Estratto della postfazione di Giovanni Agnoloni alla silloge del poeta faroese Kim Simonsen La composizione biologica di una goccia di acqua di mare porta con sé l’eco del sangue nelle mie vene (I Libri di Mompracem, 2025), da lui tradotta dalla versione americana a cura di Randi Ward
C’è (…) tanto “dietro” questa apparentemente breve ma in realtà assai densa raccolta di versi. Andiamo a osservarne più nel dettaglio le diverse parti e la ricchezza di temi e suggestioni poetiche. Le sezioni, come si accennava, sono quattro: “Prima mattina sulla terra”, “La storia naturale dello spinarello”, “La filosofia dei pesci” e “Umani”. Già di per sé, sembrano descrivere un arco che parte dall’ampio scenario della natura, con al suo interno uomini, animali, vegetali e minerali, per poi passare a un piccolo protagonista della vita ittica del posto, al centro dei ricordi dell’autore, e quindi riallargarsi su tutti i pesci, ai quali – in accordo con le linee teoriche di fondo tratteggiate nel paragrafo precedente – viene applicata una parola abitualmente umana, “filosofia”. Infine, ecco noi, gli “umani”, non più cuore dello scenario ma suo ultimo atto, ultimi inter pares, se mi si passa l’espressione.
Insieme, c’è già implicito un altro arco, puramente interiore, racchiuso in quel “prima mattina” nel titolo della sezione d’apertura. L’inizio, infatti, coincide con la morte del padre, che segna, sia pur col dolore, l’apertura di una nuova fase nella vita del poeta, e pare essere il motore segreto di tutte le percezioni e le riflessioni che da lì in poi si dipaneranno, fino ad approdare all’ultimo verso della quarta sezione e di tutta la raccolta, «Ben presto mio padre s’infrangerà come un’onda contro gli scogli e sparirà». Con esso, il cerchio si chiude e l’arco interiore viene nuovamente a coincidere con quello dei cicli naturali, che partono dal mare e ad esso ritornano, venendo risucchiati nel Tutto che niente ricorda a lungo, perché ogni persona-o-cosa rientra nell’incessante divenire (e fluire) cosmico.
In una delle poesie della prima sezione leggiamo: «Siamo uno stato di flusso liqueforme». È forse questa l’essenza dei concetti già evocati e ritornanti lungo tutto l’arco del volume – a ondate, per rimanere coerenti con il contesto, «in un turbinio sovrapposto / di strati / su / strati» –. Proprio come l’editore faroese ha sottolineato nel presentare il volume: «La natura fuggevole dell’esistenza è intessuta in un tutto cosmico di onde e di mare – di vita e di morte – in cui vengono esplorati il rapporto tra gli esseri umani e il mondo, il mare dentro di noi e il nostro legame con l’acqua».
Esiste dunque una circolarità orizzontale, per così dire, che cinge e unisce tutti i componenti della natura, dai più microscopici («Sono virus, / sono alga, / sono ciò che è ammuffito»), agli animali e agli esseri umani («La mia fredda mano tocca la staccionata impregnata / d’acqua, c’è odore di terra qui; / sento le ali degli uccelli»), fino alle più imponenti formazioni rocciose («L’oceano sta erodendo queste sponde; / i flutti s’infrangeranno su questa terra / finché l’ultimo faraglione non sarà abbattuto»). Ma esiste anche una circolarità verticale, che attraversa il tempo accomunando e facendo brevemente rivivere nel qui e ora attimi appartenenti al passato degli affetti («E mentre cammino in questo / paesaggio / sto forse muovendomi tra filamenti protesi verso qualcos’altro, / verso un mondo migliore, un tempo / in cui sentivo di essere amato?») e del paesaggio in genere. Per esempio qui: «Il fiordo, le onde, il pendio ormai saturo / Sono divenuti una necropastorale». Il concetto di “necropastorale”, che in un contesto poetico potrebbe anche chiamarsi un’“elegia del disfarsi (o del decomporsi) delle cose”, è stato definito da Joyelle McSweeney come «una zona politico-estetica in cui la realtà delle depredazioni attuate dal genere umano non può essere disgiunta dall’esperienza di una “natura” avvelenata, mutata, aberrante, impressionante, piena di effetti e stati emotivi dannosi»[1], e riguarda specificamente situazioni e modalità di carattere non umano, come «insetti, virus, alghe e muschi»[2].
