Claudio Ottaviano, Il MARE e altre minchiate

Claudio Ottaviano, IL MARE e altre minchiate, Edizioni CAVA DALLAS, 2024

Prefazione di Andrea G.G. Parasiliti, Postfazione di Gloria Occhipinti

Claudio Ottaviano, nelle sei sezioni attraverso cui si srotola il suo libro (Esoculazioni, Orizzonte, Animali notturni, Le Sirene, Il Mare, Il Vuoto), ingaggia un corpo a corpo con quelli che direi essere i due temi centrali e ineludibili della realtà geo-politica e geo-sofica nel nostro tempo, un  tempo di caduta della metafisica, di tramonto del modernismo e del post-modernismo, di fine della storia (secondo il «pensiero debole» di Gianni Vattimo) ,vale a dire l’etica e l’estetica dell’uomo che vuole occupare una porzione dell’universo in un momento storico in cui  l’intero è stato disgregato, tutto appare in frammenti e in tale cumulo di macerie stratificate si è rotto anche il patto comunicativo fra Autore/Autrice del linguaggio scritto e lettore/lettrice. Ciò perché alla “parola” sempre più spesso non corrisponde la “cosa”. Ma in tale contesto di estraneazione e di smarrimento, la persona (non importa il genere) ha ancora una certezza, la quale, come una bussola, o una stella polare, è ancora in grado di essere guida sulle e tra le onde del Mare che Claudio Ottaviano adotta come metafora del vivere: l’immagine. Ma non la immagine a sé stante, o autosufficiente, bensì l’immagine in relazione alla parola di poesia, nel rapporto dialettico Immagine/Parola, almeno secondo il pensiero del grande «poeta dell’esilio» Iosif Brodskij (Nobel per la letteratura, premiato dagli Accademici di Svezia nel 1987). Su tale rapporto Brodskij scrive:«Le immagini rappresentano il contro movimento delle parole. C’è un rapporto debitorio tra le immagini e le parole, o un rapporto creditorio, uno squilibrio della contabilità, della partita doppia». Esemplari, sotto tale aspetto, appaiono questi versi di Claudio Ottaviano, in Vamos a la playa (p.31):

Clan familiari/come i pinguini/dei documentari,/il papà che urla/al figlio di uscire/ 
dal mare perché/deve andare a mangiare la pasta,/ i ragazzetti che si nascondono/ 
per farsi qualche sigaretta,/ insomma una spiaggia/ come tante altre.// Ma rapiscono la mia attenzione/ due vecchietti, sui 90 forse più,/ che si tengono per mano/
camminando lenti e incerti.// Un pò più in là, un 16enne/ brufoloso dai capelli arruffati/ segue il loro movimento/ riprendendolo con una vecchia / macchina da presa.// Il riccioletto riprende tutta la silenziosa/ camminata dell’anziana coppia/ 
e forse anche lui intuisce/ che quella era la loro/ ultima faticosa camminata/ 
sulla spiaggia di Cava D’Aliga.”

 Nel testo, prima è l’immagine, cristallizzata non solo nell’occhio del poeta, ma nell’anima. Come tale, l’immagine viene sottratta ai morsi dell’oblio e salvata, nel tempo e nello spazio. Poi, arriva la Parola a suggellare il patto Immagine/Parola, a lungo indagato dalla critica letteraria del’900 e anche oltre il ‘900 poetico italiano. Ma la parola del poeta non è una semplice didascalia sotto una foto, è molto di più. Ed è ciò che  il Maestro di Filosofia Estetica, Andrea Emo, ha saputo indicarci nel suo libro In principio era l’immagine (Bompiani, 2019) quando icasticamente scrive:«Non è vero che la poesia sia pura fantasia, pura immagine e che la filosofia sia puro pensiero. L’immagine senza pensiero è vuota, il pensiero senza immagine è muto[…]». Se ne deduce che, da un lato, un certo diffuso digiuno di filosofia che si avverte nella poiesis contemporanea di tanti auto-poeti ha impoverito di pensiero la poesia che si continua a  fare; dall’altro, inquieta l’eco dell’abbassamento della tensione linguistica di tanta nostra letteratura. Due fenomeni che vengono da lontano e  segnalati con chiarezza drammatica in primis da Pasolini, in Trasumanar e organizzar (1968) e poi definitivamente suggellato da Eugenio Montale con Satura (1971). Il “dopo” Satura di Montale, declinabile tra  minimalismo e post-minimalismo, generalismo delle tematiche e qualunquismo stilistico, e perfino il «parlato» (quotidiano, casalingo, narcisistico, quasi giornalistico), è ancora diffuso e avvertibile nella nostra poiesis, soprattutto sui tre piani decisivi del linguaggio scritto, ossia: la lingua, lo stile, la scrittura. E lo si avverte secondo il pensiero del filologo Gianfranco Contini nelle due linee dominanti di poesia del tardo ‘900 italiano, ossia, la linea innico-orfica e la linea elegiaco-crepuscolare, aspetti epocali del Novecento poetico italiano ben  trattati e contestualizzati dal critico e poeta Giorgio Linguaglossa nel suo recente saggio socio-psico-letterario L’elefante sta bene in salotto*. Ciò che conta rimarcare in questo mio commento, che ha la cifra di un «invito alla lettura», è che Claudio Ottaviano è in grado di sottrarsi a questi trabocchetti, o canti delle sirene, perché porta la sua ricerca di poesia al grado zero della scrittura, per dirla con Roland Barthes. Lo fa con “Spallate di inchiostro nell’aria/ per liberarsi dalle corde del mondo[…]”, lo fa nel vento largo del Mare, quel vento sul quale Francesco Biamonti**, il raffinato scrittore ligure scomparso di recente e (ingiustamente) un pochino dimenticato, scrive:«[…] é un vento che non soffia mai nella stessa direzione e di conseguenza disorienta molto… È come il vento della vita che ti sospinge prima da una parte, poi da un’altra…»,così sostenendo Claudio Ottaviano nella scelta del “Mare” come correlativo oggettivo del vivere, in una scrittura in continua ibridazione di linguaggi differenti, da quello scritto a quelli senza parola, (musica jazz e arte della fotografia),  in un bisogno di dilatare la sua poesia, affidandola a una sorta di spazio espressivo totale.

