Postille alla poesia, di Maurizio Soldini 9. Giancarlo Pontiggia

Giancarlo Pontiggia, La materia del contendere, Garzanti, 2025

Sono sincero. Questo nuovo appuntamento con la Rubrica è slittato di qualche giorno a causa di una certa difficoltà nell’approccio a questo libro di pura poesia. Va detto subito che questa è un’opera composta da sessantatré poesie, compatta, solida, consolidata in una struttura lineare, senza interruzione di sorta, dal momento che non c’è neppure una suddivisione in sezioni, come di solito sono articolati i libri o le raccolte di poesia. Sono presenti, altresì, rispettivamente all’inizio e alla fine, dei brevi versi, dei quali non viene riportato l’autore che recitano così: negli stessi fiumi / scendiamo e non scendiamo, / siamo e non siamo e dum sedet et gracili / fiscellam texit hibisco. Ed è chiaro che Pontiggia apre il libro con un rimando alla filosofia, nella fattispecie al panta rei di Eraclito, e lo conclude col rimando alla poesia con la citazione della Ecloga X delle Bucoliche di Virgilio, della quale riportiamo il passaggio completo: << […] / Tutto vince l’Amore, e noi cediamo all’Amore>>. / O Dee Pieridi vi basti che il vostro poeta / mentre siede e intreccia un cestello di gracile ibisco / abbia cantato questo, che voi renderete bellissimo per Gallo, / l’amore del quale tanto mi cresce nel tempo, / quanto al rinnovarsi della primavera s’innalza il verde ontano. / Alziamoci. L’ombra di solito nuoce a coloro che cantano, / nociva è l’ombra del ginepro. L’ombra nuoce alle messi. / Tornate sazie alle stalle, capre, Espero sorge. Ma vedremo di riprendere questo discorso inerente al rapporto tra filosofia e poesia a esplicitazione del possibile filo rosso che si dipana in questo libro tra le due dimensioni. 

Vi chiederete dove ci sia stato l’impasse che ha ritardato la riflessione che qui vi pongo e è una richiesta più che lecita, alla quale si può dare la seguente risposta. Non è stato per niente facile entrare nel libro, che appare da subito di difficile lettura per una tensione del linguaggio che si oscura in una pressoché costante allusività, altrettanto oscura e criptica, che ci riporta in qualche modo alle temperie ermetiche. Tra l’altro non vi sono agganci a contesti propri di una topografia spaziale e temporale di un’epoca in particolare che venga descritta da eventi e da personaggi particolari mostrandone una distinta riconoscibilità. 

Come dire che Pontiggia abbia aderito, per quanto a distanza di un novantennio, al monito di Carlo Bo, il quale in Letteratura come vita tiene a sottolineare come una poesia genuina, quale quella dell’ermetismo, debba scostarsi da quel “tempo minore” per come è determinato da una fisiologica quotidianità, per tendere, invece, alla spiritualità di un tempo straordinario e sopraordinato alla purezza che dà anima alla letteratura come alla vita. 

È stato necessario, pertanto, leggere e rileggere e rileggere ancora e soppesare l’intero libro per poter cercare di dipanare la matassa di un ordito complesso, pieno di rimandi oscuri, che riportano la mente di chi legge a un girovagare in campagna in una notte senza luna, dove si perde l’orientamento se non fosse per la momentanea comparsa di qualche lucciola che illumina il cammino. Come dice Gadamer a proposito della poesia di Celan, in situazioni siffatte, quando ci si trova davanti a un testo poetico criptico, è necessario muoversi alla ricerca di un segno o di un segnale, in una frase, in un verso o in singole parole, che aprano a una qualche possibilità ermeneutica, che, seppure a scanso di ritrovare un significato, aprano alla comprensione di un senso, in modo da superare le aporeticità. Ecco, allora, spiegato perché il tempo richiesto dallo studio di questo libro è stato più lungo del solito, e lo è stato per cercare un qualche approccio ermeneutico, che ha richiesto la necessità di diverse letture e riletture in attesa di qualche lucciola che potesse aprire la porta a dare il via a un quid di comprensione. E questo quid è emerso/emerge alle ultime battute del libro, soprattutto quando si incappa nel testo clou (il quintultimo testo) che è quello dal titolo Tutto è pieno di dei, di vita che pullula: 

