
di Pasquale Vitagliano
La poesia di Gianni Antonio Palumbo non la trovi dentro i cioccolatini. Avresti bisogno di un’intera biblioteca di letture e di link culturali e sentimentali. Sui suoi versi, tuttavia, non trovi la polvere di libri mai aperti, ma lo sfavillio di un’ape che salta insaziabile di fiore in fiore. Si sente che è Il tempo della carestia, questo è il titolo della sua raccolta edita da Tabula Fati (2023). Nel pieno dell’epoca postumana, abbiamo fame di umanità, pura e semplice, senza altra qualificazione. Questa è la più terribile delle carestie. E cosa sarebbe l’umanità senza cultura? Sarebbe ridotta al suo stato naturale, un gradino appena sopra la bestia.

Il libro di Palumbo è un libro colto. Anzi, precisamente, coltivato con una attenzione e devozione incarnate nella sua persona, dentro questa umanità radicale. Lukàcs chi era costui? In una stagione che reso tempio anche una vecchia bottega di Sale e Tabacchi, Palumbo non ha timore di dedicare una poesia al filosofo ungherese. Pensate sia erudizione? No, è che anche il pensiero e la cultura possono far battere il cuore. E’ già accaduto. Può accadere di nuovo. Un fiore resta tale/ anche se calpestato.
La carestia della nostra epoca è di cibo che non si tocca. Questo cibo non serve a riempirsi, non si consuma e neppure marcisce. E’ puro alimento che ricostituisce un corpo dissanguato dall’ignoranza, dal dolore e dalla rabbia. Chi mai sarà sommerso e chi salvato? In gioco è la nostra stessa esistenza, se non la vita. Le nove sezioni della raccolta sono la razione di salvataggio della nostra fragile umanità. Dopo aver distrutto tutte le statue che avevamo scolpito, è giunto il momento di nuove edificazioni. Con i piedi saldi per terra, Palumbo invoca il cielo dove la sua poesia ha patria, contro il risentimento (auto)distruttivo dei malparlieri.

Ho apprezzato moltissimo