“solo i timidi si perdono“
Se il percorso è nel segno della disputa, tra noi e la bellezza, tra noi e la tentazione nella disperante impazienza di uno sguardo che si pensa finito, pure è là, sotto la spinta dei timori e degli affanni la chiave di volta di uno Spirito, che a sapersi rimettere come abbiamo visto con Hopkins, non fa retrocedere.
Grazia di una tensione nelle cui aperture il futuro è sempre disposto, e libero nelle incarnate aspirazioni del presente, di una creazione che, esposto alle illusioni, esposto ai fantasmi, chiama l’uomo a dirsi nella speranza che non lo fa solo.
E a compiersi, nell’atto di fede che lo accompagna.
Dio nel tempo che va ad offrirsi passando nella concreta nudità dei volti, di uomini e donne nel fronte di un’esistenza sempre più alla prova nelle falle di una modernità dello scarto per dirla con Papa Francesco.
Ammalati, carcerati, migranti ma anche giovani e anziani e tutti i bisognosi d’ascolto nella povertà delle condizioni, e delle esclusioni, secondo l’indice di un Giubileo alle porte che non a caso nasce proprio sotto l’egida della Speranza.
“Una speranza che non delude” nella sottolineatura da San Paolo del Pontefice perché iscritta nell’infusione di un alleanza che ha allora, a proposito di volto, in quello pasquale di Cristo l’espressione della sua compiuta promessa.
Cara al Signore (di cui è dono) per la tenacia delle sue insistenze, in questa virtù che sa vedere e confortare dal buio (e perciò in qualche modo già “gioia prima della gioia” prendendo a prestito Filone Alessandrino) è affidata la sostanza stessa di una fede che ha in questa circolarità d’attese tra gli uomini e tra questi e il Padre tutta l’escatologica concretezza delle sue gestazioni.
È al presente dell’uomo infatti, quel presente in cui anche Dio può perdersi, che Bergoglio guarda, gli ultimi “i protagonisti della Storia” nell’incedere in loro di una vita che a dispetto di tutto si vuole migliore, figure di un patire che uscendo da sé richiama al mondo la possibilità di una pienezza data in un reciproco moltiplicarsi.
Luogo e risposta d’Amore nella riconosciuta dipendenza, e del non possesso, l’abbandono confidente da una parte il segno di una figliolanza che ripone nelle mani dell’Altro il proprio orizzonte e la propria disperazione, dall’altro quello di uno stesso Cristo che, umiliato, battuto ha nella fratellanza il richiamo della sua incarnata salvezza.
Così se è qui, in ogni tempo nella realtà così come è che Cristo opera tendendo con noi la mano, è qui nel temporale che ci decide e che può piegarci o innalzarci l’appello stesso del Papa a non restare soli dunque, a saperci spendere, ed incontrare secondo la vocazione umana alla gioia che di contro a ogni rassegnato sconforto, di contro a ogni desolata abitudine, ha proprio nella direzione di chi non resta fermo nel nulla che pare attraversarlo il movimento di una terra che crede in sé, nella costanza di una creaturalità che gli appartiene.
Popolo dell’aratro, silenzioso, solido, nella riuscita definizione di Charles Peguy, genio di poesia e di fede, ma soprattutto genio d’amore cui Francesco stesso spesso nella citazione si leva, l’uomo di Orleans avendo dedicato parole non di poco conto alla speranza, e alle mortificazioni contro la speranza senza nulla edulcorare, nulla tralasciare, i cristiani, la Chiesa a suo dire sovente lontani dalle necessità e dal dolore, da dove devono essere, e dove Cristo è.
Di fronte alla durezza del male, di fronte ai nostri inganni, nel suo tempo da lui identificati con tutto ciò che d’ogni cosa porta a fare della quantificazione il punto di vista su tutto, come acutamente rilevato da Pigi Colognesi (“le idee, le analisi, i sistemi, le statistiche, i calcoli- in ultima analisi, il denaro”) ha accresciuto lo sguardo, richiamando come da molti ricordato proprio alla sovranità dell’evento , nel suo potere ogni volta sconfessante e ogni volta rivelante, nell’interrogazione del suo passaggio, il cuore insieme d’umano e divino.
