di Stefanie Golisch
Esiste una verità, nessuna verità o una molteplicità di verità? Da sempre esiste la ricerca della verità e la parola stessa “verità”. In greco antico al?theia, che significa “ciò che non è nascosto”. Qualcosa, quindi, che già esiste e che è solo in attesa di essere svelato. Ma cosa fare con quella verità, meta del nostro desiderio intimo di scoprire la risposta a tutte le domande?
Vi sono delle conoscenze che aiutano a vivere e altre che equivalgono a una pugnalata.
La verità ultima.
Il tempo cessa e inizia l’eternità.
Ma siamo pronti a quell’inimmaginabile tempo non più tempo?
Parole grandi: verità, eternità.
Parole per filosofi che si concedono il lusso di ignorare il quotidiano in nome del sublime. Chi pensa non pela patate e chi pela patate non ha tempo per pensare.
Poiché anche questa è una verità: che nelle mani dei potenti può diventare un possesso da difendere contro tutto ciò che la mette in discussione.
Con mezzi legittimi e spesso non legittimi.
Con tutti i mezzi.
Una verità che si proclama unica è sempre spietata.
Per sua natura, non tollera altri dèi accanto a sé. L’incontestabilità del messaggio è propria di tutte le religioni monoteiste e delle ideologie politiche che reclamano per sé di sapere cosa sia bene e giusto per l’intera umanità.
Nessuno escluso.
Chi osa dubitare deve essere pronto a subire le conseguenze. Inevitabilmente, in questa promessa di salvezza risuona l’avvertimento della punizione per chi si rifiuta di aderirvi.
«Io sono la via, la verità e la vita», recita il Vangelo di Giovanni. Che sia il compito della storia – una volta svanita la verità dell’aldilà – di affermare la verità dell’aldiquà, è quanto scrive Marx nel 1844 nella sua “Critica alla filosofia del diritto di Hegel”.
Due verità.
Una dell’aldilà e una dell’aldiquà che si escludono a vicenda. Dobbiamo solo scegliere a quale affidarci per stare sicuramente dalla parte giusta della storia. Sarà una certa predisposizione personale e, naturalmente, il Zeitgeist che induce l’uomo a conformarsi sempre al pensiero della maggioranza. Più persone credono in una cosa, più quella cosa diventa attraente per gli altri finché il suo messaggio finisce per risultare inconfutabile.
Per consolidare il dominio politico, dunque, è necessario appropriarsi di una verità non troppo complessa e sottoporla alla propria egemonia interpretativa. Lo strumento più efficace a tal fine è da sempre “l’uomo forte”, una figura pubblica aldilà di ogni critica, sulla quale il singolo può proiettare il proprio desiderio di una figura paterna che pensa per lui.
Il mito del salvatore da tutti i guai – smentito mille e una volta dalla storia – continuerà a funzionare finché l’uomo non impari ad approdare alla sua verità personale, vale a dire, ad affidarsi alla sua innata capacità di attingere a quel sapere archetipico che accomuna tutti gli uomini.
C’è una verità del giorno e una verità della notte, una verità dei sani e una verità dei feriti, una verità dei felici e una verità degli infelici. La verità è dunque soltanto soggettiva? Un’opinione personale, la cui funzione è semplicemente quella di orientarsi meglio nel labirinto troppo vasto della vita?
“La verità è quel tipo di errore senza il quale una certa specie di esseri viventi non può sopravvivere”, scrive Nietzsche. Ci vuole coraggio per opporsi a una verità prescritta dall’alto. Di osare a pensare senza rete di sicurezza e di stare con le proprie piccole verità che nel corso della vita possono anche rivelarsi sbagliate e che quindi vanno modificate.
La verità, in questo senso, è una sfida continua.
La nostra sfida da uomini adulti.
Capaci di pensare e di ri-pensare e di accettare il fatto che ci sia un limite naturale ai nostri sforzi mentali.
La bellezza del punto interrogativo.
L’invenzione del mondo in cifre.
Dopo il trionfo delle scienze naturali e della tecnica nella seconda metà del XIX secolo, non vi è più dubbio alcuno dove risiede la verità. La parola magica con cui i romantici volevano far “risuonare il mondo” è degenerata in esoterismo. La foresta incantata, luogo in cui l’uomo si sarebbe connesso con la propria anima, si è trasformata in una foresta destinata allo sfruttamento economico e il “fiore azzurro” è diventato quella merce che tutti vogliono possedere.
In un mondo privo di mistero, le moderne scienze naturali – il cui obiettivo è di non lasciare alcuna domanda in sospeso – sono diventate l’istanza ultima. Ciò che gli scienziati proclamano equivale alla verità. A un ritmo sempre più frenetico e grazie a tecnologie sempre più sofisticate, si sono adoperate per rispondere a ogni interrogativo: come abbia avuto origine l’universo, di quali sostanze siano composti i nostri corpi e come funzioni il nostro cervello.
L’essere umano come corpo-macchina.
È l’ingegneria del vivente la facoltà del presente. Contro l’irrefutabilità di quel rigoroso apparato dimostrativo, gli interrogativi teologici e filosofici si infrangono come pescherecci contro una nave portacontainer.
Credete a chi cerca la verità e dubitate di chi dichiara di averla trovata, scriveva André Gide, l’instancabile cronista della natura umana che nelle sue opere ha esplorato coraggiosamente le nostre contraddizioni e i nostri abissi, i nostri limiti, ma anche le nostre possibilità.
Tra il dogma di una verità ultima e l’idea di una varietà di verità dalle quali nascono l’arte, la letteratura e la filosofia, non vi è quasi alcuna possibilità di riavvicinamento. L’accusa di relativismo da una parte e di assolutismo dall’altra, sembra precludere il dialogo a priori. Il mito moderno della crescita e della conoscenza senza limite si contrappone radicalmente all’idea dell’uomo come custode di misteri.
Verità come possesso.
Nell’ideologia capitalista, mirata al possesso ad ogni costo, la verità è una merce come un’altra. In questo senso l’Intelligenza Artificiale è l’espressione sui generis di una visione del mondo totalizzante e arrogante che non può non mirare al potere assoluto. Non è, chi pretende di sapere tutto, forse legittimato a dominare tutto? Nella logica del “sempre di più” – logica infantile che nelle antiche fiabe finisce sempre male – sembra quasi naturale passare la staffetta alla megamacchina che promette di risolvere tutti i problemi. Ciò che lei sa, io non potrò mai sapere, e quindi mi inchino davanti a lei come il credente davanti all’altare.
Ma conoscenza non è sinonimo di verità e la quantità, si sa, non garantisce la qualità.
Emancipiamoci.
Diventare adulti significa convivere con contraddizioni e ambivalenze. Significa riconoscere che non esiste una risposta a ogni domanda e che non tutti i problemi si possano risolvere.
La verità parla con molte voci e in molte metafore, in armonie e dissonanze che mettono costantemente alla prova la nostra mente e i nostri sensi. È proprio la vibrante polifonia con cui la realtà ci parla in ogni istante la verità del nostro maldestro vivere.
Un invito al dialogo.
Con noi stessi e con gli altri.
Per trovare, di volta in volta, le nostre inconfondibili risposte alla grande vita che non può svelarci la sua verità ultima senza distruggere la parte migliore di noi: quella del ricercatore, del viandante nel buio stellato dell’enigmatico essere.

