Il vegetariano, film di Roberto San Pietro

di Giselda Pontesilli

I) Nella poesia e ancor più nel romanzo dell’800 c’è una figura ricorrente: il giovane, né nobile né ricco, ma nobile e ricco di intenti, studi, sentimenti («io ho la nobiltà dell’animo» – dice di sé Julien Sorel), che la società, prima o poi, avvilisce, elimina.
Egli (in certo modo oppresso dalla povertà, ma con la fortuna d’aver avuto una buona educazione – dice ancora di sé Julien Sorel) potrebbe essere mediatore, educatore, chierico nella società (così come potrebbero esserlo i poeti che lo cantano, la “classe pensante”) ma, alla rivoluzione borghese consegue un nuovo impersonale despota, il denaro (antireligioso e anticomunitario) e con esso la macchina, a cui quel singolo, dopo varia lotta, soccombe, ovvero, col suo sacrificio, realizza la più alta vittoria e azione mediatrice in questo mondo possibile.
II) Lungo tutto l’ 800, tale parabola, testimoniata (nelle sue sfaccettature e articolazioni)  da prosa, poesia, filosofia, si compie sempre più drammaticamente, finché il giovane, l’uomo, il popolo non più può credere in se stesso e nel ’900 la sua forza interiore si sfalda, frantuma, così come accade alla forma che “più” lo rappresenta, il romanzo: anche il romanzo si disgrega e qualora continui, superficialmente forse, o moralisticamente, a proporre la descrizione d’un tipo di uomo ormai “scomparso”,  risulta [non sempre] retorico, accademico, suona falso.
III) Nel “romanzo” cinematografico Il vegetariano (2019), diretto da Roberto San Pietro, è come se il confronto/incontro/scontro tra quel tipo di uomo e la società attuale sia di nuovo autenticamente, realmente possibile.
Ciò accade perché nel film, ambientato in Emilia Romagna, a Novellara, il protagonista, cioè il giovane “in certo modo oppresso dalla povertà ma ricco nell’animo”,  non è più quello occidentale, le  cui risorse culturali sostanziali sono ormai da tanto tempo “sparite” e, dunque, “improponibili”, bensì un giovane (Krishna, indiano, mungitore di mucche e al contempo studente universitario, induista) di un’altra società, la cui cultura popolare e religiosa tradizionale     [l’«immensità del mondo contadino» (1), del «mondo-religioso contadino (tutte le religioni del mondo sono profondamente simili tra loro)» (2)] è, malgrado tutto, ancora viva, e ne  ha nutrito fin dall’infanzia, ripercorsa nel film memorabilmente,  lo stupore e la devozione per l’Essere e per ogni forma di vita.
IV) Roberto San Pietro ha intuito la figura  di Krishna grazie a un fatto realmente accaduto, “un fatto di cronaca” (anche a Stendhal un fatto di cronaca fece “ricordare”, venire a un tratto in mente l’idea di Julien Sorel): “un giovane indiano si rifiuta di mandare al macello le mucche non più produttive dell’allevamento emiliano in cui lavora, perché ciò è contrario alla sua coscienza umana e religiosa”.
Uno solo, certo, fa questa scelta, tra i tanti indiani che lavorano nei tanti allevamenti emiliani, e che, come puntualmente il film documenta (basandosi su una preliminare ricerca sociologica), si adattano, cioè: in vario modo, con vari sensati ragionamenti e sentimenti, accettano, si integrano.
Però lui, il giovane indiano del fatto di cronaca, il Krishna del film, c’è, esiste realmente, e, nel suo anelito a sentimenti e ragionamenti posti più in alto, più autenticamente conciliatori – veri – per Oriente e Occidente,  è affidabile, possibile, cantabile.
V) Lui è, possiamo anche dire, uno degli «uomini-lucciola» (che fiocamente rischiarano la notte) di cui parla (in Come le lucciole. Una politica delle sopravvivenze) Georges Didi-Huberman, secondo il quale Pasolini «sbaglia», nel ‘75, «credendo di aver appurato l’irrimediabile scomparsa delle lucciole» (3) e degli «esseri umani» (4), «sbaglia» ad aver «inventato per noi la scomparsa delle lucciole» e de «l’idea dell’uomo che compare nei grandi mattini/dell’Italia, o dell’India, […]» (5), ma: vedere il suo sbaglio è vedere sostanzialmente la sua verità, continuarne l’opera.
Continuare, cioè, a constatare che gli «esseri umani»  sono spariti «solo alla nostra vista», solo nella misura in cui rinunciamo a seguirli, oppure perché sono andati «oltre l’orizzonte», come fa il sole, che non perciò cessa di esistere.
Bisogna, dunque, «aprire gli occhi nella notte» (6), rimettersi in cammino verso di loro, ritrovarli: a partire da un fatto di cronaca, qualche volta.
VI) Quando l’anziano, piccolo allevatore da cui lavora, gli impone di accettare la macellazione di una mucca improduttiva, Krishna se ne va, trova un lavoro a giornata (in nero, sottopagato) nelle serre, e, al contempo, si rivolge al Comune di Novellara, sperando (inutilmente) di ottenerne l’incarico di “mediatore culturale”, compito che ha già svolto, per il Comune, saltuariamente  e, di suo, continuativamente, per quanti lo circondano.
Poi, sottoposto a estremo sfruttamento, si intossica coi veleni che spruzza in una serra, non viene soccorso, anzi è abbandonato dai suoi  “compagni” di  lavoro. E muore.
VII) Poco prima, Krishna si era sposato con una giovane (che fa la badante) di religione ortodossa.
Molto naturalmente, il matrimonio viene celebrato sia col rito religioso induista,  mostrato in tutta la sua verbale e gestuale sapienza, sia col rito ortodosso, simile all’altro – constatiamo – bello altrettanto.
Ciò a evidenziare, da parte dei due giovani, da parte del mediatore Krishna, una coscienza viva, spirituale della propria tradizione, la comprensione, cioè, dell’unità trascendentale delle religioni, su cui con lui variamente concordano nel ‘900 Florenskij, Shuming, Gandhi, Simone Weil, Lahbabi, Abderrahman…
(E Pasolini, certo, che in Vuoto di Carità, vuoto di Cultura: un linguaggio senza origini, ha scritto: «tutte le religioni del mondo sono profondamente simili tra loro»).
Poi, ci sono i festeggiamenti – e nei festeggiamenti per questo matrimonio, sembra proprio di essere a un passo da un’epoca di vicinanza, un’epoca… che ancora per un poco non appare. E allora, pensiamo:
VIII) potrebbe, potrà, il paterno, buon padrone di Krishna, (benché, anzi, proprio perché angustiato dalla banca, la concorrenza, l’ingranaggio) fare quel passo,  prendere la decisione di schierarsi con Krishna, di avventurarsi in una nuova “andatura”, fiduciosa, religiosa?
Potrebbe, potrà, la vivace, alacre funzionaria del Comune prendere qualche sua iniziativa personale, decidere di aiutare Krishna, comunque?
Eppure, pare, basterebbe poco, qualcosa di “infinitamente piccolo”(6), perché quell’epoca appaia.
(“Basterà poco, a fare, dal basso, quel passo”).
IX) Novellara (2021): muore Saman Abbas.

