Joao Guimaraes Rosa – “Grande sertao”

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La dolcezza del buttar nel dimenticatoio una quantità di cose – le cose stupide in cui la gente nel pensare e nel fare vive imprigionata, solo per necessità, ma senza nobiltà. Diadorim, quando era sicuro di star solo, canticchiava, e credo con buona voce.


Ma, vicino agli altri, non voleva mai. Venni anche a sapere che gli altri non vedevano in quei versi di Siruiz la bellezza che io vi trovavo. Neppure Diadorim. “Hai nostalgia di quando eri bambino, Riobaldo?” mi domandò, mentre io stavo spiegando quale era il mio sentire. Veramente no. Non avevo nessuna nostalgia. Quel che io desideravo era essere bambino, ma adesso, in quel momento, se fosse possibile. Di certo io già mi sentivo irritato per la confusione di tutti. Fin da quel tempo, io già pensavo che la vita doveva essere come quella nella sala del teatro, ognuno facendo intero con forte gusto la propria parte, disimpegno. Era quel che penso, è quel che pensavo.

12 pensieri su “Joao Guimaraes Rosa – “Grande sertao”

  1. vbinaghi

    facendo intero con forte gusto la propria parte

    vivere, e non guardarsi vivere.
    Che altro è il paradiso, se non la liberazione
    dalla sala degli specchi?

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  2. Giorgio

    Parole che sono verità e musica. Immenso romanzo, questo “Grande sertao”, anzi un vero e proprio poema in prosa. E grande anche l’altra opera che conosco di Guimaraes Rosa, i racconti di “Sagarana”. Mi stupisco di non vederne parlare più spesso, è lo scrittore latinoamericano che amo di più.

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  3. fabry2007

    parlavo proprio ieri di teatro con uno dei miei amici: che strana sensazione di pienezza nei capolavori della letteratura recitata. una concentrazione assoluta. del resto, Rosa ha saputo trasformare i piccoli fatti del deserto in simboli di sorprendente densità.

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  4. Fabio Brotto

    Quando, molti anni fa, ho letto “Grande Sertao” sono stato travolto dalla grandezza di una scrittura davvero avvolgente, come un anaconda. Le pagine che descrivono il desiderato incontro impossibile di Diadorim col diavolo sono di un’altezza vertiginosa. Secondo me non esiste nessun altro romanzo latinoamericano che possa stargli alla pari. Il “secondo me” implica la mia idea del giudizio letterario come giudizio di un soggetto tra altri soggetti.

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  5. Tatiana

    Mi piacerebbe intervistare tutte queste persone che hanno letto Grande Sertão, giacché studio nel mio dottorato la ricezione del libro in Italia. Se mi scrivete ne sarò gratissima. Complimenti a tutti voi, che avete ben compreso il libro!

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  6. nicola

    Tempo fa, dopo aver letto per la terza volta grande sertão, ho cercato a più riprese sul web qualche forum o almeno qualcuno che ne parlasse, sono quindi compiaciuto nel vedere che altri sono rimasti colpiti come me da questo libro. Quello che mi stupisce di più dopo la grandezza di quest’opera, è quanto sia poco conosciuta e diffusa. Eppure rappresenta in modo epico e comunque umano la tensione dell’uomo al bene e al rischio del vivere. Provo a scriverne, ma non riesco a spiegare quanto sono riuscito ad avere da quella scrittura, quelle immagini, quella poesia.

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  7. dargenio

    Ter Tiziana Says. Ho 59 anni, ho amato Rosa appena superate le prime 50 pagine di “Grande Sertao” ed ho letto tutta la sua produzione tradotta in italiano; ho dato al mio primo figlio, oome secondo nome: Riobaldo. No so se rendo il grado del mio amore esagerato per il momdo di Gumaraes Rosa. Le traduzioni sono molto buone ed anche le introduzioni e postfazioni critiche e non saprei cosa aggiungere. Riobaldo è un filosofo popolare, dotato di saggezza tratta dal vivere, ma in tarda età, lui scrisse “la terzeira mergem do rio” che per me è atato inarrivable. Non riesco a comprendere la profondità di questo racconto (in vecciaia Guimaraes Rosa diventa più ermetico) ma – a volte – mi viene la voglia di prendere una barca e fare come il padre (nel racconto) che, in questo modo, termina la sua vita)

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  8. alessandro

    Appartiene, a parer mio, alla letteratura che definisco “in trance” (e il riferimento a Glauber Rocha, anche se casuale, è significativo). Questo stato di abbandono visionario al potere della parola, ad uno stato percettivo non lineare ma labirintico, digressivo ma nel profondo concentrico, miracolo della rappresentazione “colta” del pensiero e dell’oralità popolare, rimane per me uno dei risultati più alti della letteratura. E’ anche il capolavoro di una vita: non sempre la scrittura di Guimaraes Rosa raggiunge questi esiti stupefacenti (basti pensare a racconti come “La mia gente” in Sagarana). E’un libro esigente con il lettore: vuole capacità di abbandono e lucidità insieme, per coglierne l’infinita ricchezza. Mi sono stupito anch’io di quanto pochi, tra gli amici e le persone a cui l’ho consigliato, l’abbiano apprezzato. Molti addirittura non l’hanno terminato. Un consiglio al lettore: scegliere qualche giorno libero ed immergersi senza tentennamenti, giù fino in fondo, come in un’altra mente, in un’altra vita.

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  9. Anton

    Quando ho letto “Grande Sertão” semplicemente non immaginavo si potesse essere travolti dalla scrittura altrui. Fuoco d’artificio linguistico di uno scrittore incantatore, altro che Macondo (pur immensa). Mi era già successo leggendo “Memorie di Adriano”. Non dimenticherò mai la descrizione dell’orrendo scempio degli Armadilli nel Sertao, e lo smarrimento finale di quegli uomini che pregavano perchè passasse la notte. Da quel momento, il Brasile non è stato più solo calcio, bossa nova e belle garrotas!

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  10. Francesco

    Grande Sertao è tra i romanzi più belli che abbia letti. L’ho fatto per ben tre volte, qualche volta mi capita di “riprendere a leggere” qualche pagina che ho segnata. Nell’apparente caoticità della parola orale – trascritta – vi è espressa mirabilmente tutta la complessità del vivere e, soprattutto, il dramma di vivere sempre con il rimpianto di quanto non abbiamo fatto; il rimpianto di tutti i sentieri che avremmo voluto/dovuto percorrere e che noi(?), o forse ciò che chiamamiamo destino, non ci hanno permesso di esplorare. L’amore mai pienamente vissuto dal protagonista è – per me – la metafora di ogni vita umana. Peccato che sia un’opera di “nicchia” e che solo una minoranza di lettori apprezza.

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