di Pasquale Vitagliano

Mauro Liggi è un altro poeta-comunità. È difficile separare nettamente l’ispirazione della sua scrittura dalla sua appassionata e generosa attività di promozione poetica, forse addirittura dalla sua professione di medico. Non è un elemento secondario in una stagione in cui la poesia è spesso autistica promozione di sé stessi. La raccolta Alla terra i miei occhi (Interno Libri, 2024) è un breviario laico che ci sostiene e ci orienta. C’è da fidarsi della natura della sua poesia. Ciò che vuole lo vuole con onestà. Questa tenerezza, se non è una cura, è un pharmakon di sopravvivenza. La garza umida sul comò/ (…) ho custodito il miele/ che ora spalmo sulle tue labbra d’autunno. È di pietra, la poesia di Mauro Liggi, ma anche di mirto, di sale, di lava e di ogni elemento naturale senza diluizione. È efficace la definizione che ne dà Anna Segre nella prefazione.

Si rischia di essere sopraffatti dalla logorrea di noi poeti e di assuefarci al nostro idioletto che finisce per echeggiare temi e stili senza sosta. Le poesie di Liggi, invece, ti fanno fermare. Le leggi e ti accompagnano in un mondo che va conosciuto. Il suo stile rifrange la luce di una cosa nuova. Infatti, con naturalezza nomina e fa l’inventario di tutto ciò che serve. Questa poesia fa l’anamnesi delle nostre vite universali. E Liggi sa bene quanto ciò sia necessario per trovare la strada giusta. Raziocinante e insieme lenitiva, denotativa e identitaria, ha fatto propri tutti i canoni conosciuti, li ha elaborati e partecipa con una forza tranquilla al movimento per superarli. Alla fine, non sappiamo cosà resterà delle nostre parole, ma in quelle di Liggi troviamo la conferma che, comunque andrà a finire, conteranno le nostre tenerezze. Diamo una tregua al dire/ a questo dialogo/ fatto di frasi crude, dure/ non ostiniamoci/ a usarle per ferire./ Mettile da parte.

Un libro come pochi per me che ho vissuto una pelle simile.
Grazie Gisella