Da luoghi profani di Elisabetta Destasio Vettori, Les Flâneurs Edizioni 2023

di Monia Gaita

Da luoghi profani di Elisabetta Destasio Vettori, uscito in un’elegante edizione per i tipi di Les Flâneurs, è il resoconto umano di chi rifiuta di stanziarsi in un campo, in un cuore, in un nome, eppure anela ad occuparne il cerchio, farne dimora, soglia di marmo decorato non soggetta a scalfitture.

È un libro di perdono e di condanna verso sé stessa e verso gli altri: l’odore della colpa è frammisto alla fragranza fresca delle rose. La poesia conosce solamente due estremi: la rovina e la grazia. Il dire oscilla, poggiando su un esplicito sostrato autobiografico, tra i precipìzi dell’angoscia e i gelsomini aperti della tenerezza. Le parole custodiscono segreti, bevono al calice dei ricordi, decollano col loro carico di pace ed ansietà senza riuscire a debellare il male del rimpianto alla radice. Una cornamusa visionaria percorre i fogli, tocca la corda a certe percezioni vellutate, raggiunge il bersaglio di spingere fuori dall’assenza corpi e forme: “Giurerei d’averti visto/ seduto sulla tua sedia/ nel piccolo soggiorno/ l’aria leggera e celeste// mi hai guardata/ come si guardano/ fiori, uccelli, granai/ [mancanze]” e ancora: “cadi esattamente/ dove il vuoto del tuo posto/ si fa spesso// dove ho piantato il seme nuovo/ e il becco e la zampa del passero/ andranno a cercare//:su quest’asse di separazione/ che non avviene”.

La separazione non si compie, non mostra il viso beffardo dello squarcio irreparabile: le stelle non si spengono e intingono il pane nel latte del ritorno. L’amore perdura oltre la legge funesta della fine, del tempo che lìquida gli abbracci e usura le carezze. È un sentimento che non scolora e non scorteccia l’albero su cui era lievitato: “da qualche parte/ nasco senza ferita”. Oltre i naufragi del caos, abbiamo la ventura di rinascere in una bolla d’aria redenta dal dolore: “battere ancora l’ala/ tenere a bada il gelo/ tenere a bada lo scarto// battere l’ala/ unirsi allo stormo/ farsi gigante in cielo/ lacrimare in silenzio// urtare contro la notte/ sputare via un dolore”.

Il rapporto con la madre assume un andamento concitato quasi da serpentina, in una enunciazione che fa da cassa di risonanza al tormento e alla solitudine dell’autrice: “non so, io non so quante/ figlie ho se sono nate in maggio/ o a metà settembre// cara madre,/ vagito, passo, inciampo -// mi sembra d’inciampare insieme// figlia o madre”. L’inciampo della madre diventa anche il suo, in una comunione che scuoia la distanza e ne collassa i piani. Due instabilità contagiate dalla stessa febbre e dalla stessa vorace insicurezza. Con la morte del padre, l’anima lascia i solchi delle ruote nella polvere: “- al cimitero monumentale/ col caldo che opprime le meningi/ e riporta alla tua casa in Africa,/ mentre chiedono le mie credenziali di orfana/ sul modulo per la successione// il tuo volto in una piccola foto/ di cui non so più lo spazio// la crepa immane o il dirupo dell’assenza”.

La scrittura, mobilitata da una calibratissima puntualità lessicale, si inoltra nelle oscurità insondabili e nel pulsare degli elementi, in un universo naturale che accentua la propria valenza allusiva, ancestrale, onirica e sacrale. “…mi faccio isola/ mi arrendo alla luce/ alla vittoria del niente/ sul fuoco” sembra una dichiarazione di resa in cui Elisabetta Destasio Vettori tenta un tassativo-risolutivo affrancamento dai sensi e dagli istinti legati alle passioni del corpo. Se tutto è inutile, se la riuscita è insidiata dal crollo, se la fisionomia del vero si nasconde, la poesia suona, echeggiando, nelle vene del mondo, ispeziona palmo a palmo il divenire, fa l’inventario del disastro. E nonostante la densità oppressiva dei divieti, la parola prova a scovare ancora un porto intatto, a trarre in salvo, dal distruttivo mulinello delle foglie secche, la foglia verde, liscia e necessaria.

2 pensieri su “Da luoghi profani di Elisabetta Destasio Vettori, Les Flâneurs Edizioni 2023

  1. Francesco Varano

    Credo che si centri il tema essenziale del libro, quando si parli del corpo ferito, che con tenerezza contempli altrimenti corpi nel dolore. E il soggetto poetico penso che trovi il riscatto nella poesia stessa. Quasi evangelicamente. La Parola che si fa carne.

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