di Massimo Orgiazzi – 8 gen. 2007

La poesia di guerra è un genere che più volte ritorna nel Novecento, con le due guerre mondiali piantate nel mezzo della sua prima metà. Dopo, nella cultura occidentale, che vive la sua pace in una guerra definita fredda, la poesia sui campi di battaglia sembra relegata a fenomeno di nicchia, in conseguenza forse del progressivo annacquarsi della dimensione lirica nella più grande dispersione editoriale e anche per la mancanza di “grandi poeti” del canone che la rappresentino. Il San Francisco Chronicle dedica un articolo di venerdì scorso ad un testo di poesia scritto da Brian Turner, sergente dell’esercito degli Stati Uniti d’America, terza brigata di fanteria. Here, bullet è un testo costruito da testi che Turner, 39 anni, ha inviato a casa via mail insieme ai pensieri del suo personale diario di guerra e ora è in vendita edito da Alice James Book. Turner si è arruolato nel 1998, ha prestato servizio in Corea (come insegnante di inglese) e in Bosnia: ha firmato nell’agosto del 2001 il suo secondo contratto, un mese prima degli attacchi dell’11 settembre. Suo padre e suo nonno sono stati in Vietnam e a Guam rispettivamente, ma dal principio hanno osteggiato la guerra in Iraq: così Turner ha avuto più volte la possibilità di ritrarsi dalla follia della guerra fuggendo in Australia, dove la famiglia ha parenti. Ma non lo ha fatto. Non ha mai creduto nella soluzione bellica in Iraq, ha visto morire compagni, ha sofferto, ma, dice, il libro non è un atto d’accusa nei confronti dell’amministrazione Bush o della politica militare americana. Un po’ come del resto parenti ed amici lo hanno accolto a casa dopo due anni di guerra senza mai rinfacciargli la scelta. Agli intervistatori ha spiegato che scrivere è stato un modo di superare l’idea della morte: lasciare un messaggio, quando di giovedì non sapeva se sarebbe arrivato a vedere il lunedì successivo. Si può aggiungere, forse, per ritrovare un equilibrio perduto, un ordine infranto dall’ennesima scelta di combattere da parte di un paese che spesso, troppo spesso ha mandato a morire ragazzi in terra straniera. Ma soprattutto è stato un modo di perdonare e cercare perdono. Ciò che emerge dal lavoro di Turner e dalla sua intervista, è la mancanza di acredine ed odio. E’ l’ennesimo tentativo, forse vano, ma completamente e profondamente umano, di condividere una pena e cercare di guarirla. Per un uomo e per un intero paese. Per una civiltà sulle due sponde di un oceano, il cui desiderio è non perdersi, nell’oblio o nella violenza.

Come non condividere gli auspici di Massimo, le buone intenzioni e la sincerità di Turner, le speranze di molti (certo ormai della maggioranza ormai dei suoi concittadini). Ricordiamoci però che, per quante siano le redenzioni e gli apprezzabili orientamenti al perdono che ‘fioriscono’ in battaglia, ogni giorno di guerra che passa il demonio ne gode e ne danza. Ricordiamoci allora che la radicalità di questo male impone sempre, prima di perdonare (atto irrinunciabile anche verso chi l’ha fomentata) una severa analisi di tutte le responsabilità, di tutte le violazioni delle regole, di tutte le ipocrisie tra Stati e tra persone. Altrimenti ogni tregua sarà minata, provvisoria, illusoria. E tornando al perdono: se abbiamo ‘perdonato’la giustizia di Norimberga (perchè troppo grandi i crimini, le rovine e i rischi) non possiamo per questo avvallarle tutte…
Argomento fondamentale, sempre. Argomento che sento molto mio. Non sapevo del caso: Brian Turner.