NOTE

(1) Pier Paolo Pasolini, Limitatezza della storia e immensità del mondo contadino, in Scritti    corsari, Milano, Garzanti, 1975, p. 64.

(2) Pier Paolo Pasolini, Vuoto di Carità, vuoto di Cultura: un linguaggio senza origini, ivi, p. 45.

(3) Pier Paolo Pasolini, L’articolo delle lucciole, ivi, p. 161.

(4) «Non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra»: così Pasolini, qualche ora prima di morire; in: Furio Colombo, Siamo tutti in pericolo. L’ultima intervista di Pasolini, Reggio Emilia, Compagnia editoriale Aliberti, 2020, p. 32.

(5) Pier Paolo Pasolini, da Nuova poesia in forma di rosa, in Poesia in forma di rosa, Milano, Garzanti, 2019, p.137.

(6) Georges Didi-Huberman, Come le lucciole. Una politica delle sopravvivenze, Torino, Bollati Boringhieri, 2010, p. 31.

(7) «Sempre lo stesso infinitamente piccolo, che è infinitamente più di tutto»: così Simone Weil, in Questa guerra è una guerra di religioni, articolo scritto a Londra nel 1940. In: Simone Weil, Sulla guerra. Scritti 1933?1943, Milano, Pratiche Editrice, 1998, p. 131.

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