*Giorgio Linguaglossa, L’elefante sta bene in salotto, Ed. Progetto Cultura, Roma, 2022

** Francesco BiamontiVento largo,  Einaudi, Supercoralli, 2011, p. 120

(Gino Rago)

Poesie di Claudio Ottaviano

NISNIR

E’ tempo di chiudere Prince Of Persia
perchè sennò inizia il caos
o forse è già iniziato.

Er Viscido ubriaco mi guarda
con la sua troietta
al gusto di rosa muschiata
fresca fresca di viaggio in Interlandia.

Tra libri gialli incantati
e testamenti di suicidi impossibili
c’è un uomo bianco
il suo nome è Nick Gerr
detto Er Viscido.

Ma la zanzara che ho ucciso stanotte
era solo una zanzara
o era la metamorfosi di una prostituta?

Cancro

Dietro uno sterno di burro
il cuore si sfonda infinito
su un piatto per te
la mia polpa di granchio

Minchia sono esaurito

Noi Ulissi del mare digitale
legati al totem odiamo il canto
delle s-AI-rene e impazziamo
perché la razionalità
è semplicemente accettare una razio,
una mangiata di sale
per combattere il cretinismo.
Chiamate un ambulanza
nino-nino.

Spazio morto

Trasferimenti stereo +
perdute strade stellari +
una lince bruciata +
sfilate di segreti +
camere infuocate +
lamenti che cancellano +
nuovo liquido +
occhi nudi +
cani che scappano +
promesse esotiche =
un metodo pericoloso

Le poesie sono tratte da  IL MARE e altre minchiate, Edizioni CAVA DALLAS, 2024


Claudio Ottaviano, nato nel 1985 in Sicilia, è un compositore e musicista con una carriera di oltre dieci anni nel settore della produzione musicale. Le sue composizioni sono presenti in produzioni internazionali come Empire (FOX), Big Shot (Disney), Chicago P.D. (NBC), Your Honor (CBS), Madam Secretary (CBS), Cupcake And Dino (Netflix), Valeria (Netflix), A Perfect Story (Netflix), IF ONLY (Netflix), Chicago Med (NBC), Dan Brown’s The Lost Symbol (Netflix), Queen Sugar (OWN), Class Act (Netflix), Record Of Youth (Netflix), For Life (ABC), Rust Valley Restorers (Netflix), Dante Confidential (RAI), Monty Don’s Adriatic Gardens (BBC), Vegas Rat Rods (Discovery), Somebody Feed Phil (Netflix), The Good Fight (Paramount+), EncounterNamjachingu (TvN), Everybody Say KungdaryProceder (Global Studio), Due Con (RAI), When Weather Is Fine (JTBC), Una Vida Menos en Canarias (Antena 3), e nel videogioco The Crew 2 di Ubisoft. Prima di intraprendere la carriera di compositore, Claudio è stato un musicista jazz professionista dall’età di 16 anni. Ha studiato alla Civica Scuola di Jazz di Milano e al Conservatorio G. Verdi, successivamente con il leggendario Barry Harris, e ha suonato in Europa e negli Stati Uniti con jazzisti di fama internazionale come Roy Hargrove e Charlie Persip. In Italia, è stato il bassista della band Sugarpie & The Candymen, con cui ha girato il paese e l’estero per cinque anni, lavorando anche in radio e televisione con la leggenda italiana Renzo Arbore e il famoso pianista Stefano Bollani. Claudio Ottaviano è stato anche il contrabbassista residente presso il Four Seasons Hotel di Milano. Ha realizzato due dischi solisti come leader: Notturno (2013) e Aurora (2015). Nel 2022 è stato premiato a Berlino con l’European Songwriting Awards nella categoria EDM. Oltre alla musica,  coltiva vari interessi, tra cui la visione di films, il bodyboarding, il retro-gaming (principalmente con console Nintendo e Genesis) e la scrittura.





4 pensieri su “Claudio Ottaviano, Il MARE e altre minchiate

  1. gino rago

    Ringrazio don Fabrizio Centofanti per quast’altro atto di accoglienza anche di quest’altro mio lavoro di tentativo di ermeneutica di un nuovo libro poetico e in me dico:”Come non sentire don Fabrizio fratello?”

    Un nuovo libro poetico, questo di Claudio Ottaviano, in cui gioca un ruolo importante un fattore di cui la critica letteraria militante ancora, sbagliando, non parla: “lo stile dei luoghi”.

    Mi riservo di tornarci in maniera più diffusa in un prossimo intervento.

    Grazie, grazie ancora don Fabrizio.

    Gino Rago

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  2. Claudio Ottaviano

    Grazie di cuore per questa attenta ed interessantissima disanima a Gino e grazie tante a Fabrizio per l’ospitalità!

    Rispondi

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