
Rosa Salvia è nata a Picerno (PZ) nel 1952, ma vive a Roma dal 1986. Insegnante di filosofia e storia nei licei, ha esordito con il romanzo breve La parabola di Elsa, Osanna Edizioni 1991). Tra le sue successive pubblicazioni in versi: Intermittenze, Aletti Editore 2003, Luce e polvere, Aletti Editore 2005; Le parole del mare, LietoColle 2007, Premio Cinque terre – Siro Guerrieri; Mi sta a cuore la trasparenza dell’aria, La Vita Felice 2012, finalista Premio Alda Merini – Brunate 2017; Dolore dei Sassi, puntoacapo 2015, menzioni speciali al Premio Lorenzo Montano e al Premio Thesaurus – Matera 2016); Il giardino dell’attesa, Samuele Editore 2017, Premio Massa San Domenichino 2018, terza classificata, menzione speciale Premio Lorenzo Montano 2018; Tempo innocente, LietoColle, dicembre 2019, menzione d’onore Premio Lorenzo Montano 2019, finalista inediti Premio Europa in versi 2019; Premio Luciana Notari 2020, terza classificata; Quella strana assenza di gravità, Giuliano Ladolfi Editore, maggio 2021, Premio Arti Letterarie Metropoli di Torino 2021. Sue poesie edite e inedite nonché racconti e recensioni a testi di poeti contemporanei sono stati pubblicati in diverse antologie e riviste letterarie on line quali “La poesia e lo spirito” o cartacee quali “L’immaginazione” e “Poesia”.
Prigionia
Scivolare verso le ferite,
quasi orme sull’acqua
che sembrano volo rallentato,
nel giorno che s’aggrappa
a un soffio, diventa respiro
e trova la sua caduta.
Il rumore taglia lo spazio,
ma noi abbiamo sete
e pazienza
sin da principio
anche se tutto s’è confuso
in un lividore di faglie
tra una riva e l’altra d’un fiume
che non conosciamo
teorema di oblique parabole –
un fiume che marca le ombre
prende voce innaturale
percuote i nostri timpani
trascina l’infanzia
senza tregua di rive –
un fiume che ha risucchiato
così tanti corpi,
ma continua ad essere affamato
tra le sirene che dicono la guerra…
Così lontano a trasparire è il mondo
che un volo spaventato di gabbiani
fugge la nostra pena verso l’aria.
Fugge dove non si può arrivare.
Ogni dove resta sospeso
e nelle strade deserte
pesa il silenzio dei morti.
Segnalata per la sezione una poesia inedita
al Premio di Poesia e Prosa Lorenzo Montano 2021.
*
Il Cristo velato (Napoli – Cappella Sansevero)
Dire del Cristo senza vita nella liquida
trasparenza del velo che lo avvolge
è più difficile che vivere a mezz’aria.
Sembra quasi che sui suoi poli il corpo
compia un giro misterioso,
disegni un gran cerchio attorno a noi
nell’ordine dei segni.
Con ardore m’immergo dentro la sua figura,
con gli occhi l’afferro, con le mani,
germinazione di pietra
schiarirsi della memoria
nunc et in aeternum –
e lo scorrere delle pieghe del velo
ansima, geme,
s’inabissa verso un altrove che
non può essere svelato
come quando la musica rallenta
prima di tacere,
affinché alcuna lacerazione si produca.
*
Volgersi a guardare A Simone Weil
Volgersi a guardare, guardare sempre,
anche se i molti non guardano,
circonfusi dall’insostenibile aureola dei segnati,
capri espiatori che cercano una fuga.
Volgersi a guardare, guardare sempre
i morti che sono più vivi dei vivi:
ciascuno di essi non muore
nell’uno molteplice –
tornano nel cerchio familiare
come un’ala leggera di vento che increspa
per un momento e scompare.
Tra silenzio e dolcezza
l’enigma sorprende:
è la grazia
come
il passo dell’anima
o il giorno
che declina
nella sua coincidenza?
Da Quella strana assenza di gravità, Giuliano Ladolfi Editore, 2021.
