Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

La parola dura e la parola di vita

[Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno Gv. 6,51-59]

In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?».
Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le? parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono».
Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».
Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. 
Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» [Gv 6, 60-69]

C’è una parola definitoria, dichiarativa, che comunica una oggettività, che corre da un soggetto comunicante senza cercare un soggetto ricevente. Anzi, quest’ultimo è richiesto solo in quanto termine di una comunicazione che non richiede altro se non di essere ricevuta così come viene enunciata. In questo senso, la parola di Gesù “è dura”. È il LOGOS (questo il termine usato) ad essere duro, ad essere inascoltabile.

Come, questo logos può essere “parola di vita”? Che cosa può trasformare la durezza di questa parola in vita?

In realtà, la domanda è mal posta, perché non “come” né “che cosa”, ma “chi” è la domanda giusta.  Il termine logos, tradotto con “parola” all’inizio del vangelo di oggi diventa REMA, nella risposta di Simon Pietro. La parola comunicata diventa parola promessa e realizzata. Quello che cambia fra il primo termine e la sua trasformazione nel secondo non è la natura della comunicazione, ma l’atteggiamento di chi questa comunicazione riceve. In altre parole, non è il messaggio ad essere diverso, è diversa l’accoglienza che, dello stesso messaggio, si ha in chi lo riceve. Fra logos e rema c’è l’atteggiamento del credere. Non si tratta di fideismo cieco e irrazionale, quanto piuttosto dell’affidarsi di chi crede a chi viene creduto. C’è, qui, il passaggio dall’oggetto del credere al soggetto del credente. Mentre il primo atteggiamento si ferma al contenuto del messaggio e conclude con la inattuabilità di questo e con la inascoltabilità, il secondo (di Pietro) non si ferma al contenuto, ma va all’origine del messaggio. La risposta non è : “questa parola è parola di vita”, ma «Tu hai parole di vita». La parola acquista senso e significato nel momento in cui mi metto in gioco in una relazione con chi parla. E mentre la conseguenza del primo atteggiamento è un inevitabile “tornare indietro”, la conseguenza del secondo è un affidarsi ancora più totale.

È la relazione che trasforma  il “logos” razionale in “rema”, interpellante promessa di accadimenti; che trasforma un semplice razionale consenso su una verità, in sconvolgente adesione ad un progetto vitale.

Quanto il “logos” può apparire sclerotico, tanto il “rema” diventa luogo di inveramento di una promessa, spazio in cui accade la verità sulla vita di chi si lascia coinvolgere.

E da qui, non si torna indietro.

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