente/ dove il vuoto del tuo posto/ si fa spesso// dove ho piantato il seme nuovo/ e il becco e la zampa del passero/ andranno a cercare//:su quest’asse di separazione/ che non avviene”.
La separazione non si compie, non mostra il viso beffardo dello squarcio irreparabile: le stelle non si spengono e intingono il pane nel latte del ritorno. L’amore perdura oltre la legge funesta della fine, del tempo che lìquida gli abbracci e usura le carezze. È un sentimento che non scolora e non scorteccia l’albero su cui era lievitato: “da qualche parte/ nasco senza ferita”. Oltre i naufragi del caos, abbiamo la ventura di rinascere in una bolla d’aria redenta dal dolore: “battere ancora l’ala/ tenere a bada il gelo/ tenere a bada lo scarto// battere l’ala/ unirsi allo stormo/ farsi gigante in cielo/ lacrimare in silenzio// urtare contro la notte/ sputare via un dolore”.
Il rapporto con la madre assume un andamento concitato quasi da serpentina, in una enunciazione che fa da cassa di risonanza al tormento e alla solitudine dell’autrice: “non so, io non so quante/ figlie ho se sono nate in maggio/ o a metà settembre// cara madre,/ vagito, passo, inciampo -// mi sembra d’inciampare insieme// figlia o madre”. L’inciampo della madre diventa anche il suo, in una comunione che scuoia la distanza e ne collassa i piani. Due instabilità contagiate dalla stessa febbre e dalla stessa vorace insicurezza. Con la morte del padre, l’anima lascia i solchi delle ruote nella polvere: “- al cimitero monumentale/ col caldo che opprime le meningi/ e riporta alla tua casa in Africa,/ mentre chiedono le mie credenziali di orfana/ sul modulo per la successione// il tuo volto in una piccola foto/ di cui non so più lo spazio// la crepa immane o il dirupo dell’assenza”.
La scrittura, mobilitata da una calibratissima puntualità lessicale, si inoltra nelle oscurità insondabili e nel pulsare degli elementi, in un universo naturale che accentua la propria valenza allusiva, ancestrale, onirica e sacrale. “…mi faccio isola/ mi arrendo alla luce/ alla vittoria del niente/ sul fuoco” sembra una dichiarazione di resa in cui Elisabetta Destasio Vettori tenta un tassativo-risolutivo affrancamento dai sensi e dagli istinti legati alle passioni del corpo. Se tutto è inutile, se la riuscita è insidiata dal crollo, se la fisionomia del vero si nasconde, la poesia suona, echeggiando, nelle vene del mondo, ispeziona palmo a palmo il divenire, fa l’inventario del disastro. E nonostante la densità oppressiva dei divieti, la parola prova a scovare ancora un porto intatto, a trarre in salvo, dal distruttivo mulinello delle foglie secche, la foglia verde, liscia e necessaria.

Credo che si centri il tema essenziale del libro, quando si parli del corpo ferito, che con tenerezza contempli altrimenti corpi nel dolore. E il soggetto poetico penso che trovi il riscatto nella poesia stessa. Quasi evangelicamente. La Parola che si fa carne.
altrimenti=altri