LE GEOGRAFIE DI ROSA
C’è un momento, quando l’aereo ha ormai completato il decollo e si è levato alla massima altezza, in cui guardando fuori dall’oblò proviamo come l’impressione di vederlo immobile in mezzo al cielo. In realtà l’aereo avanza velocissimo a motori spiegati, e quella strana sensazione sembra suggerire che la forza di gravità sia misteriosamente venuta meno, seppure non si sappia per quanto tempo ancora. Di qui la vertigine che avvertiamo. A qualcosa di simile penso corrisponda l’idea di poesia di Rosa Salvia, un’idea alta che si scontra con la loi de pesanteur e fa esperienza di uno sguardo cui è delegato il compito di secernere l’istante e di farsi istante esso stesso. Ne è conferma il sorprendente Baedeker che apre questo libro – e chiede di essere percorso una pagina dopo l’altra – in cui tutto appare affidato alla sintesi dell’occhio. L’itinerario, a ben vedere, si svolge per le vie della bellezza, chiamata a rendere testimonianza in opposizione a quanto il tempo si porta via con la sua fuga, precipite per solito ma talora sottilmente ingannevole in un’apparenza di immobilità. Il tema è questo e si fa più acuto a misura che le immagini si stagliano nella loro evidenza e ci vengono incontro. È una geografia dell’anima naturalmente, dove ogni incanto vibra di un’inquietudine segreta, e penso ad esempio alla sera di ottobre che scende limpida e fredda sulle fontane gemelle di piazza Farnese – “quelle sorelle di pietra che restano insieme / e distanti / con il pudìco fasto che sembra proteggerle, / da sé sgorgando, in sé ritornando.” – o alle ombre dei filosofi che camminano silenti per il Dorotheenstädtischer Friedhof di Berlino. Pure la trasparenza del quadro si può talvolta imporre senza condizioni e penso allora, per eleganza di immagine, alle vigne di Lucania, i cui filari salgono sui pendii dove ricevono la luce che li fa maturare “a righe come versi”. Questa limpida immagine, che vale come sugello di felicità e trascende il visibile – “senza l’aiuto degli occhi” – porta un’indicazione temporale: autunno 2019. L’indicazione è a quo, perché tutto sta per cambiare nelle nostre vite con l’anno in arrivo, e il libro di Rosa se ne fa testimone. Così le date che troviamo in calce alle poesie di quella che appare la sezione centrale del libro – e denominata La misura del tempo – si leggono come altrettante stazioni di una via dolorosa che è esperienza inedita e collettiva, nigredo di tuttora incertissima soluzione se anche resiste, e sappiamo a quale prezzo, “il sapore delle cose umane.” Pochi versi sanno restituire lo sgomento e il paesaggio di quei mesi come questo “la primavera giace deserta”, a riverbero della bellissima luce che vedevamo dalle finestre e di quel silenzio padrone ormai delle strade. Il verso appartiene alla precedente sezione Anno di piombo, che introduce la dimensione civile della raccolta e prelude al citato diario dei mesi della pandemia, un vero libro nel libro che va letto anch’esso secondo l’ordine stabilito dall’autrice, fino all’epilogo in “una Roma chiusa / dentro la propria immagine”. Al suo interno il vertice è forse da cercare nei versi per un amico guarito, ma “come se non fosse mai esistito // In un vaso spezzato è ammuffita / la morte dei gerani – // non c’è niente, neanche il sonno, / solo una nebbiosa lunga veglia / tra due memorie, ormai separate, / come strati, nel fragile spessore / del tempo, che il male ha messo / in vibrazione.”
Ma c’è una terza dimensione che completa la geometria del libro – la sua ben individuata e costruita architettura – ed è la dimensione speculativa che prende forma nella sua ultima sezione, dedicata alla grande figura di Simone Weil. La meditazione sul silenzio, in più articolazioni, e non immune da coloriture gnomiche, ne è il suggestivo elemento portante.
“L’uomo – scrive Simone riportata in esergo – ha bisogno d’un caldo silenzio, gli si dà un gelido tumulto.” Ecco, si può dire siano queste le ordinate e le ascisse tra cui Rosa muove il suo pensiero di poesia, per ritornare al più generale e comprensivo tema weiliano della gravità e l’impressione è di trovarci qui difronte a un quaderno di lavoro, dove la forma è dettata dalle urgenze. Per cui accade al pensiero di raggrumarsi in forma aforistica – “Il taglio che stacca le stirpi / rimane come il segno dell’ascia / nel silenzio di un albero.” – come di fluire più liberamente nel dipanare la sua materia, e questo avverrà anche nell’ultima sequenza, intitolata Volgersi a guardare, che segna un ulteriore approfondimento in ragione di “quell’aprirsi / al dentro / all’assenza”, di “quel salto nel vuoto / da cui una volta / arrivammo.” L’invito che l’autrice ci consegna in explicit al suo lavoro è dunque di non fermarci a quanto sembra, di approfondire lo sguardo in una convergenza tra pensiero e poesia che si dà come il tratto decisivo del libro e congedandoci ci interroga: “Tra silenzio e dolcezza / l’enigma ci sorprende: / è la grazia / come / il passo dell’anima, / o il giorno / che declina / nella sua coincidenza?”
(Marco Vitale)