Lui stesso esempio di figura che non s’è lasciata fermare dagli ostacoli di un’esistenza attaccata, compressa da scelte apparentemente audaci, contraddittorie fino a perderla sul fronte della Marna nel settembre del 1914; e sempre gioiosamente vivace nella personale confidenza proprio con la speranza cui ha riserbato forse il testo più penetrante della sua produzione, Il Portico del mistero della seconda virtù, nelle cui pagine la scommessa dell’uomo, la sua stessa disperazione finiscono coll’assumere la veste della “bambina da nulla” che non teme il proprio stato di mendicità ma su di esso punta riportandola, sfacciatamente certa e ogni volta ricominciante, giacché sua, alla fonte medesima da cui nasce, quella grazia d’Amore che ci vuole liberi.
Libertà che è anche cooperazione certo nella equivalenza con una dignità però spesso negata, violata per il carattere di esclusione, non solo sociale evidentemente, della gran massa degli uomini.
Per lui cittadino del cielo e cittadino della terra sono una cosa sola, la mistificazione delle ferite e delle attese la mistificazione di Cristo, dell’umanità stessa che ha condiviso con noi e che non cessa di esclamarci dal basso, perché “chi muore per la città terrestre è il corpo della città di Dio e della casa di Dio” come ancora Don Mazzolari a proposito del dire poetico del fondatore dei “Cahiers de la Quinzaine” ha avuto modo di riportare.
Così nella convinzione dell’affidamento al cuore dell’uomo del coronamento delle sue speranze, “quelle stesse di Cristo in noi, il Creatore avendo bisogno della sua creatura” (secondo la riflessione di Paolo Prosperi a cui in questo passaggio andiamo ad appoggiarci), lo sforzo di Peguy va ad alimentarsi entro una parola che accesa dalla grazia dello Spirito possa, laddove ogni volta “l’eterno riceve una nuova dimora nel tempo” a sua volta nutrire e assicurare sulla terra a quelle parole che sono di vita e di vita senza fine la loro nuova, seconda eternità.
Tutto teso a “diventare ciò che si accoglie” come direbbe Monsignor Zuppi, lo scrittore francese ci ricorda allora la profonda relazione insita, in continuo dialogo, tra la stessa parola poetica e la speranza, a partire come accennavamo all’inizio dalla medesima capacità di vedere e confortare dal buio, dal buio penetrare e innaffiare, sacramentalmente ricordandole nel loro racconto, dignità e aspirazioni del mondo.
Come la speranza, nella perennità della sua infanzia, va, cattura e riporta in un movimento apparentemente senza ordine, ora avanzando ora retrocedendo, ora mostrando ora nascondendo, così il dire poetico nella dinamica della realtà cui si rivela, e che rivela nel flusso continuo e per natura appunto mai fissa delle sue manifestazioni.
Peguy ce lo mostra bene, nel dialogo reincarnandone lo spirito (“l’invisibile deve mostrarsi nella forma” si raccomandava Von Balthasar), nell’atto di prossimità riportando sempre l’uomo, la persona al centro del progetto cristico, dell’orizzonte nuovo portato da Lui nella storia.
Orizzonte e storia adesso come sappiamo nella compressione di speranze al rischio, che poi è il vero peccato dell’uomo nella negazione stessa della vita, sotto l’egida di passioni sempre più privatizzate, e tristi come da ammonimento dello stesso Zuppi.
Bisogna interrompere la catena del dolore risvegliando la coscienza asserisce il Cardinale romano, scuoterla dal sonno nel mentre di una tempesta che sembra non riguardarci come da grido nell’omelia durante la preghiera per le vittime nei viaggi verso l’Europa il 19 giugno scorso a Roma nella Basilica di Santa Maria in Trastevere.
Addormentati su noi stessi ci sfugge del tempo l’opportunità di rispondere con la nostra storia rinnovandone la memoria alla domanda d’umanità che il mondo con le sue fragilità, i suoi rigetti, le sue solitudini anche che la pandemia ha esacerbato portandole a galla viene a porci.
