Che cosa dice davvero di noi un bastone da passeggio usato prima del tempo? Quali pensieri restano intrappolati nel fondo di un cassetto dove abbiamo riposto un vecchio cellulare, ormai superato? E perché arrossiamo quando qualcuno si accorge dei nostri abiti consumati, come se non fosse solo il tessuto a essere logoro, ma anche qualcosa di più intimo?
La vergogna degli oggetti si manifesta quando gli oggetti che ci appartengono divengono nello sguardo altrui altrettanti segni di inadeguatezza in grado di rivelare una difficoltà, una perdita, un limite. Quando questi oggetti vengono notati, sembra che la nostra fragilità si renda improvvisamente visibile.
Sartre ha parlato dello sguardo dell’altro come di qualcosa che ci trasforma in oggetti. Ma qui c’è una torsione ulteriore: sono gli oggetti stessi a guardarci, o meglio, a parlare per noi. Il bastone, il telefono vecchio, il vestito troppo usato non sono più strumenti neutrali. Diventano spie silenziose, rivelatori involontari di qualcosa che avremmo preferito tenere al riparo. Non ci assistono più, ci smascherano. E così, il bastone non è più solo un supporto, ma diviene testimone indiscreto di un declino che vorremmo nascondere; l’abito logoro non è più mero rivestimento, ma narrazione non autorizzata delle nostre difficoltà esistenziali.
Forse però abbiamo modo di cambiare sguardo. Quegli oggetti che ci mettono a disagio sono anche testimoni di un certo coraggio: quello di continuare, di adattarsi, di non cedere. Un bastone può essere un segno di resa, ma anche di movimento. Un indumento logoro può raccontare povertà, ma anche fedeltà, memoria, persistenza. Toccarli senza vergogna – accettandoli per ciò che sono – significa riconoscere in essi la storia concreta di una vita che va avanti.
Mostrare queste tracce, invece di nasconderle, potrebbe essere un modo diverso di stare nel mondo. Non per esibire la sofferenza, ma per riconoscerla come parte della condizione umana. Perché la domanda più importante forse non è cosa rivelano di noi questi oggetti, ma cosa rivela di noi il desiderio di nasconderli.


La povertà
Ahi, non vuoi,
ti spaventa
la povertà,
non vuoi
andare con scarpe rotte al mercato
e tornare col vecchio vestito.
Amore, non amiamo,
come vogliono i ricchi,
la miseria. Noi
la estirperemo come dente maligno
che finora ha morso il cuore dell’uomo.
Ma non voglio
che tu la tema.
Se per mia colpa arriva alla tua casa,
se la povertà scaccia
le tue scarpe dorate,
che non scacci il tuo sorriso
che é il pane della mia vita
Se non puoi pagare l’affitto
esci al lavoro con passo orgoglioso,
e pensa, amore, che ti sto guardando
e uniti siamo la maggior ricchezza
che mai s’è riunita sulla terra.
P. Neruda
Figli di un Dio povero, ci vergogniamo della povertà.
Grazie per la bella riflessione.