Normanno Soscia e il racconto della pittura.

La pittura di Normanno Soscia (Itri, 1938) rimanda, pur nella diversità dell’ispirazione e del canone, all’opera di Lucio Fontana. In entrambi gli artisti c’è il tentativo di andare oltre il già visto della pittura. Concettualmente il gesto pittorico è diverso: quest’ultimo taglia la tela; Soscia la raschia, la scrosta, quasi fosse un muro, solleva la parete metafisica della tradizione. Entrambi vogliono vedere, scrutare, (ri)scoprire ciò che sta dietro la rappresentazione visiva. Se Fontana propone un concetto spaziale, Soscia si muove dentro la categoria del tempo.

Non sappiamo cosa può esserci dietro una tela. Se raschiamo una parete, invece, possiamo trovarci di fronte ad una sorpresa. Ai nostri occhi potrebbe svelarsi un antico affresco, una rappresentazione pittorica dimenticata nel tempo. L’Italia è un paese che riesce a tenere stretta una propria dignità se guarda al passato, ma senza nostalgie. Lo spazio di Fontana è ignoto e per questo è astratto. Quello di Soscia è dilatato nel tempo e per questo è figurato, anzi, meglio, raffigurato. Per questo la sua pittura è figurativa solo in superficie.

Le immagini che Soscia fa vivere sui quadri rimandano ad altre, in altro tempo, e in altri luoghi, che grazie a questa condivisione circolare riprendono, a loro volta, vita. Il tuffatore di Paestum, le bagnanti di Piazza Armerina, le scenografie di Danilo Donati, le vignette del Marc’Aurelio, le animazioni di Emanuele Luzzati, le inquadrature di Peter Greenaway. La pittura sembra riaffiorare da uno scavo, per poi espandersi, allargarsi nella visione di un campo lungo. Tracima dal canone figurativo per farsi scenografica e letteraria. Senza, tuttavia, alcun didascalismo o storicismo. Anzi, il suo spiccato sincretismo, contestualmente fuori da un tempo e da uno spazio precisi, rende la sua (ra)figurazione metafisica, ancestrale se non universale.

“La ricerca della trama”, questo è il nome di una recente collettiva (presso il Museo della Ricerca Archeologica di Vulci Canino). E’ un titolo che rende bene il segno filologico della pittura di Soscia. Credo che non sia un caso che molti dei suoi acrilici abbiano uno sviluppo orizzontale, diacronico, dinamico, cinetico e per questo narrativo. Le opere dell’artista sono esse stesse, ciascuna, una trama, insieme, un completo e vitale palinsesto. La durata dei pranzi (in piedi), i movimenti dei carri, le azioni degli amanti, le posture degli animali, i giochi circensi hanno una potente suggestione evocativa. Eppure, per sintesi dialettica, o per contraddizione, le tele e le tavole fissano le forme rappresentate nel tempo. In un tempo indefinito. In un spazio eterno. Dentro un luogo metafisico.

Credo che sia l’ascendenza geografica e storica, primigenia e arcaica, a fare dare alla pittura di Normanno Soscia, pasolinianamente, un forza che viene dal passato. Anche le sue forme e figure vengono dai ruderi contadini, dalle “pale d’altare”, dai borghi antichi “dove sono vissuti i fratelli”.  I luoghi di Soscia sono gli stessi su cui si sono posati gli occhi corsari, “come i primi atti del Dopostoria”. Lo sguardo del pittore pontino, tuttavia, è diverso. Non trasmette una drammatica visione della perdita, ma possiede la leggerezza e l’ironia della distanza. La “fine del mondo” è passata, l’abbiamo superata ed abbiamo imparato ad accettarla con soavità. La rappresentazione di Soscia, dunque, non è “mostruosa”, bensì epifanica.

La sua pittura non “nasce dalle viscere di una donna morta”, ma da un passato immemorabile sopravvissuto esso ai decessi della nostra civiltà. Attraverso il filtro vivido e brillante della memoria le forme di questo passato, insieme individuale e collettivo, legato al tempo preciso della propria esistenza, e ai luoghi sentimentali della propria vita, vengono sottratte alla polvere nebulosa della dimenticanza e collocate dentro un perimetro senza tempo e senza spazio. Un luogo metafisico. Eterno.

Eppure non lontano, separato o distante. L’effetto struggente che queste immagini producono è di riconoscerle familiari. Sono esse infatti a collocarci dentro un tempo e uno spazio che identifichiamo come nostro, perché appartiene, senza sapere come, alla nostra anima. E questo, quelle poche volte che si realizza, è il mistero dell’arte.

Pasquale Vitagliano

2 pensieri su “Normanno Soscia e il racconto della pittura.

  1. Roberta De Luca

    La nota critica di Vitagliano coglie, a mio giudizio, l’aspetto più suggestivo della pittura di Normanno Soscia. L’intonacatura, intesa come rivestimento di una superficie, nasconde la profondità del tempo che, recuperato, si estende nella trama della tela. La memoria si riappropria della storia e consola, riempiendolo di immagini antiche, un presente spesso vuoto di senso.

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  2. Celestino Soscia

    Essendo uno dei fratelli di Normanno , il mio intervento puo’ forse essere interpretato come soggettivo , posso assicurare che non é il caso . Comunque nella nota critica del Vitagliano ( preciso che non sono un critico letterario e tantomeno artistico ) ho ripercorso tutti i momenti vissuti accanto a Normanno . Dunque , secondo me , il Vitagliano é riuscito a fare emergere tutto cio’ che il Normanno cela dietro le sue tele . Ecco perché penso che il Vitagliano abbia analizzato con estrema delicatezza e sensibilita’ l’ombra dei quadri di Normanno che potrebbe essere una parte della sua anima . Penso pero’ che Pirandello sia stato uno dei motori iniziali , quello che ha maggiormente accompagnato i primi passi di Normanno . Aveva tutte le opere di Pirandello che io ( ho sei anni di meno di lui ) leggevo a sua insaputa .

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