Frammenti di Cinema # 55

Tutti danno per scontato che il balletto John Travolta e Uma Thruman in Pulp Fiction (1994) sia una citazione presa da (1963) di Federico Fellini. E se invece Quentin Tarantino si fosse ispirato a Totò di Notte n. 1 (1962) diretto da Mario Amendola? Non so, c’è qualcosa nella loro danza che li accomuna, nonostante la distanza tra i due film possa sembrare siderale. In entrambi i casi il passo è estraniato, mentre le movenze di Mario Pisu sono snob, dunque, reali, troppo presenti a se stesse. Insomma, penso che Totò sia più pulp che Fellini.

Ad ogni modo, la danza è un segno caratterizzante nel cinema. Quando ho visto il balletto di Joker mi è venuto in mente – a parte Taxi Driver (1976) di Martin Scorsese – il dottor Cordelier – Il testamento del mostro di Jean Renoir.  Quest’ultimo (un doppio del doppio, in quanto replica di Mr. Hyde) cammina con il corpo sgangherato dalla trasformazione subita, ma sembra, appunto, che danzi. Proprio quei movimenti, come ho già scritto, da bambino mi hanno terrorizzato. A differenza di Joker, in questo caso non residua alcuna umanità. Il mostro è il male puro, che si scaglia verso i più deboli, bambini compresi. In comune hanno la danza. Entrambi danzano. Davvero curioso. Sono passati sessant’anni. E non credo che dietro questa inclinazione ci sia solo un riferimento dionisiaco. Lo stesso che qualcuno ha trovato nel balletto delle due sorelle di Dogtooth (2009) di Yorgos Lanthimos.

Tutt’altro che crepuscolare è il balletto cui si lascia andare Cary Grant in Indiscreto (1958) di  Stanley Donen. Lui ha 54 anni e la sua naturalezza svela l’altra faccia della danza, quella luminosa e innocente. Mi fa pensare subito al balletto di Stanlio e Ollio in I fanciulli del West (1937) di James W. Horne e al numero di Charlie Chaplin in Tempi moderni (1936) alle prese con la canzone Io cerco la Titina. D’altra parte, se per David Griffith il paradigma del cinema è il movimento degli alberi al vento. Jean-Luc Godard reinterpreta questo concetto con il movimento dei corpi con la musica. In Bande à part (1964) viene girata una scena di ballo che dura quasi quattro minuti. Credo sia la più lunga in un film non musicale. Io stesso, se fossi un regista avrei voluto girare una scena di ballo, quella sui pattini nello sfortunato, eppure magnifico, I cancelli del cielo di Michael Cimino.

Concludiamo con la danza come espressione di liberazione. In Jojo Rabbit (2019) di Taika Waititi questa è storica e generazionale. In Nanni Moretti è fisica e intellettuale, come quella di Caro Diario (1994) in cui immagina di realizzare il suo sogno ironico, girare un musical su un pasticciere trotzkista nella Roma degli anni ’50. Oppure la danza dei giovani fuori del bar in Uccellacci e Uccellini di Pier Paolo Pasolini. Non ho mai visto, invece, né sono riuscito a trovare (salvo un paio di casi poco significativi) scene in cui il ballo viene imposto a qualcuno in segno di scherno, come una forma di umiliazione. Tutt’al più, può restare senza alcun significato. Misterioso è il balletto introduttivo di Animali notturni (2016) di Tom Ford, del tutto scompaginato rispetto alla trama.

Ma non è proprio ciò che dà al ballo la sua forza di seduzione? Il ballo ci disloca in un’altra dimensione. E’ la nostra più vera, forse unica, fuga dalla realtà.

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