Tutto è pieno di dei, di vita che pullula.
Oppure: non c’è un bel niente,
ma un niente che pullula di sogni,
di storie. Oppure: non c’è un bel niente,
e va bene così.
Cogli il frutto che matura, dicono in tanti,
dopo che lo disse un poeta sublime.
Oppure no, lascia che marcisca sul ramo,
con la sua buccia avida di sole,
è molta, troppa, la materia del contendere,
e neanche se fossi Aristotele, potresti venirne a capo.
Il tempo, questo sovrano senza regno,
che getta la sua moneta a ogni bivio,
ne sa di meno di me e di te, che ci guardiamo.
Non credere a chi crede troppo,
e neanche a chi non crede, sii
come la luce di questa baia, dove fa notte,
e basta

In questo testo il dettato si apre a una luce diversa, esce dall’oscurità, diventa esplicito e chiarisce, a mo’ di lucciola, il punto chiave per venire a capo del significato / senso della materia del contendere e rompe l’impasse dando adito alla comprensione di tutto quello che precede ed è stato detto nelle poesie precedenti. E qui è davvero inutile commentare e fare un lavoro ermeneutico perché il dettato è talmente chiaro che non abbisogna di interpretazione in quanto si capisce e si comprende la contrapposizione tra coloro che si contendono la materia stando agli antipodi, del tutto o del nulla, del divenire o dell’essere, dell’essere o del non essere, del buono o del cattivo, del bello e del brutto e del credere o non credere. E il poeta – che nel tragitto del libro è sembrato stare dalla parte degli scettici, dei non credenti, dei non sognatori, dei pessimisti, dei nichilisti – alla fine sembra che traghetti su lidi opposti, quando si sposta su una posizione di medietas tra chi crede troppo e chi non crede e invita a essere come la luce di questa baia, dove fa notte. 

Dicevo più sopra quanto il ruolo della filosofia o quantomeno di una diffusa riflessione presente in questo libro fatto di rimandi che rientrano appieno nell’ambito di questa disciplina, vista soprattutto nell’ottica del divenire eracliteo a discapito dell’essere parmenideo, platonico e anche aristotelico e postulata sulla base di una antropologia fatta rientrare in qualche modo nella dimensione materiale dei quattro elementi empedoclei (aria, acqua, terra e fuoco) e fino a spingersi verso posizioni ce spaziano dal dubbio cartesiano a uno spinozismo immanentista e allo scetticismo metodico e pessimista. Ma per quanto appena detto, ecco che alla fine del libro, negli ultimi testi c’è una vera e propria metanoia, una conversione vera e propria che si sposta a un realismo che si apre all’ottimismo di una speranza che sarà pure utopica, ma che sta in piedi nelle more di uscire dal nichilismo. Anche se in qualche punto del libro, anche in precedenza, vi erano stati dei sobbalzi di apertura all’ottimismo, per quanto nella misura del sogno, come nella poesia Una brocca (a pag. 72), dove si legge:

C’è una brocca che indugia quando cade
fra un risveglio e l’altro,
cocci
che si ricompongono nel clamore di un sogno

e un bisbiglio che si perde
dopo ogni infanzia

Ma gli spiragli di rinsavimento, di resilienza alla caduta nel baratro dell’insignificanza, dell’insipienza, di un’aridità esistenziale si coglie, come dicevo, soprattutto negli ultimi testi, dove il poeta abbandona non tanto la riflessione filosofica ma soprattutto il freddo intellettualismo, per dare voce, sic et simpliciter, alla poesia. Poesia che ritrova la luce e il fuoco di un sentimento lirico poggiato sulla speranza che rivitalizza l’esistenza e di converso riabilita la poesia stessa. 

Nella poesia Stanze leggiamo:

Delirio d’acqua,
nel sonno di un cavalcavia.
Poi è luce, e siamo in un giardino di limoni
neve,
e si sta bene tra le stanze

Quel giardino di limoni riporta, per analogia non solo letterale, ma anche di significato e di senso, a I limoni di Montale, poesia che nella sua conclusione dice quello che tutti noi ben conosciamo a memoria: Quando un giorno da un malchiuso portone / tra gli alberi di una corte / ci si mostrano i gialli dei limoni; / e il gelo del cuore si sfa, / e in petto ci scrosciano / le loro canzoni / le trombe d’oro della solarità. Nella poesia di Pontiggia la luce, la gialla luminosità dei limoni in un verdeggiante giardino e il candore della neve donano un senso di benessere. Uno stare bene che si prolunga nello stanziare in casa. La felicità come ben-esserci.