In altre parole, esiste una rete di coscienza trasversale e direi quasi collettiva, in cui tutto è biologicamente e, ancor prima, vibrazionalmente collegato a tutto. Nelle parole del poeta, sono proprio i funghi a fornire l’esempio più efficace:
«I funghi si curavano di me?
Si diffondevano sottoterra, una rete intercomunicante
che si espande al contempo in ogni direzione;
ogni ifa conversando con tutti gli altri filamenti,
con tutte le piante e gli alberi
che crescono qui.»
Eppure, la coscienza di questo collegamento evidenzia quanto sia concreta la possibilità di un’“epicurea” indifferenza insita nella natura, ben espressa dal dubbio se i funghi, che pure formano quella rete sotterranea, si interessassero veramente a lui nel passato (così come, altrove nel libro, leggiamo: «Gli alberi mi / vedevano / prima che li vedessi io, / quando ero piccolo?»). Questa visione neomaterialistica e vitalmaterialistica, cioè, lascia apertissimi gli scenari della solitudine umana, o meglio, forse la constatazione che, se tutto è veramente correlato a tutto, la percezione stessa della solitudine (nel presente di questi versi strettamente legata alla morte del padre) deve trasmutare in una consapevolezza di tipo diverso, più sottile e legata alle interconnessioni profonde che la biologia e più in genere le dinamiche naturali sanno creare. E sono proprio queste a diventare un preziosissimo spunto metaforico, perché è come se la coscienza del poeta si spalmasse orizzontalmente su tutto il mondo e le voci della natura della sua isola (da cui è mancato per molti anni), ricollegandosi al contempo verticalmente a tutti i ricordi che, come l’acqua e i microrganismi che essa contiene, hanno imbevuto di sé ogni componente di quel paesaggio.
«La mia rete stamani si estende
tra diversi continenti,
fino a tornare a questo villaggio,
a quest’isola,
a questa spiaggia,
a questi ciuffi di erba avvizzita,
a questi fili che si piegano sotto il peso
di minuscoli, luccicanti frammenti di ghiaccio—
che la luce del sole colpisce,
sfavillandomi negli occhi»
Possiamo affermare che il decomporsi delle cose, non diversamente dall’evento della morte del padre, ha innescato nel poeta una presa di coscienza decisiva, un riscoprire l’eco sempre presente degli affetti di una volta, che vive ancora dentro, là dove forse certe sensazioni, con la distanza, si erano anestetizzate. È un meccanismo eternamente ritornante, proprio come quello delle onde del mare.
Tutto questo riecheggia nel corso della parte iniziale (e forse più consistente in termini di pagine) del volume, ovvero “Prima mattina sulla terra”. Ma si tratta di concetti che continuano a propagarsi anche nelle successive. La poesia di apertura della seconda sezione (“La storia naturale dello spinarello”), sembra dichiararlo apertamente:
«Stamani l’oceano è tornato a scagliare grandi
pietre nere sulle sporgenze rocciose lungo la costa.
Le ondate s’infrangono a riva,
sminuzzandosi su tutta la spiaggia,
spazzano via sassi e conchiglie che stridono contro le nere scogliere
mentre un intreccio di masse algose vortica
e resiste all’essere ritrascinato in mare, distendendosi per scendere più giù
verso i bassi fondali e tutto ciò che è intessuto nella risacca,
giorni e onde,
il flusso e riflusso del tempo.»
Quella materia semisolida che galleggia nell’oceano, sentendone correnti e pressioni, resistendo e poi lasciandosi andare (con evidenti echi sonori che la lingua del poeta riproduce quasi onomatopeicamente – è stata una delle sfide di questa traduzione), sembra essa stessa una metafora dei contenuti del ricordo e degli affetti che si agitano nel mare dell’interiorità, sprofondando e riemergendo in modo ciclico per veicolare antichi contenuti e nuovi risvolti. Perché, proseguendo nella lettura, vediamo che
«Le onde sono come una nuova forma,
una linea d’acqua tracciata lontano attraverso l’oceano.
Più o meno come io non riesco a staccarmi da una porta rimasta socchiusa,
una che conduce fuori, nel mondo
e indietro, ad altre epoche della mia vita
e a vecchi regolamenti di conti.»
