Cinque chiavi per aprire senza richiuderle le porte di “A ogni stazione del viaggio” di Loretto Rafanelli

di Jean Portante

C’è già nel titolo del nuovo libro di Loretto Rafanelli, A ogni stazione del viaggio (Jaca Book), una densa paradossalità, o, piuttosto, una dialettica: la stazione che rimanda verso l’immobilità, mentre il viaggio parla di movimento. Gli opposti non si oppongono, ma si nutrono l’uno con l’altro. Non stiamo parlando solo di un ossimoro. Si tratta di viaggiare nell’immobilità, e, allo stesso momento, di essere immobile nel viaggio. Lì giace il mistero della poesia. Rafanelli lo dice così, nel primissimo testo del libro, come per avvertirci immediatamente. “Vita che giungi nel segreto dell’attimo / che ordini le trame e i vasti lungomari, / che porti gli estremi sipari, / che attraversi i secondi nella fissità / del nominare”. Perché sì, la poesia è un nominare intimo, nel quale è possibile immergersi nell’attimo per cogliere la vastità, di attraversare il tempo stando fisso, rendere mobile ciò che è fermo. O fermo ciò che si sposta. Una sola parola può dire l’eternità, e a volte ci vuole una poesia intera per parlare di un attimo. Qui stiamo nel territorio poetico della vita. Perché sì, in ogni instante si apre, nel vivere, una botola segreta, che ci fa scendere nel misterioso e vasto sottoterra dell’esistenza. Questo mi sembra essere la prima chiave per aprire le poesie di Rafanelli. Ma di chiavi, ce ne sono più d’una. 

Eccone una seconda. Nell’ultima poesia del libro – dico libro, e non raccolta, perché Rafanelli non ha messo accanto delle poesie, ma ha costruita un’architettura solida – intitolata Nel debole fianco, dopo avere attraversato le stazioni del viaggio, e che anche le tappe del ritorno sono passate, il territorio del vivere è divenuto un sopravvivere. E qui, entra un elemento centrale che fa la forza della poesia di Loretto Rafanelli, restituendo alla parola poetica tutto il contenuto che gli è forse stato tolto. Nella parola poetica c’è, certo, la parola poesia, ma c’è anche la parola etica. Qui vorrei aprire una parentesi che non mi allontana dalla poesia dell’autore. Riguarda il rapporto tra il poeta di lingua tedesca, ma non tedesco, Paul Celan con il filosofo, sì tedesco, Heidegger. Entrambi si stimarono molto. Intellettualmente. Celan aveva letto tutto del filosofo ed era stato molto colpito ed influenzato dal modo di scrivere heideggeriano, e Heidegger pensava, e lo ha scritto, che Celan fosse il più importante poeta della lingua tedesca del suo tempo. Iscrive la sua poesia in una linea diretta che viene da Hölderlin e passa attraverso Rilke, cosa che Celan rifiuta, perché non si sente bene in quella filiazione troppo tedesca. Non scordiamo qui che i tedeschi, i nazisti, gli hanno ammazzato padre e madre. E quando va a trovare il filosofo, nella sua capanna nella Foresta Nera, per fargli dire che si deve pentire di essere stato nazista, il filosofo tace. Vorrebbe, Celan, sentire dalla sua bocca almeno una parola, chiedendo perdono per l’olocausto. Ma questa parola non esce. Heidegger è un maestro, quando di poetica si tratta, ma gli manca l’etica. E questo cambia tutto. Rafanelli, lui, sente dentro di sé tutto il dolore del mondo, passato e presente. Anche quello dell’olocausto. E lo fa entrare nelle sue poesie. E con lui c’entra l’etica.

 

Attenzione, non stiamo nella poesia cosiddetta impegnata. La poesia pamphlet. Che, per farsi capire perderebbe ciò che fa di lei poesia. Cioè, soprattutto, il mistero, l’alchimia del verbo, come direbbe Rimbaud. O l’esitazione tra suono e senso, come la definisce Paul Valéry. Tutto questo c’è nei versi di Rafanelli: c’è ritmo, e c’è metaforizzazione ricca, però non per fare della bellezza gratuita, dell’art pour l’art, ma per scendere, poeticamente, nell’arena po-etica delle ferite e dei morti del mondo. Non si tratta comunque di farne un elenco di cronache, ma di purificarle attraverso la scrittura e dare quindi la più degna delle tombe alle vittime. La bruttura, il male, diventano così, anche loro, elementi po-etici. 