Nella poesia dal titolo E ti invade una gioia che non c’era appare, alfine, “una gioia”, questa gioia che per quanto umbratile e pensosa, è pur sempre una gioia. E l’essere – la dimensione ontica e ontologica – pare che non sia più messo in discussione, perché anche la pioggia è pioggia, il cielo è cielo, per quanto, ancora, in un sogno lungo di sposa e in un tornare allo scuro delle stanze, ma pure un ornare ai lumi che ardono. 

E, infine, nella poesia che conclude il libro, In un fuoco, si disvela un ritrovato impeto lirico che dà il sobbalzo alla necessità di entrare in uno spiraglio di fuoco ardente che rivitalizzi il cuore ferito.

Riassumendo, leggendo e rileggendo il libro quasi fino al suo termine, si ha la netta impressione che la materia del contendere sia l’illusoria possibilità di discernere il vero dal falso, il bene dal male e, anche se non esplicitato, il bello dal brutto. Ma soprattutto sembra che il poeta accetti di subire l’impossibilità sul piano razionale di poter affermare con certezza se prevale l’essere o il non essere, ovvero il divenire, l’immanenza o la trascendenza. Ergo, la mano pare data allo scetticismo. Una presa di petto dunque, delle dimensioni teoretica, morale ed estetica, tout court un affronto alla filosofia realista e trascendentale, ma anche alla dimensione religiosa, al credere in qualcosa o a Qualcuno che trascenda la materia. Un apparente diniego alla trascendenza, dunque, che pare portare anche al diniego di un qualche orizzonte di senso. Anche se, a tratti, dalla lettura del libro si ha l’impressione di essere immersi in un mondo onirico nel quale sembrerebbe esserci un’anima abitata da archetipi del profondo, di quell’anima così per come è stata sondata da Jung. 

Antipode al realismo, dunque, sembrerebbe che ci venga offerta la visione di un mondo controverso senza soluzioni di senso o quantomeno senza prospettive a causa dell’incidente scetticismo, che sembra non dare possibilità di scampo all’essere, con il nulla (di fatto) che sopravanza a dar luogo a un imperante nichilismo.

Una visione gnoseologica e una visione morale della vita, tout court filosofiche sui generis, che avanzano, apparentemente, all’unisono tra luci e ombre, tra passato e presente, in una Storia senza Storia e in storie senza storia (come appare qua e là anche la storia senza storia del poeta), ma che non può prescindere dal tempo, che si condensa e si coagula comunque nella dimensione ontica e nello stesso tempo ontologica. Perché, se la poesia di questo libro, espressamente apparentata alla contemplazione del mondo nelle more di un certo tipo di filosofia, è allusiva, al punto da sembrare in molti punti oscura, impregnata com’è di un orfismo che è originario di quella poesia elaborata ab initio dal dettato e dalla poetica proprie di Pontiggia, rimarca in continuazione l’andamento temporale della vita nel frastagliato percorso in cui ci si contende su una materia che oscilla dal divenire, che pure gli è proprio, alla sua appartenenza alla sfera puramente ontica, ma con una contemporanea inclinazione alla dimensione ontologica, al punto da far apparire come si possa andare “oltre le porte”, come ci sia la possibilità di superare l’aporeticità che spiani la strada all’utopia, ovvero il cammino verso quell’isola che non ci sarebbe sul piano ontico, ma che potrebbe esserci nell’orizzonte ontologico di un senso colto nel momento di un processo ermeneutico veritativo che doni all’esserci le possibilità del buono e del bello in una funzione esistenziale positiva.

La poesia di questo libro è impeccabile dal punto di vista dell’accuratezza linguistica e denota l’acribia del poeta nel lavoro di cesello prevalentemente dal lato intellettuale. Pervasa come è da cultura, da richiami culturali vari e eterogenei, colti in un profondo amore soprattutto per la cultura e la letteratura classica della latinità, che affiora in diversi testi e contesti del libro, nonché da dinamiche di natura prettamente filosofica. 

Per quanto il dettato sia culturalmente elevato e profondo, lo stile viaggia in un orizzonte tipico della linea lombarda e pertanto è lavorato su un pedale basso. Al punto da perdere di vista il canto, proprio della lirica, che non è presente da nessuna parte di questo libro, se non nelle ultime battute, quando il sentimento è prevalente sulla riflessione. Lo stile di questo libro è per lo più dimesso e sfiora un afflato decadente. Nel complesso, dunque, il rischio è quello di adattarsi fin troppo a una fenomenologia di tipo intellettualistico, sbilanciato come è il dettato su prospettive proprie della riflessione filosofica, che fanno perdere di vista il valore del fuoco che alimenta una poesia di sentimento e di fervore vitale e di emozione.

