Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

“Venite dietro a me”

(Michelangelo, Cappella Sistina)

«Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:
«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,
sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti!
Il popolo che abitava nelle tenebre  vide una grande luce,
per quelli che abitavano in regione e ombra di morte
una luce è sorta».
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedèo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.
Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.» [Mt 4,12-23]

Giovanni sta nel deserto e da lì chiede penitenza, “perché il Regno è vicino”.

Gesù percorre le vie degli uomini e qui chiede conversione, “perché il Regno è vicino”.

Non basta fare penitenza o produrre opere di penitenza: è necessario un cambio di mentalità.  

La linea lungo la quale Giovanni si muove è quella di una mentalità legata al peccato, dal quale ci si deve purificare. La penitenza è, allora, “espiazione”, per essere degni del “Regno che viene”.

La rotta seguita da Gesù è quella della “metànoia”, del cambiamento di pensiero, che è cambiamento del modo di essere. Adesso, “perché il Regno è vicino”, oggi.

“Metànoia” è rifondarsi. È essere “ri-creati”. È lasciarsi “ri-creare”.

L’iconografia ha riprodotto l’atto creativo con un dito levato. È la stessa immagine usata per indicare che qualcuno sta parlando. Chi parla, chi ha la parola, è raffigurato con il dito (o due dita) levato.

Parlare e creare, in Dio, coincidono. Parola e azione sono la stessa cosa.

L’Amore non dice e poi fa. Fa mentre dice. Il suo dire è già un fare. L’Amore è l’atto primo, originante, che mi fa essere. A questa iniziativa corrisponde una risposta. Michelangelo abbozza un dito mosso, se non proprio levato, da parte di Adamo. L’Amore dice, e dicendo, chiama. L’uomo risponde e, rispondendo, assume per sé lo stesso “modo” di Dio.

Gesù, lungo le rive del lago di Tiberiade, fa lo stesso. Chiama e, chiamando, fa essere nuovi, “ri-crea”, mette in atto quella “conversione” che era stata chiesta. “Venite…vi farò”. Farò di voi quello che oggi non siete, vi farò essere creature nuove. È, appunto, una “ri-creazione”, un essere rifondati, chiamati, in modo nuovo e definitivo, alla vita.

Non è il discepolo che cerca il maestro, come normalmente accadeva nelle scuole rabbiniche. Non è il discepolo che chiede di seguire il maestro. È il maestro che sceglie il discepolo e lo invita a seguirlo.

Quando si intravede la luce, ciò che appartiene all’oscurità perde di significato e di attrattiva.

“Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce”. E Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni lasciano e vanno. Non si può andare senza prima aver lasciato. Anzi, ogni andare è per se stesso un lasciare. Non si ha nessun andare che non sia anche un lasciare. Altrimenti, il nostro andare è illusorio e non porta a nulla. Ogni novità, se vera novità, prevede il lasciare di ciò che era prima.

La “ri-creazione” di Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni (importante chiamarli ognuno per nome) passa attraverso il loro lasciare. Questo è il punto di cesura. Da qui in poi, la loro esistenza sarà fatta nuova, sarà “convertita”.

Non è penitenza, ciò che viene chiesto. Non è sacrificio di sé per espiare colpe gravose, per lavarsi la coscienza e sentirsi “a posto”. L’unica cosa che viene chiesta è “Seguimi”. Impossibile restare indifferenti.

È l’obbedienza ad un “languore” che ci portiamo dentro e che Gesù guarisce. Così suggerisce la traduzione latina (Vulgata) del testo greco: “sanans omnem languorem”. Gesù  “insegnava” e “guariva ogni infermità”, ogni languore. Come nella creazione, l’Amore fa essere, qui, lo stesso amore dà la capacità di risposta. “Da quod iubes e iube quod vis” diceva s. Agostino (“Dà ciò che chiedi e chiedi ciò che vuoi”)

Abbiamo un “languore” che deve esser guarito, un desiderio che inquieta e che deve solo essere svegliato.

La chiamata di Gesù sveglia il desiderio e lo orienta.  

È l’obbedienza al desiderio che ci portiamo dentro che segna l’inizio di una vita nuova?

Non si segue Gesù in cerca di una dottrina o di un insegnamento spirituale. La Sequela è l’accettazione della concreta sua storia e del suo destino. È ritmare il passo con un ritmo nuovo: morte e resurrezione. È accettare l’amore come propria dimensione e proprio spessore.  

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