Se c’è scritto “da leggere dopo la mia morte”
non si dovrebbe aprire la busta
di una lettera trovata per caso in un cassetto,
e lì nascosta chissà da quanto tempo.
Riconoscendo la calligrafia, la sua evidenza
fa tremare gli occhi, le dita impaurite
di fronte a una finzione insopportabile,
inaccettabile sentenza di vita.
Si teme solo quello che si sa:
cos’è la verità, se non maledizione?
Saprai che sai guardare, e nello sguardo
sveli. O trasparenza, intuito timore
del troppo visto, del quasi proibito.
Attraverso la finestra malchiusa,
il vestito bagnato, o dalla serratura:
il peccato tradisce desiderio.
Non fingerti cieco per pudore.
Le palpebre concedono fessure
da cui spiare fuori, e dentro.
Ombra vapore nebbia, maldestra
scusa di pretesa innocenza.
Figlio, rendi onore a tuo padre a tua madre
che ti hanno generato, guidato nei passi,
vegliato nel sonno, protetto da te stesso
e perdonato. Così prolungherai i tuoi giorni
nella terra in cui sei nato, tua culla e muro,
tua porta baluardo aperta al cielo.
Abbi pietà dei genitori vecchi negli anni
di pena e malattia: sarai ricompensato
dal velo benedetto disteso dal Signore
sulla via del futuro e dell’eterno.
Raccontami una storia, implora la bambina,
e il padre l’accontenta sedendosi
sul letto, a voce bassa, voce paziente.
Le accarezza la schiena, scostando
con due dita i capelli che le coprono
il collo: vi preme intenerite labbra,
e scioglie ogni rigore, ogni paura.
Non devi crescere, supplica il padre;
tu non morire, risponde la bambina.
Per sempre fidanzati inconsapevoli,
colpevoli di un bene traditore.
Si allontanano in modi diversi,
padri e madri, distanziando
l’asfissiante simbiosi, fingendo
di non essere gelosi e totali.
Anche lontani, anche sepolti,
ugualmente rimangono presenti,
nostri tronchi e immortali radici.
Padroni e dèi di un cielo
circoscritto, per noi infinito.
(Omaggio a Krzysztof Kieslowski)


