Accoglienza
(M. Chagall)
«In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada.
Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto.
E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.» [Mt 10,34.37-42]
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Pesanti, le parole del vangelo. Pesanti e dure.
“Sono venuto a portare la spada” a “dividere”.
Che amore è mai questo che divide? Che amore è che entra negli affetti e li fa esplodere?
Non siamo abituati. Non siamo abituati ad un amore così. Lo preferiamo dolce e zuccheroso, consolante e carezzevole, che non scomodi troppo, che non interferisca troppo con le nostre cose.
Troppe volte abbiamo preferito un Dio-caramella, che rispondesse ai nostri bisogni glicemici, nei momenti di confusione e di paura.
Troppe volte abbiamo preferito un Dio che aggiustasse le nostre costruzioni sentimentali ed affettive, piuttosto che abbatterle e costruirne di nuove. Troppo scomodo, troppo disturbante per la nostra smisurata voglia di tranquillità.
Tutto ciò che facciamo finisce per essere fatto per noi, ad uso nostro e dei pochi intimi che ammettiamo al nostro consesso.
La famiglia, i figli, i genitori, gli amici perfino, diventano alibi alle nostre voglie di possesso che così tanto ci fanno sentire importanti e necessari. Gli intrecci affettivi, nati per essere liberanti, finiscono per diventare gabbie costrittive, asfittiche costruzioni di autoesaltazione, in cui ciò che conta davvero è il pareggio dei conti, di un sistema che finisce col tradire anche se stesso.
“Prima la famiglia!”, quante volte lo abbiamo sentito. E, subito dopo, “Prima il Clan, la Tribù” e poi, “Prima la Patria, la Nazione”. La connotazione etnica si identifica sempre più con una struttura di potere dell’Io. “È la mia famiglia, la mia Patria, la mia Nazione” e così via. Sappiamo, per tragica esperienza, a cosa hanno portato queste identificazioni. Prima o poi, ciò che è fondato sull’etnìa porta al conflitto, allo scontro con altre etnìe. Le differenze non vengono valorizzate, diventano escludenti.
Chi ama ciò che è suo “più di me, non è degno di me”, dice Gesù. Ogni confine è superato e infranto. Anche quello familiare, anche quello delle appartenenze etniche. Ciò che conta è misurarsi con Lui, è avere in Lui la dimensione dell’essere “discepoli”.
“Sono venuto a portare la spada”. È la spada “a doppio taglio” che “penetra fino alla giunzione dell’anima con lo spirito, delle midolla con le ossa” ( Paolo agli Ebrei 4,12). E quando una spada penetra, taglia, divide, lacera.
Non è questo il fine, questa è la conseguenza per chi accetta l’amore come caso serio della sua vita.
“Chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me”.
Arriva, prima o poi, nella vita del cristiano, il momento in cui tutto ciò che era sembrato giusto viene messo in discussione. È il momento del travaglio, dell’inquietudine che toglie il sonno, dell’abbandono. Ma è anche, proprio per questo, il momento della salvezza e della liberazione, il kairòs, il tempo opportuno.
Da questo momento in poi, nulla sarà più come prima. Gli stessi nomi, ma chiamati in modo nuovo, a partire da un differenza còlta e non da una omologazione rappacificante; gli stessi volti, ma conuna luce che apre al mistero, che non pretende di fare chiarezza esaustiva. Le stesse parole, forse, ma con nuove attese, nuove lontananze. Questa è comunione. Questa è accoglienza.
La comunione fatta e vissuta con l’altro, accolto e restituito, finalmente, a se stesso.
La comunione che toglie il fiato e accende i colori.
Non la luce delle stelle, bella e affascinante, ma che non scalda. Una luce da guardare a distanza.
La comunione che siamo chiamati a vivere e a costruire è fuoco che incendia e che consuma.
Comunione è prima di tutto accoglienza. Accogliere per lasciar andare.
“Accogliere” è fare spazio. E fare spazio è rinunciare ad una parte del proprio controllo. Non è perdere e basta, ma perdere e trovare. “Chi avrà perduto se stesso avrà trovato se stesso”. Questa è la vera regola d’oro.
Tutto il resto ci sarà dato in sovrappiù.

