Poesia italiana del XXI secolo

Bruno Galluccio è nato a Napoli nel 1953. Laureato in fisica, ha lavorato in un’azienda tecnologica occupandosi di telecomunicazioni e sistemi spaziali. Il suo primo libro di poesia, Verticali, è uscito per Einaudi nel 2009; sempre per Einaudi, ha pubblicato La misura dello zero (2015) e Camera sul vuoto (2022).

una straniera che fa uscire incolonnate
le parole le fa gocciolare lungo un lampo di pensiero
più chiaro mentre incurva la sera
e guardare i morti negli occhi
un istante e poi spingersi alle imposte accostate
la solitudine graffiante dei piatti sporchi

le luci scrostate alle pareti
i segni della nostra povertà parallela
ma i pensieri più duri quelli che vagano nei cieli come
temporali
quelli delle battaglie e dei corpi torturati da altri corpi
rompono torrenziali e le loro voci espirano deserti
e noi perdiamo le dimensioni del viaggio
e vie d’uscita
e poi perdiamo il viaggio
e poi il senso della perdita

*

la scala che scende nel buio del tempo
non ha simmetrie e non ha specchi
scendi comunque con gli occhi denudati
e scendendo giungi nel tempo presente
è una variante dove gli orizzonti evaporano
le ali cessano di significare
le presenze nere non esistono
e l’elica della scala continua con distorsioni
non è possibile dire «tu»
il legame di corrispondenza
da uno a uno è compromesso
la percezione dell’ambiente si arrotola
il cuore sono i piedi
la bocca in luogo degli occhi
lo stomaco prende posto
nella tempia sinistra
il lato destro è tutto occupato
dalla mano che trema

*

il giudice della tua lontananza
cammina indisturbato
per le tracce serpeggianti del parco
niente gli arriva in mente
se non un legame secondario
al precipizio dello sguardo
e quella neve niente
dove ombre di cappotti si scusavano
dove l’immenso era genitore e frattura

Da Camera sul vuoto, Einaudi, 2022.

Nei testi di Galluccio piano fisico e metafisico sono le due rette parallele lungo le quali il verso si snoda fino a ricongiungersi in un’unità semantica dalla quale emergono punti focali ben definiti: sull’angoscia esistenziale e sulla solitudine dell’uomo Galluccio modella i suoi fantasmi interiori, e a questi confida tutti i suoi rimpianti (“quella che sarebbe potuta essere mia figlia/sta correndo e mi chiama/ancora indecisa se esistere”). Il mondo fenomenico, per quanto ordinato e compreso scientificamente, cela la reale natura delle cose: e così dal buio una luce artificiale emerge riflettendo le ferite nascoste, i rimorsi (“Il faro illumina involontario/la cicatrice che non mostravi/il mezzo volto penitente”). Le suggestioni si rincorrono con il ripetersi delle stagioni e i nodi emotivi maggiori si sciolgono sul calare dell’inverno (“nel buio inverno per te”): necessario si fa dunque il rifugio e indispensabile la voce, per coprire il silenzio del lampo e per riscaldare corpo e materia.

(Eleonora Rimolo)

 

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