Intervista a Gianluca Barbera su L’ultima notte di Raul Gardini

A cura di Guido Michelone

Nei giorni appena trascorsi si è parlato a lungo di Mani Pulite e di Tangentopoli per i trent’anni appena trascorsi di un episodio storico oggi definibile simbolicamente dall’inizio di un megaprocesso (peraltro mai conclusosi) intentato da un gruppo di magistrati verso l’allora classe politica italiana: vi furono centinaia di arresti e condanne e ben quarantasette suicidi, dei quali il più tristemente famoso resta quello dell’imprenditore Raul Gardini (1933-1993). E oggi il caso viene per così dire riaperto dal romanzo L’ultima notte di Raul Gardini, scritto da Gianluca Barbera,  con cui  si  è intrecciato un lungo dialogo per capire le forme e i contenuti del libro medesimo.

 

C’è da supporre che il Marco Rocca del tuo romanzo non sia il giornalista che scrive di automobili su Quattro Ruote. Si tratta di un personaggio di pura fiction o ti sei ispirato a qualche cronista d’assalto dell’epoca? E di suo fratello Riccardo?

Mi sono ovviamente ispirato a un giornalista in carne e ossa, ma lascio che sia il lettore a indovinare chi sia. Gli ho dato però alcuni tratti del mio carattere, un po’ ironico e un po’ spigoloso. Ma sono Raul Gardini e la dinastia Ferruzzi i protagonisti assoluti del romanzo, che è molto più di un giallo nel quale si indaga sulla morte di Raul Gardini; è soprattutto una grande storia italiana, il racconto di una dinastia seconda in quegli anni solo agli Agnelli, sullo sfondo delle vicende di Tangentopoli. Intrighi finanziari, strategie e sotterfugi, potere e ricchezza, ascesa e caduta, il carisma di un uomo solo, isolato, senza limiti. Uno che nei fine settimana mollava tutto per la barca a vela, che non sedeva a un tavolo se non era lui a comandare il gioco e che “con i politici non ci avrebbe mangiato insieme nemmeno un piatto di pasta” (sono parole di Di Pietro). Gardini non stava simpatico ai politici e loro non stavano simpatici a lui; con poche eccezioni, tra cui Romano Prodi, che gli era amico. È stato contro il muro della politica che Gardini è andato a sbattere.

Benché tu eviti da sempre il romanzo psicologico e il racconto autobiografico, hai comunque nei tuoi libri un protagonista assoluto, nel bene e nel male. Stavolta però sembrano essercene due: uno in praesentia (Rocca) e uno in absentia (Gardini): a che gioco stanno giocando in letteratura? Per quale fai il tifo o con chi meglio ti identifichi?

Sono due solo in apparenza. In realtà questo romanzo avrei potuto intitolarlo Raul Gardini, qualcuno me lo ha perfino suggerito. In bozze, per la verità, si intitolava Dinastia, e con quel titolo è stato venduto alla Mompracem, la casa di produzione cinematografica di Carlo Macchitella e dei Manetti Bros., per farne una serie Tv. Gardini è un personaggio tragico, perfino epico: materia perfetta per un narratore e per un’opera cinematografica. Non era un imprenditore come gli altri. Veniva da Ravenna, da una famiglia di imprenditori agricoli. Aveva studiato agraria. Dopo aver sposato Idina Ferruzzi, figlia di Serafino, aveva preso il comando del gruppo alla morte del suocero, schiantatosi in un incidente aereo dalla strana dinamica, nel 1979. Era un solitario, un individualista. Nel cosiddetto salotto buono dell’imprenditoria italiana era considerato un parvenu. Molti di coloro che lo frequentavano lo consideravano un genio, un esteta, un visionario. Uno disposto a tutto pur di realizzare i propri sogni, incluso quello di trasformare l’economia mondiale in un nuovo modello di bioeconomia. Credo che non conosceremo mai la verità sulla sua morte, avvenuta il 23 luglio 1993. Una cosa è certa: quella morte ha deviato il corso del processo Enimont e in un certo senso anche quello della storia del nostro Paese. È stato lo stesso Antonio Di Pietro a riconoscerlo: “Per me la sua morte è stata un colpo molto duro, quasi un coitus interruptus. Il suo interrogatorio avrebbe rappresentato una svolta per l’inchiesta e per la storia d’Italia. Avrebbe fatto i nomi dei beneficiari della tangente Enimont da centocinquanta miliardi. Se l’avessi fatto arrestare subito, quella stessa notte, sarebbe ancora qui con noi. È stato questo il mio errore. Quella doveva essere una giornata decisiva per Mani Pulite, purtroppo non è mai cominciata”.

Lasciando per un momento il ‘lector in fabula’ e occupandoci dei ‘contenuti’ perché dopo i romanzi sui personaggi storici e quelli in bilico tra passato e futuro hai voluto narrare una storia contemporanea, certo di trent’anni fa, ma ancor drammaticamente attuale?

Per me come narratore fa poca differenza raccontare la vicenda di Magellano o quella di Raul Gardini. Cerco sempre di mettere in scena un racconto di grande respiro, drammatico, con sguardo disincantato. È semmai il lettore a provare emozioni più forti quando si tratta di vicende e di personaggi vicini a noi nel tempo e per sensibilità. Nessuno si emoziona più nell’apprendere che Cartagine è stata rasa al suolo nel 146 a.C. Ma immagina se venisse rasa al suolo Roma ai giorni nostri…

Nel libro non c’è solo Gardini, ma tutto il  sottobosco umano che ruota intorno a lui, famigliari, politici, faccendieri: visto che la ricerca storica è molto accurata, cosa ti ha colpito di più di Raul Gardini e quali altri coprotagonisti ti hanno sorpreso durante la stesura del libro?

Ci sono molti personaggi vitali, nel romanzo. Alcuni reali, altri immaginari. Idina Ferruzzi, Carlo Sama, Arturo Ferruzzi, Antonio Di Pietro, Ivan Gardini, Serafino Ferruzzi, l’iniziatore delle fortune famigliari. Ma il protagonista resta lui, Raul. C’è una sua frase che lo fotografa alla perfezione. “Per me l’opinione degli altri non conta nulla”. Sembra fatta apposta per rendercelo antipatico. Ma io, oltre all’innegabile presunzione, ci vedo un invito ad assumerci le nostre responsabilità. Alla fine siamo noi a decidere, a rispondere di ciò che facciamo. E allora dobbiamo usare la nostra testa, fidarci di noi stessi. Nei limiti, ovviamente. Io racconto storie e personaggi per cui provo attrazione, a volte un’attrazione fatale; invecchiando, divento sempre più istintivo e meno razionale: non ho deposto il culto per l’intelletto, diciamo che ho imparato a diffidarne nella misura in cui l’ho scoperto fallace.

Non dài giudizi né fai moralismo nel raccontare la storia: ma alla fine quale può essere il tuo giudizio sull’uomo e sulla vicenda?

Come autore non mi metto certo a fare la morale ai miei personaggi, nemmeno nascondendola tra le pagine. Un autore non può permettersi di detestare fin dal principio i propri personaggi, o crolla tutto. Il lettore lo percepisce e prende le distanze. Le opere intrise della morale dell’epoca invecchiano presto. Non è quello che uno scrittore vuole. Io cerco di raccontare le cose al meglio, anche nell’intento di tenere il lettore incollato alle pagine, di suscitare epos e pathos, di “eternare” la storia e i personaggi che racconto.

L’ipotesi dell’omicidio (come per Enrico Mattei e tante altre morti sospette) resta ancora plausibile alla luce dei fatti sempre aggiornati?

Certo che sì. Nel corso del romanzo le due ipotesi, suicidio o omicidio, restano in equilibrio fino alla fine; ma non mi sottraggo: nelle ultime pagine m’inoltro in una ricostruzione dei fatti a mio giudizio plausibile, che naturalmente qui non svelo. Se Gardini si è ucciso, lo ha fatto perché sarebbe stato impossibile per lui immaginarsi in una cella, con tutto ciò che ne consegue: il suicidio di Gabriele Cagliari, ex presidente dell’Eni e suo rivale in affari (ma da lui stimato), nel carcere di San Vittore tre giorni prima lo aveva sconvolto. Di certo la sua morte ha fatto comodo a molti. La mattina del ritrovamento del suo cadavere era atteso in procura da Di Pietro per essere interrogato e forse arrestato: molti avevano paura di ciò che avrebbe potuto dire. Molte le cose che non tornano sulla “scena del delitto”. Innanzitutto la pistola, che ha cambiato di posto più volte. Poi i colpi in testa: sono stati due o uno? La versione ufficiale dice uno, ma su questo punto non c’è accordo. E come mai sulle mani di Gardini non sono state ricontrare tracce di polvere da sparo? Sono solo alcuni degli interrogativi senza risposta. Senza contare che quella mattina Gardini, poco prima di morire, aveva chiesto al domestico di stiragli i calzoni per uscire: dopo l’incontro coi pm in procura, sempre che non fosse stato arrestato, era sua intenzione presenziare al funerale di Cagliari. Non è quello che farebbe uno che ha intenzione di togliersi la vita di lì a poco. E che dire del bigliettino di addio ai familiari ritrovato sul comodino, o secondo altri sullo scrittorio? La prima perizia calligrafica stabilì che era stato scritto un anno prima. La seconda, facendo risalire la datazione ai minuti precedenti la sua morte, fornì la prova decisiva ai giudici. Quale delle due perizie è da ritenersi più attendibile? Tra coloro che propendono per l’omicidio, si sono avanzate diverse teorie. Si è ipotizzata perfino la mano della mafia, per via dei rapporti controversi di una società del gruppo Ferruzzi, la Calcestruzzi Spa, con gli ambienti della malavita organizzata: anni dopo le parole di un pentito, nell’ambito delle indagini sull’uccisione di Falcone e Borsellino, hanno indotto la procura di Caltanissetta a riconsiderare le cose. Tutto questo lo racconto nel romanzo.

Non sei lo scrittore éngagé vecchio stampo che lancia messaggi, ma almeno esiste una tua morale della favola, vista anche la brusca interruzione della storia nel finale? 

Non vedo la brusca interruzione di cui parli. Nel finale del romanzo tutti i pezzi vanno al loro posto, forse fin troppo, e ben poco resta di inspiegato e di inespresso. Non è che hai tra le mani un’edizione difettosa? A volte succede. La morale della favola, se proprio la vogliamo trovare, potrebbe essere questa: tutto ciò che accade, in questo mondo, è sempre e inevitabilmente umano, troppo umano.

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