Se guardo, sembra uguale. Piccoli spostamenti impercettibili: una sedia più in là, un volo d’inseparabili provenienti dal santuario nuovo, un ramo di palma più secco e più piegato. È lo sguardo che cambia: l’attesa di un ritorno che si fa più intensa, un ricordo da purificare, un’idea da tradurre in azione. Il fatto è che qui, l’eternità, si tocca con mano: non c’è bisogno di morire per intuire una presenza, né del genio di Leopardi per vedere, oltre la siepe, una traccia d’infinito. Un uomo si confessa col foglietto in mano: legge i peccati a testa bassa, come parlasse da solo. La coscienza eterna si fa tempo in quelle poche righe, la scrittura è una fila di formiche che trascina un bagaglio pesante, una merce tossica da consegnare alla prima stazione di servizio. Siamo operai che scavano gallerie per arrivare al cielo, perché l’alto è nel profondo, tutti lo sanno. Siamo certi di giungere alla meta pur non vedendo nulla, per questo l’Altissimo s’impietosisce, all’altro capo del filo, sempre attento che il piede del passato non schiacci le formiche e le parole, che i sogni di salvezza non si trasformino nella disperazione nera di certi pomeriggi. Il silenzio è questo: i canti degli uccelli, il vento che scuote i tendoni dell’assemblea all’aperto, le suore che scendono come colombe bianche dalla casa in cima alla collina. Da qualche parte sparano, si ammazzano, tremano. I rumori della guerra penetrano fin dentro la preghiera, calano sul santuario come fiori in braccio alla Madonna. È qui, la sento: mi poggia una mano sulla testa, in questo tempo immobile attraversato da movimenti impercettibili: una sedia un po’ più in là, un ragno che striscia sul muretto, un manipolo d’inseparabili che torna in direzione del santuario. Con Lei tutto è diverso: non c’è più il tempo, il dolore, la paura. La guerra è diventata pace.


Una mano sulla testa capace di tramutare, passo dopo passo, attese e ricordi ingombranti in sguardo limpido e cuore libero di contemplare il mondo con serenità.