 

E di morti ce ne sono molti in questo libro. Gli intimi e gli anonimi. Gli amici, come il cantautore e pure scrittore bolognese Claudio Lolli, defunto il 17 agosto 2018. O l’addio a Mario Luzi. E i destini tragici, come l’alpinista americano Hayden Kennedy che assiste impotente alla morte della compagna Inge Perkins, e che dopo l’ultimo abbraccio si toglie la vita il giorno seguente. E poi ci sono i morti storici, politici, i quarantatré studenti messicani di Ayotzinapa, per esempio, assassinati dai narcotrafficanti, coperti da autorità corrotte. Lì trovo il verso forse più profondo del libro. Dice: “Vedo che la vita è in uno spazio / ossificato, nel scorrere malato / del tempo.” Ecco che tempo e spazio sono stati resi malati dall’ingiustizia. E parlando di ingiustizia, non posso non evocare qui la poesia su Aleppo, sulla guerra dunque, la nostra, la più vicina nel tempo, la contemporanea, quella che ci ricorda, scrive Rafanelli, che “le cronache del mondo / sono respiri di ossa, di vene, / di braccia, nel forno freddo della storia.” 

 

E questo mi dà una terza chiave per entrare nella poetica del poeta. Ha a che fare con lo scorrere del tempo nello spazio. Il tempo e lo spazio che sono, direi, i personaggi principali del libro. Il tempo che, giacché non può essere definito, come già diceva Agostino, è, ne sono sicuro, il compagno più fedele del poeta, che lo misura non con orologi o cronometri, ma con treni rapidi che passano, o con sguardi che hanno perso il filo del cielo. O che si annebbia con pane bianco e una voce che si fa urna abbuiata. O nella pena di un abbraccio. O nell’insistente battere della pioggia. O nella furia del fuoco. O nel silenzio e nell’ultimo respiro dell’instante. O che è portato via dal vento. O che schizza nelle gocce di pioggia. O sussurrato dalle geografie. O semplicemente tempo dell’attesa, che, ricordiamo, è il titolo d’un libro anteriore di Loretto Rafanelli. Tempo che diventa tutti i tempi, come lo spazio diventa tutti gli spazi, e qui potrei fermarmi in quella parte del libro che ha come titolo Geografie, nella “vertigine del deserto” per esempio, tra le “città impolverate” “dell’infinito Messico”, dove “il cielo ha le venature di un mondo stretto all’altezza delle derive”. O “questa città”, e qui parla di Cartagena de Indias, e siamo in Colombia: “questa città che sfugge / dal palmo della mia mano / e rimane ancorata solo al mio tempo / sbiadito che schizza nelle gocce / di pioggia di questo autunno italiano.” Eccoci di nuovo nel viaggio immobile, ma eccoci anche nelle gocce che contengono l’universo, ed ho qui la mia quarta chiave per decrittare i codici della poesia del poeta. 

 

Voglio dire che, qui, nell’uno c’è sempre il tutto. E nel tutto vive l’unicità, l’intimità, ciò che fa di ciascuno un essere unico e, allo stesso tempo, universale. Il qui ed il là si sovrappongono. Il filo che va dal fatto quotidiano all’astrazione non è dunque mai tagliato. Scrive Rafanelli: “Nei bambini che giocano / all’ora del tramonto nel mare / rimarrà il frangente dello sposalizio / marino nell’incisione del sole.” E quando, in un’altra poesia, la donna stende i panni, tocca “l’ultimo scoccare di cieli che vanno / verso l’infinito”. I piccoli dei di ogni giorno, raggiungono il pantheon generale. O per dirlo altrimenti, quando soffre, ama, vive o muore un individuo, tutta l’umanità soffre, ama, vive o muore, nelle parole del poeta. Perché in loro sta tutto, voglio dire: in ogni parola ci sono tutte le parole, e ciascuna è un contenitore di tutti i sogni e delle speranze, dell’oblio e della memoria. Ciò che fa che “Ho più ricordi che se avessi mille anni” di Baudelaire, suona anche quasi come un’arte poetica di Rafanelli. 

 

Così, per esempio, la cartolina, che ricorda la colonia adriatica di anni lontani, si ritrova nella vetrina della mamma dopo avere viaggiato attraverso il tempo, eternizza il passato pur sapendo che per sempre è sparito. La memoria è proprio questo. Il serbatoio, o piuttosto il pozzo, un’immagine che Rafanelli usa spesso, di ciò che alla volta c’è e non c’è. Che è presente e manca. “Che si insinua”, dice nella poesia Il mare ligure dedicata all’amico Marco Nereo Rotelli, “nei cammini / verticali e nelle case sbalzate / nel nulla.” E sono forse questi versi d’un’altra poesia, che ne fanno il riassunto più preciso: “Non si possono / menzionare tutte le gocce di pietra / e tutte le ricordanze, tutte le vite / che chiedono una vita.” Il tutto diventa l’uno. In una vita ci sono tutte. E la metafora “gocce di pietra” dice, in una densità folgorante, che nel liquido c’è il solido, e viceversa.  

 

E ho qui la mia quinta e ultima chiave. Quella della densità. Che è, mi sembra, la definizione più giusta della poesia. Non a caso, i tedeschi dicono Dichter per poeta, e Gedicht per poesia. Dicht infatti significa denso. La poesia non si trova nell’estensione delle parole, ma nella loro densità. Non nel troppo, ma nel poco. Perché il troppo dice poco, ed è il poco che dice molto. Quando, per esempio, nella poesia La luce dell’acqua, il poeta chiede: “Che è respiro”, risponde: “È ferro, è malta, è albero.” Tre parole bastano per dire ciò che conta. Si sta parlando di partenza qui. Di navi che lasciano i porti. Di gente che se ne va per mai più ritornare. La poesia potrebbe cadere nel troppo dire, la densità la fa rimanere nel grado zero della nostalgia. La densità fa si che si possano trovare affiancati: un presente sulla spiaggia e lo scorrere delle generazioni. Con tutti coloro che un giorno hanno lasciato i porti, per partire lontano. Per questo basta dire “Acqua”. Scrive Rafanelli. “Dico: acqua. / La vena paterna, materna, filiale / che schiude lo sguardo.” Così si scrive quello che il poeta chiama l’alfabeto della vita nell’ultimo verso della poesia La cornice degli affetti. Ho parlato all’inizio della ricchezza delle metafore nella poesia di Rafanelli. Qui ne abbiamo un esempio splendido. La cornice degli affetti. L’incontro tra un oggetto concreto e l’astrazione di un sentimento. Lo stesso conta per la metafora l’alfabeto della vita.

 

Ed è proprio questo che potrebbe essere il titolo del libro. L’alfabeto della vita. O un sottotitolo. Perché in fin dei conti, nella poesia si nasce e si muore nell’alfabeto. Lo dice la poesia Alfabeti che si trova proprio nel centro del libro. Ed è con questa poesia che vorrei chiudere la mia riflessione, dicendomi che avrei potuto cercare tante altre chiavi, dire, per esempio, tutto ciò che si perde nel silenzio, non solo quello dei nomi, come lo diceva il titolo di uno dei libri del 2002 di Rafanelli, ma anche quello che si respira quando si tratta di recuperare il tempo, quello dell’infanzia per esempio. E dell’infanzia ce n’è molta in questo nuovo libro. Infanzia lontana che diventa vicina attraverso l’alchimia del verbo. Infanzia, quella del figlio questa volta, presente anche nella poesia Alfabeti che vedo come un concentrato delle cinque chiavi che aprono, senza richiuderle, le porte del libro di Loretto Rafanelli.

 

Alfabeti

 

Se solo si avverte ciò che fugge,
allora le tue parole sono qui con il lume 
che tocca il cortile e la stanza chiusa 
dell’infanzia, come un lampo
che tesse le disposizioni,
tieni in te il senso del mondo,
le radici del dubbio e le miserie
di tante storie, tieni il sorgivo
slancio che questo mezzodi?
ci porge, tieni, figlio,
il vivere e il morire nel tuo
alfabeto, come un crocevia
di mani tese alla luce e all’ombra
della vita. Come la voce
che ti consegno nel quotidiano
saluto, nel quotidiano incontro
dei nostri sguardi. 

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