Ma non mancano, tuttavia, momenti di ripresa di un passato personale del poeta, soprattutto nel pensiero della propria infanzia e giovinezza, che possano ricondursi a una poesia innamorata, soprattutto quando affiorano alcune immagini dell’infanzia; ma anche qui l’emozione è appena lambita. Anche perché affiora un sentimento di discontinuità e di rottura con quel passato, nel quale l’infante come il più o meno giovane alter ego del poeta che allora furono e che oggi, travolti dal divenire, sembrerebbero non esserci più.

Questo non significa che la poesia di Pontiggia non sia apprezzata, ma rimane qualcosa che sfugge mentre si legge questo libro e soprattutto alla prima lettura; forse per il fatto che molti testi, come detto nella nota finale, sono stati di natura occasionale e solo successivamente innestati nella trama del libro. Pertanto, questa opera, di primo acchito, sembrerebbe essere una raccolta di poesie dis-parate, ma non è così in quanto il libro è, come ho già detto, compatto e il filo rosso c’è, e come se c’è.

Ho detto, più sopra, fino quasi alla noia, che per quasi tutta la durata del libro prevale una postura di decadente scetticismo e pessimismo. Ma ho anche detto che, per fortuna, nelle ultime battute l’aria cambia. Perchè c’è un’apertura a una dimensione pur tuttavia ottimistica, laddove ci si apre con tenore montaliano alla gioia, a una qualche felicità, alla comparsa della solarità dei limoni, nonostante il male ineludibile connaturato con l’esistenza degli uomini. 

E devo dire che ho trovato nel debito di Pontiggia a Montale, che in qualche modo viene così ritrovato e riattualizzato, uno dei momenti più convincenti di questa opera poetica che non demorde a ripercorrere la strada della tradizione; tradizione che sta a cuore a Pontiggia nel senso più ampio del termine, nella misura in cui c’è quel tentativo, presente anche in questo libro, di riabilitare la tradizione e anche la tradizione della poesia del mondo classico, in particolare della poesia latina, come del resto fanno altri poeti, come Renzo Paris e Claudio Damiani, che con lungimiranza non ascoltano le voci discordi dei vezzi neoavanguardistici. Per tornare a Montale, per inciso, va detto che è stato un poeta che, per quanto sia stato omaggiato e corteggiato e osannato da molti poeti e dalla critica di un passato che oggi possiamo dire remoto, oggi non gode più di quel credito ricevuto, soprattutto in relazione alla poetica degli Ossi di seppia, che secondo il mio modesto parere oggi dovrebbe essere reimmessa nel canone odierno della poesia per quanto affronta, tra l’altro, a proposito delle dinamiche esistenziali del male di vivere (cosa che Pontiggia, alla fine, mi sembra che abbia fatto), ma anche per lo stile di indubbia valenza lirica. 

La materia del contendere, alla fine e in sintesi, può essere visto come un libro che pone, dispone, dissolve, sgretola, ma alla fine cerca di ricomporre il tutto. Le persone come le cose. Centrale, infatti, la metafora della brocca. Brocca che compare più volte all’interno delle poesie. E la ri-composizione dei cocci, per quanto nell’alveo di un’esistenza che oggi appare sempre più travagliata, si può dare, nella misura in cui ci sia lo spiraglio di quel fuoco che arde a dar luce al cuore afflitto. E quel fuoco non può non essere che la poesia.

In conclusione, in queste semplici postille al libro La materia del contendere, posso dire che la poesia di Giancarlo Pontiggia si conferma come uno dei baluardi della poesia a cavallo del XX e del XXI Secolo, nel solco di una tradizione che parte da molto lontano. 

Un bel libro, questo, lo ripeto, caratterizzato da un dettato e da un contenuto potenti, soprattutto nella misura in cui cerca di mettere insieme la dimensione della poesia con gli orizzonti della filosofia, cosa che a me sta particolarmente a cuore per il fatto che in tal modo la poesia acquista maggiore spessore.

Ma altro punto a favore del fatto di quanto mi abbia convinto questo libro è anche per quella prospettiva che, alla fine, vuole la poesia al di sopra della filosofia e queste due insieme al di sopra della dimensione tecnico-scientifica, che oggi, invece, tende a prevalere soprattutto nella formazione dei giovani. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *