Corpus
In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». [Gv 6, 51-58]
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“Volete andarvene anche voi?”, chiede Gesù, poco oltre.
“Questo linguaggio è duro” (Gv 6, 60).
Fino a quando si parla di spirito, nessuno si sente toccato. Quando si comincia a parlare di “carne”, l’interpellanza entra nel vivo del quotidiano, nella concretezza di un vivere che viene investito di radicalità. E la radicalità urta la sensibilità di chi cerca la tranquillità dello spirito.
Qual è la “carne” che viene data?
C’è differenza fra la “carne” e il “corpo”?
Il termine usato nel vangelo di Giovanni, tradotto con “carne”, è “sàrx” e indica proprio la concretezza carnale, tant’è vero che si aggiunge anche “sangue”. Non si sta parlando metaforicamente, si parla di una concretezza spiazzante e destabilizzante. “Il pane che io darò” ha il verbo al futuro e non si può non pensare al “dare” e al “darsi” di Gesù nell’atto finale compiuto sulla croce.
Fino a quando si parla di peccati e di perdono, fino a quando il mio vivere quotidiano è tenuto fuori, questi discorsi possono anche essere affascinanti. Quando, però, si tocca, nel vivo, la “carne”, la destabilizzazione è totale. Non si capisce più, non si trovano le coordinate tradizionali per spiegare e comprendere. “Da allora, molti suoi discepoli si tirarono indietro e non andarono più con lui” (Gv 6, 66). La concretezza di questa “carne” è tale da sconvolgere. È tanto totalizzante da essere scoraggiante.
Soprattutto, poi, se si considera la finalità del dare: “la vita” e “la vita-per-sempre”.
Come dire: fino a che si fanno bei discorsi, accattivanti e convincenti, nuovi rispetto al vecchiume, siamo tutti pronti a camminare insieme; ma, quando l’invito è alla concretezza della “carne”, allora, le forze vengono meno e le convinzioni vacillano. Quanto, della “carne” che mangiamo nelle nostre eucaristie, tocca la nostra “carne” e la interpella? Quanto, di questa “carne” diventa il nostro vivere quotidiano? “Questo discorso è duro”, esige un cambio di paradigma. Tutta la consistenza della “carne” è nel suo essere “data”. Tutta la concretezza della “carne” è nell’essere “mangiata” (“tròghein” indica la voracità animale del mangiare, la sua estrema concretezza). Non è la morte, in sé, a dare la vita, ma è il “darsi” che genera fecondità e il “darsi” o è totale o non è. Non ci si può dare parzialmente, non si può donare “fino ad un certo punto”. Ci saranno sempre motivi “urgenti”, situazioni “prioritarie” che ci impediranno di dare noi stessi. Alibi per una coscienza che non cerca altro che conferma a sé stessa.
C’è un’urgenza che bussa alle nostre porte e che ci interpella ed è nella “carne e nel sangue” di chi abbiamo escluso dalle nostre assemblee eucaristiche.
Così, la “carne e il sangue” di Cristo diventano “corpo” di Cristo.
C’è una differenza fra la “carne” e il “corpo”? Mentre il primo termine rimanda ad una concretezza individuale, quasi biologica, ad indicare l’appartenenza ai “viventi”, il secondo apre a significati più inclusivi. “Corpo è concretezza relazionale” (Ugo Vanni). Ha in sé un senso di appartenenza più proprio dell’essere umano. Attraverso il “corpo” entro in relazione con il mondo intero, con me stesso, con gli altri, e persino con Dio. Ha tutta la concretezza della “carne” ma fa esplodere questa concretezza in una relazione che diventa costituitva di me come essere vivente e vivente con gli altri.
Mentre la “carne” propone l’unicità di ciò che Cristo è, il “corpo” rende la partecipazione e la condivisione. Non si tratta di due concetti separabili. Non c’è corpo senza carne. Nessun corpo è disincarnato. La relazionalità compresa nel secondo termine, però, obbliga ad aperture incondizionate, ad inclusioni senza limiti; obbliga ad una “comunione”, che diventa “già e non ancora” del nostro quotidiano andare. Tutta da vivere, ma anche tutta da costruire. Radicalmente presente, è memoria di esperienza vissuta e di cose future. Noi, il “corpo di Cristo”(1Cor 12,27), radicati nell’oggi, respiriamo futuro, che a presente e passato dona senso e significato.

Le riflessioni, come sempre ricche di suggestioni, offerte da Lucio mi portano ad una ulteriore considerazione certo più banale, che riguarda il linguaggio del corpo. “Carne” non esprime una configurazione precisa, non implica confini. II” corpo” viceversa implica una configurazione che ha di per se tratti che la delimitano, che ne definiscono i confini
“Aprirsi “all’altro lo comunico con una apertura anche materiale come quello delle braccia. Le posso tenere chiuse intorno a me, quasi a esclusione e difesa dall’altro. O aprirle: esco dai miei confini ad accogliere l’altro in un abbraccio.