Il contenente è il contenuto, il mezzo è il messaggio, il fenomeno naturale è l’informazione che in esso leggiamo e che è per noi, in quanto tutto nell’universo esiste in relazione a qualcos’altro e, come ci insegna la fisica quantistica, in relazione a un osservatore che lo fa collassare e risultare quella cosa che si manifesta davanti a lui e dentro di lui nell’attimo presente. Il mare-oceano, dunque, è sì anche metafora di certe rese dei conti rimaste in sospeso, ma in definitiva è in sé quelle rese dei conti, in quanto suscita precisamente quella presa di coscienza. E infatti, andando avanti nella lettura, leggiamo:
«Forse c’è qualcosa che non riusciamo a vedere
e di cui nella mia famiglia non parlavamo mai,
ed è per questo che sono tornato nel luogo in cui nacqui
come la trota di mare nascosta nel fiume
che scorre attraverso il villaggio.
Nel fiume in cui le trote guizzano lungo le rocce piatte,
risalendo la corrente fin dentro la cascata e fino al punto
dove nacquero e dove deporranno le loro uova
e infine moriranno.»
Il poeta è quei luoghi, da cui pure è mancato per più di vent’anni, lavorando in tante parti del mondo, pubblicando numerose opere poetiche e lavorando come ricercatore ed editore. I cicli di base del suo pensiero e della sua esistenza sono lì. E sono proprio quegli ambienti a reinsegnarglielo, riportandolo alle dinamiche di fondo della natura faroese, sospese tra l’acqua del mare e le rocce delle sponde delle isole. È un pensiero che lo fa vacillare, perché lo mette davanti alla fragilità di tutto:
«C’è come una sottile membrana tra la nebbia e i frangenti,
un moto di umidità interno al mondo —
uno stato di cose da rimettere a posto,
una deplorevole fatalità che porta la vita a crollare.
Cede come dune di sabbia che rovinano l’una sull’altra,
come valanghe che tutto travolgono per poi recuperarlo,
creando nuove forme, proprio come le ondate
che trasformano la spiaggia,
e come la storia naturale dello spinarello,
come le vene varicose su una tibia
dove il sangue trova sempre un’altra via
come rigagnoli nella sabbia,
la marea montante,
le cozze pelose che non smettono mai di spuntar fuori,
le alghe verdi che sono morte ieri notte
e quelle che hanno iniziato a vivere (…)»
Non è un caso che al centro dell’attenzione ci sia il minuscolo spinarello. Quale miglior simbolo della caducità (e sia pur della resistenza) delle cose – oltre che vettore esso stesso di ricordi?
«Pensavamo sempre a loro,
agli spinarelli color verde argenteo
sognavamo di catturarli
e portarli a casa con noi.
Vivevano per settimane in torbide vasche da bagno
finché non morivano di fame a interi banchi.
Lo spinarello, il nostro pesce più minuscolo
e il più resistente di tutti
con quelle caratteristiche spine sul dorso;
per gli spinarelli conta ben poco che le onde
li spingano avanti e indietro tra il mare e le pozze di marea.
La storia naturale dello spinarello
è come l’oscura storia
degli esseri umani
che vivono nella pioggia e nell’oscurità
di questa terra
mentre infuria
la terza tempesta invernale della settimana.»
Nello schema fuggevole delle cose, però, residua e sembra salvarsi una sostanza che va al di là delle dinamiche divoratrici del tempo. E per trovarla il poeta si appella alla filosofia, attingendo dal pensiero di Aristotele.
«Aristotele sostiene che esistono tre tipi di sostanza nel mondo:
a. la materia in potenza
b. quella che ha forma
c. quella che è materia in sé e ha forma
Guardo le foto
nei tanti album di mia madre allineati sullo scaffale,
ne trovo una in cui mio padre
tiene le braccia strette attorno a me.
Eravamo sostanza, avevamo una forma.»
Più in generale, tutto il volume è imbevuto di uno strato profondo di coscienza sapienziale insito nel pensiero dei più grandi filosofi greci, risalendo indietro addirittura fino ai presocratici. Ecco dunque non solo l’idea dell’indifferenza della natura nella sua incessante danza di elementi microscopici (che richiama la danza degli atomi e l’indifferenza degli dèi secondo il già ricordato Epicuro), ma il senso di “scorrevolezza del tutto” che richiama al panta rhèi di eraclitea memoria, e ancor più il principio (archè) e il destino ultimo delle cose secondo Anassimandro, evocato da una poesia nella prima sezione.
«Tutta l’acqua viene dall’oceano.
Tutta l’acqua ritorna all’oceano.
Il primo filosofo, Anassimandro,
disse che tutto ciò che sta morendo
ritorna all’elemento
da cui proveniva.»
[1] Si veda Joyelle McSweeney, What is the Necropastoral?, pubblicato il 29 aprile 2014 su https://www.poetryfoundation.org/featured-blogger/70370/what-is-the-necropastoral (trad. mia).
[2] Ibidem.
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Kim Simonsen (1970) è autore di sette libri e di numerosi saggi e articoli. Nel 2014 ha vinto l’“M.A. Jacobsen National Literature Award” delle Isole Fær Øer per la sua silloge poetica Hvat hja?lpir einum menniskja at vakna ein morgun hesumegin hetta a?ratu?sundið (“A che giova a una persona svegliarsi una mattina da questa parte del nuovo millennio”, 2013), raccolta che nel 2025 sarà pubblicata in traduzione inglese da Deep Vellum Publishing.
La sua ultima silloge poetica, Li?vfrøðiliga samansetingin i? einum dropa av havvatni minnir um blo?ðið i? mi?num æðrum (“La composizione biologica di una goccia d’acqua di mare porta con se? l’eco del sangue nelle mie vene”, 2023), è stata nominata per il Nordic Council Literature Prize del 2024.
Le opere di Simonsen sono apparse su giornali e riviste di tutto il mondo, tra le più recenti delle quali Washington Square Review, Asymptote, Four Way Review, Trafika Europe e Versopolis. Alcune sue poesie usciranno anche nel 2025 sull’antologia Best Literary Translations di Deep Vellum e sono state pubblicate in Poems from the Edge of Extinction: An Anthology of Poetry in Endangered Languages, a cura di Chris McCabe, bibliotecario della National Poetry Library di London e fondatore dell’“Endangered Poetry Project”.
Kim Simonsen ha studiato scrittura creativa alla Gladiator’s Writing Academy di Copenaghen, ne è stato docente all’Università delle Isole Fær Øer e attualmente lavora come accademico in Islanda. Ha conseguito un dottorato presso l’Università di Roskilde ed è il fondatore e il direttore editoriale di Forlagið Eksil, una casa editrice faroese che ha pubblicato oltre venti titoli. I suoi libri sono stati tradotti in danese, macedone, italiano, ungherese, tedesco e inglese.
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Randi Ward è una poetessa, traduttrice, paroliera e fotografa del West Virginia, negli Stati Uniti. Ha conseguito un Master in Studi Culturali presso l’Università delle Isole Fær Øer e ha vinto per due volte il “Nadia Christensen Prize” dell’American-Scandinavian Foundation. Le sue opere sono apparse su Asymptote, Words Without Borders, World Literature Today e su molte altre pubblicazioni, e sono state trasmesse anche su Folk Radio UK, NPR e PBS Newshour. Ha ottenuto l’“Appalachian Photography Award” della Shepherd University, e la Biblioteca della Cornell University nel 2015 ha inserito una raccolta di suoi lavori nel proprio Dipartimento di Libri rari e Manoscritti. Per ulteriori informazioni, visitate il sito randiward.com.
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Giovanni Agnoloni (Firenze, 1976), è uno scrittore, traduttore letterario e blogger. È autore del libro di filosofia del viaggiare Le rivelazioni del viaggio. Piccoli attimi di perfetta chiarezza lungo il cammino (Ediciclo, 2025), del romanzo di viaggio Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa (Fusta, 2020), del romanzo psicologico Viale dei silenzi (Arkadia, 2019) e della quadrilogia di romanzi distopici raccolti nel volume Internet. Cronache della fine (Galaad, 2021), nonché coautore (con Carlo Cuppini e Sandra Salvato) del concept-book di racconti Da luoghi lontani (Arkadia, 2022).
Ha scritto, curato e tradotto vari libri sulle opere di J.R.R. Tolkien, e tradotto libri su William Shakespeare e Roberto Bolaño (quest’ultimo, Bolaño selvaggio, Miraggi, 2019, insieme a Marino Magliani) e opere di Jorge Mario Bergoglio, Joe Biden, Kamala Harris, Arsène Wenger, Amir Valle, Peter Straub e Christian Stannow.
Traduce da e verso l’inglese, e dallo spagnolo, dal francese, dal portoghese, dal polacco e dallo svedese. Nel 2023 ha ricevuto il Premio “La Quercia del Myr” come traduttore dell’anno. Il suo sito è www.giovanniagnoloni.com.