La piccolezza allora come la via privilegiata dal Padre “per cui la sua Onnipotenza sceglie di passare quando noi sappiamo accoglierla e benedirla” ci dice padre Renato Colizzi della “Rete mondiale della preghiera del Papa”, la preghiera stessa come apprendimento della nudità nella visione dell’altro “come il segno della Provvidenza di Dio che ci viene incontro”.
L’esemplarità dell’altro per Lévinas dentro queste parole:”L’altro non è da possedere, da prendere: dunque nemmeno da com-prendere, da afferrare mediante l’atto di conquista che è la conoscenza. Proprio perché non ho presa alcuna su di lui, gli devo tutto, gli devo dare la precedenza su di me. Proprio perché è altro da me – perché il suo volto racchiude un segreto – sono chiamato a occuparmi di lui, della sua morte, che sarà solitaria e dunque più che mai unica, insostituibile. E me ne devo occupare senza esigere reciprocità: la relazione con l’altro non è simmetrica”.
La poesia, dicevamo, questo lo sa bene, e a questo si appella e fa appello, entro le corde di un suo naturale restare, un naturale insistere abbassandosi e perdendosi tra le maglie e le scorie delle aspirazioni; eppure anch’essa sembra disperdersi tra i conti di un personalismo che non ha ritorni se non nell’infingimento di condizioni e luoghi nel conto di una supremazia del possesso che va uniformando e cancellando i volti, ove la stessa disperazione sovente è agli occhi una disperazione, un dolore di seconda mano e dunque inascoltabile, e incomprensibile nel gioco a fingerci sani, di quella indifferenza della stanchezza di cui parla Zuppi.
Ma la poesia però nella sua restituzione sa che anch’essa ha bisogno di essere guarita, dalla sua inflazione, dalla malia delle sue fascinazioni, dai suoi falsi conforti; abbiamo bisogno di esserlo tutti e di esserlo insieme, per questo le oscurità del presente a coglierne la voce aiutano a smascherarle ridefinendo e ridando dignità alle paure di un moderno imploso dentro uomini e donne sempre più vinti, e soli.
Per questo la speranza di cui ci parla Peguy, anche poeticamente ci aiuta a scrostare l’uomo dalle ferite affidandole nell’immagine di una bellezza d’origine che non è vinta, e nel carattere cristiano cui si richiama, la natura non più velo ma prova, nella prova, della presenza redentrice di Cristo.
L’uomo voluto, amato, e interpellato in quella confidenza che dal grembo delle notti nell’atto di speranza che fondendo in sé quello della fede e della carità (“che spinge avanti ogni cosa./Perché la Fede non vede se non ciò che è./E lei, lei vede ciò che sarà./La carità non ama se non ciò che è./E lei, lei ama ciò che sarà”) mantiene fermo lo sguardo lungo la strada accidentata e interminabile di una creazione abbracciata in tutti gli scompensi, i contrasti, le legittimità di una condizione già salva.
In questa educante visione è la letizia di questa bambina, che dorme bene, perché certa dell’amore di chi l’ha formata, e informata nel dono di una vita che la morte e il peccato tentano, Cristo nostra nudità ma anche nudità come sappiamo che abbisogna di ascolto, accoglienza e cura nel grido che si leva dalle oscurità delle nostre separazioni.
Che odore di sagrestia diranno, che odore di sagrestia direte ma la sagrestia del mondo è il nostro atrio, il nostro corridoio nella porta stretta da cui i nostri versi avanti e indietro vanno, avanti e indietro andranno verso la biografia delle voci nella instancabilità del racconto.
E si riaffaccia, come in Jammes, il nido sulla corona del Figlio, nel cui sonno di speranza si involano gli uccelli bambini delle nostre, ai nostri occhi nel legame in risonanza di due immagini nel potere della grande arte che le incide.
Dal sonno di “Gesù bambino dorme sopra la croce” di Cornelio Shut (conservato nel Museo di Belle Arti di Siviglia) l’arrampicarsi dei suoi fratellini ovunque la spinta della Vita manda, i puttini di Giacomo Serpotta nell’oratorio del Rosario di Santa Cita a Palermo.
Eccoci, con loro noi diciamo come bimbi smontati nel Salmo, nella tua gloria si narri.

