
I camei sono nel cinema delle perle, talvolta. Dei vezzi, talaltra. Per esempio, quelli del regista nei propri film. Ma se si tratta di Alfred Hitchcock, allora, diventano un cult. Non è stato l’unico. Martin Scorsese appare in Taxi driver (1976), Francis Ford Coppola in Apocalypse Now (1979), e Roman Polanski in Chinatown (1974). Non poteva certo sottrarsi Quentin Tarantino. Ed anche alcuni registi italiani non hanno resistito alla tentazione di comparire. Federico Fellini interpreta se stesso in C’eravamo tanto amati (1974) di Ettore Scola. Lucio Fulci, il progenitore dello splatter, spesso appare nelle sue inquadrature visionarie. Un discorso a parte va fatto per le comparse di personaggi famosi che con il cinema non c’entrano niente; oppure per gli esordi anonimi delle future star. In questo caso, si tratta di qualcosa in più di un cameo; ovvero di qualcosa in meno. In ogni caso, sono la conferma della grande potenza ludica del cinema, contagiosa e interattiva, in quanto diverte chi agisce davanti alla telecamera, ed allo stesso tempo chi guarda di fronte allo schermo.

Tra i personaggi che non ci aspetteremmo (oggi) apparire in un film, specie se il suo titolo è … E tu vivrai nel terrore! – L’aldilà (1981), è Michele Mirabella, che nel film di Lucio Fulci interpreta un architetto ucciso da un attacco di tarantole. Un’altra apparizione sorprendente (e dimenticata) è quella di Nanni Moretti in Padre padrone (1977) dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani. Nel film intrepreta Cesare, il commilitone che apre la curiosità del giovane Gavino Ledda alle parole e alla cultura. Ho poi scoperto – potenza del web e dei social – che il personaggio corrisponde nella realtà a Franco Manescalchi, poeta fiorentino molto attivo e ancora generoso. Accanto a questi, ci sono quelli importanti ma che non c’entrano nulla nemmeno con lo spettacolo. Due su tutti: Alfonso Gatto e Marshall McLuhan. Il poeta campano interpreta l’apostolo Andrea ne Il Vangelo secondo Matteo (1964) di Pier Paolo Pasolini; mentre il sociologo del “villaggio globale” compare in Io e Annie (1977) di Woody Allen. Sorprendenti, infine, sono le prove di recitazione di due attori “per caso”. Renato Nicolini, architetto e inventore delle “estati romane” negli anni ’80, interpreta l’insidioso conte ne Il viaggio di Capitan Fracassa (1990) di Ettore Scola. Andrea Purgatori, conduttore televisivo di Atlantide, recita in un episodio della serie Boris e in alcuni film di Carlo Verdone, come L’abbiamo fatta grossa (2016). Pochi sanno, però, che lui è il giornalista che per primo indaga sul Caso Ustica. Nel film di Marco Risi il Muro di gomma (1991), Corso Salani interpreta lui, che nella finzione, però, ha cambiato il nome con Rocco Ferrante. Purgatori fa solo un cameo. Eppure, anche alla luce della sua dimestichezza con la recitazione, sarebbe stato un capolavoro di meta-cinema se nel film fosse stato proprio lui ad interpretare se stesso. Così Sam Peckinpah omaggia se stesso recitando in un film di Monte Hellman, scomparso di recente, in Amore, piombo e furore (1978), film che nella versione italiana è firmato da Antonio Brandt.
Ed infine ci sono le parti precoci di attori che presto sarebbero diventati famosi. In Taxi driver fa tenerezza la giovanissima Jody Foster che interpreta una baby squillo. Invece, si fa fatica a riconoscere un giovanissimo Sylvester Stallone nei panni di un guardia-spalle in Chinatown. Mentre passa inosservata la presenza di Harrison Ford nella parte del colonnello Lucas durante la riunione che ingaggia Willard per la missione contro Kurtz. Non solo i camei e le piccole parti, anche il doppiaggio può farci delle sorprese. E’ il caso dell’inquietante noir La scala a chiocciola (1946) di Robert Siodomak. A dare la voce a Steve Warren, sul quale si concentrano i sospetti iniziali per la serie di omicidi di donne affette da difetti fisici, è addirittura Alberto Sordi, momentaneamente presa in prestito dal Oliver Hardy. All’opposto, davvero strano è l’effetto di ascoltare Pasolini doppiato nel suo ruolo di Leandro er monco ne Il gobbo (1960) di Carlo Lizzani (1960). Una geniale versatilità messa al servizio della fungibilità dei generi.
Un omaggio postumo se lo merita il personaggio di Bianca ne I compagni (1963) di Mario Monicelli, interpretata da una giovanissima Raffella Carrà, quasi irriconoscibile con i capelli scuri e la figura dimessa.
